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-LE
ORIGINI- da "Le Tre Venezie", giugno 1932 |
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Ristampa anastatica Camillo
Pavan Editore Treviso, 1993
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Premessa
dell'Editore
… Su tutto
giganteggia la "genialità di uno dei più eletti figli di
Venezia": Giuseppe Volpi il quale, sembra quasi per incanto, nel 1917
"seppe divinare in un piccolo deserto bacinetto scavato nella landa di
Marghera, l'embrione della grande Venezia industriale, mercantile e marinara
di domani". Ma non fu esattamente
così. Al riguardo è utile ricorrere all'analisi critica dell'origine di
Porto Marghera effettuata nel 1979 da Cesco Chinello sulla base di documenti
di prima mano. Lo studioso veneziano, se conferma il fondamentale ruolo di Volpi nella realizzazione dell'imponente opera grazie alla sua spregiudicatezza e alla fitta ragnatela di interessi economici e politici che era riuscito a coinvolgere, ci fa anche conoscere la preesistenza di un dibattito che affondava le sue radici lontano nel tempo. Già dopo la caduta della Repubblica, sotto la dominazione napoleonica prima e austriaca poi, si iniziò a intravedere come gli interessi di Venezia fossero sempre più protesi verso la terraferma e la valle padana. Una prima conferma di questo processo fu la costruzione nel 1846 del nuovo ponte ferroviario translagunare, che sancì il passaggio del baricentro della città dall'asse S. Marco-Rialto a quello Rialto-S. Lucia. Sulla stessa linea di tendenza fu la nascita della stazione marittima (1880), alle spalle del centro storico e in stretto rapporto con lo scalo ferroviario. Divenuto ben presto necessario l'ampliamento della "marittima" si sviluppò un ampio dibattito dal quale emerse già nel 1902, ad opera di Luciano Petit, l'idea rivoluzionaria e decisiva per l'avvenire della città, di un nuovo porto in terraferma. |
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48 pagine (17x24), 40 foto + mappe, Euro 7,75 |
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Dalla
Lettera-introduzione di
Giuseppe Volpi
al direttore di "Le Tre Venezie"
…
Ho sovente occasione di persone che si felicitano per il rapido incremento
di "Porto Marghera"; poco più di dieci anni or sono era,
infatti, una palude infestata dalla malaria. (…) In
piena guerra, nell'estate del 1917, quasi a sfida del nemico vicino e
sicuri della vittoria, in pochi, abbiamo voluto superare le riluttanze e
porre i fatti compiuti a testimoniare delle nostre convinzioni; altri dirà
perché il nostro gesto fu meritorio: io di nuovo affermo che fu
tempestivo e logico. (…) Io
mi vanto di appartenere a quei veneziani che possono a volte apparire
troppo rigidi nella conservazione della nostra Città, quale ci fu
affidata dai nostri maggiori; ma era facile prevedere che anche Venezia
doveva uniformarsi alla vita di oggi, e che perciò ogni stabilimento
creato in essa, ogni attività mercantile realizzata nell'ambito delle
antiche isole sarebbero andati a scapito dei pochi spazi liberi ancora
esistenti, dei polmoni ristretti coi quali ancora respira: bisognava
andare ai limiti della terraferma, in acque quiete, in distesa pianura,
con una magnifica rete di strade e di binari ferroviari alle spalle, con
canali fluviali di facile accesso, col ponte sulla laguna allargato ad
unire le due sezioni portuali di Porto Marghera e della Marittima; e
questa era la logicità. La
febbre costruttiva del dopoguerra ci aiutò; il Fascismo rinnovatore creò
quella atmosfera di fiducia e di lavoro che tutti riconoscono, e le
iniziative si moltiplicarono. (…) E'
Porto Marghera l'avvenire mercantile sicuro di Venezia; è la sua più
grande difesa per l'incolumità artistica delle antiche isole che tanto
amiamo. (…) Giuseppe Volpi, Palazzo San Beneto - Venezia, 24 maggio 1932
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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