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Silvio
Lanaro (Università
di Padova) Presentazione
del libro CAPORETTO, Storia,
Testimonianze, Itinerari, di Camillo
Pavan
Padova, Libreria Feltrinelli, Venerdì 5 giugno 1998 (Trascrizione
letterale) Il
quarto d'ora accademico ormai è passato, chi c'è c'è; d'altronde in
questa saletta, che io amo molto perché mi ci sono trovato parecchie
volte con amici a presentare libri, tutto è sempre avvenuto in modo molto
familiare, molto intimo, fra pochi insomma, anche perché pochi sono i
posti. Questo non è un luogo che richiami le masse, non è fatto per
questo: è fatto per chiacchierare in modo un po' salottiero, nel senso
positivo del termine, attorno a libri che ci interessano. Questo
libro di Camillo Pavan, che Camillo Pavan ha in parte scritto e in parte
curato, coordinando la collaborazione di altri studiosi è un libro
davvero — e lo dico senza nessuna forma di finzione retorica o di
riserva — è davvero un libro
molto interessante. Come
personalmente, d'acchito, non avrei detto. Quando il direttore della
libreria Feltrinelli, Otello Baseggio, durante uno dei miei, così,
abituali incontri con lui, nelle mie molteplici visite settimanali… (questo
è uno dei luoghi in cui spendo anche i soldi che non ho… per
costume e tradizione), quando mi chiese se volevo presentare un libro su
Caporetto, non conoscendo l'autore e facendo riferimento soltanto
all'argomento, rimasi un attimo perplesso e dubbioso. Tanto è vero che
non gli dissi subito di sì. Gli dissi: «Fammi una cortesia, fammelo
vedere prima. Perché su Caporetto tante cose si sono scritte, tanta
letteratura si è accumulata, tanti stereotipi anche si sono incrostati
sulla conoscenza che abbiamo del fenomeno. Insomma, vorrei vedere come il
libro è fatto». E dopo averlo guardato, guardato non vuol dire
sfogliato, vuol dire averlo letto con cura, con attenzione, con
partecipazione, ho detto: « Ben volentieri». Ben volentieri perché
questo è un libro che si accosta, e non è cosa facile, anzi è cosa
intrinsecamente assai difficoltosa, si accosta a un fenomeno stranoto,
mitizzato, positivamente, negativamente, di altissimo valore simbolico,
che fa parte del canone ufficiale della storia patria, sul quale si sono
scritti fiumi d'inchiostro e sul quale è difficile, obiettivamente, poter
dire qualche cosa di nuovo e di originale. Bene,
io penso, e cercherò di spiegare perché, ma poi l'autore stesso, se avrà
voglia, se avrà desiderio proseguirà lungo questa strada, credo che ci
siano delle cose nuove e originali. Per
poterle individuare, partiamo intanto da un discorso generale e tuttavia
necessario per capire il libro su Caporetto. Caporetto
è, come dire, la sconfitta della seconda Armata e poi di tutto l'esercito
italiano, che comincia il 24 ottobre del 1917 con lo sfondamento da parte
delle truppe austriache del fronte italiano fra Plezzo e Tolmino. E', come
dice il generale Caviglia — e viene riportato qui nella bandella di
copertina — uno sfondamento di tipo molto singolare, molto particolare.
Tutto era stato previsto fuorché che venissero attaccate massicciamente
le vie maestre del fondovalle. Si presidiavano con accanimento i picchi
montani, pensando che prima di arrivare al fondo delle valli, si doveva
passare attraverso le montagne. L'invenzione elementare, mi par di capire,
degli austriaci, è stata quella che si tagliava fuori il monte e si
attaccava direttamente sul fondovalle. Caporetto
per le dimensioni della sconfitta e soprattutto per il disastro che
comportò in termini di cessione territoriale, dovuti anche a incertezze
degli alti comandi (in un primo tempo si pensò a un ripiegamento sulla
linea del Tagliamento, in un secondo momento il comando supremo rinunciò
e decise, dopo non poche esitazioni di attestare l'ultimo fronte tra il
Grappa e il Piave a difesa della pianura padana e dell'Italia
nordorientale). Ma questo significò in pochi giorni una cessione enorme
di territorio. Questo
va capito, va capito fino in fondo, se si considera come la prima guerra
mondiale sia stata una guerra (soprattutto nei primi anni, in particolare
nel fronte dell'Isonzo), sia stata una guerra in cui fiumi di sangue sono
corsi per la conquista di una collina, di una vetta, di un avamposto, di
una sponda, di una forra. E quindi, proprio questo carattere di enorme
dispendiosità in termini di vite umane si ripercosse ovviamente sulla
ritirata di Caporetto. Dopo aver sacrificato centinaia di migliaia di
morti per avanzate di due, cinque, dieci chilometri, qui accadeva che nel
giro di pochi giorni tutto il Friuli orientale e un pezzo di Veneto e
della provincia di Treviso venivano a cadere quasi senza colpo ferire
nelle mani degli austriaci. Il
secondo elemento riguarda la spiegazione, che non fu subito molto chiara.
Tanto è vero che venne costituita una commissione d'inchiesta, che non
diede a propria volta dei risultati molto soddisfacenti, nel senso che non
fu in grado di mettere l'opinione pubblica in condizioni di scegliere fra
le tre spiegazioni della disfatta. Che
erano, una la spiegazione tecnico-militare:
errori di comando, trascuratezza nel considerare avvertimenti ed
avvisaglie che pure si erano percepite nelle settimane precedenti, scarsa
tempestività degli interventi, poca lungimiranza nel capire che non si
trattava di un attacco tattico, diciamo così, ma di una vera e propria
operazione di sfondamento del fronte e quindi un'operazione strategica, e
così via… La
seconda spiegazione, quella alla quale naturalmente e maggiormente si
attaccorono elementi della destra nazionalista e per ovvie ragioni lo
stesso Cadorna che si sentiva, come comandante supremo posto in causa per
la sconfitta, che è quella, come dire, della pugnalata alla schiena, del
cedimento morale, del degno coronamento della propaganda disfattista.
Secondo questa lettura non ci sarebbe stato nessun motivo serio, sul piano
tecnico-operativo, che avrebbe potuto comportare un disastro di queste
proporzioni, tutto sarebbe stato determinato da un morale delle truppe
minato fin dalle fondamenta dalla propaganda disfattista, da inviti alla
fraternizzazione… (Il '17 fu l'anno in cui su tutti i fronti d'Europa si
assiste a fenomeni di fraternizzazione, mica soltanto a Caporetto, basta
leggere Barbusse, basta leggere il diario di [… ?…] per sapere che
quello… , basta leggere il libro … (ecco la placca arteriosclerotica
che colpisce… !) va beh, Les
mutineries du 1917 (Gli
ammutinamenti del 1917), di un autore francese, un libro che è diventato
ormai un classico. Il 17 è l'anno del crollo dell'Unione Sovietica
(scusate, della Russia), l'anno che precede la pace di Brest-Litovsk,
insomma è l'anno in cui tutti gli eserciti subiscono un tracollo di
carattere morale e psicologico che è difficile imputare alla propaganda
disfattista, e che è invece molto da imputare al logorio ormai
insopportabile, di una guerra che si protraeva da quasi quattro anni e che
aveva raggiunto limiti quasi insuperabili per la fisiologia del corpo
umano. La
terza interpretazione, che è una variante della seconda è quella di
Caporetto come “sciopero militare”. Caporetto non tanto fuga
disordinata e impaurita di uomini fiaccati nel corpo e nella mente,
Caporetto come un gesto deliberato di rifiuto del servizio della Patria e,
per usare le parole del tenente Ottolenghi in Un
anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, Caporetto come esplicita volontà
di voltare la bocca della mitragliatrice dall'altra parte, di sparare non
più sul nemico ma di sparare su Roma, di sparare sul governo, di sparare
sui comandanti militari, di sparare sulle autorità politiche. E questa
interpretazione che fu soprattutto diffusa in una memorialistica a caldo
degli anni Venti, il cui testo più noto è La
rivolta dei santi maledetti, di Curzio Malaparte, che non a caso uscì
con questo titolo in seconda edizione, quando Malaparte era diventato
fascista, mentre in prima edizione quando Malaparte non era ancora
fascista fu pubblicato con il titolo Viva
Caporetto. Malaparte esaltava che cosa? Esaltava lo sciopero militare,
che a suo giudizio era una forma di lotta di classe in cui purtroppo gli
operai-soldati risultarono sconfitti perché non trovarono come in Russia
il loro Lenin. Furono costretti a muoversi in modo disordinato, quasi
spastico, privo di coordinamento, di guida, di direzione e quindi alla
fine rimasero sconfitti. E, a riprova di questa interpretazione, Malaparte
adduceva tutti gli episodi in cui si trovavano i carabinieri, che
esercitavano funzioni di polizia militare, sparati alla schiena e con
appeso al collo il cartello “aeroplano abbattuto”, visto che i
cappelli dei carabinieri avevano appunto la forma dell'aeroplano. Negli
anni venti ci fu poi una fioritura letteraria attorno a Caporetto, alla
spiegazione della sconfitta, della disfatta, legata anche alla, come dire,
non necessità, ma all'opportunità fortemente sollecitata
dall'interessato, di definire in maniera chiara e limpida il ruolo di
Cadorna. E il libro più importante che fu pubblicato allora, infatti,
destò qualche scandalo negli ambienti militaristi e nazionalisti perché
proveniva da un nazionalista – dal quale quindi ci si sarebbe aspettato altro
discorso – fu il Caporetto
di Gioacchino Volpe. Gioacchino Volpe che era stato addetto stampa e
funzionario al servizio P, il servizio di propaganda dell'Ottava Armata,
l'armata del gen. Caviglia, e quindi aveva intensamente collaborato
all'attività di propaganda dell'ultimo anno di guerra, del 1918, che in
questo suo libretto, molto nitido, molto lineare come tutte le cose sue,
spiegava che Caporetto era stato un fatto prettamente militare, dove gli
errori non erano cumulabili in una sola persona, in singole persone, ma
però errori che potevano essere equamente distribuiti, da Capello,
Cadorna, comandanti subalterni, ma comunque fatto militare che si
iscriveva in un fenomeno di stanchezza complessiva degli eserciti, che
riguardavano le truppe di tutta Europa. Successivamente,
negli anni Sessanta e Settanta, ma soprattuto negli anni Sessanta, il
dibattito riprese quando ripresero vigore le correnti pacifiste
all'interno della società italiana e quando la guerra del Vietnam
soprattutto determinò un rinnovato interesse per le guerre come fenomeni
inutili, chiamiamoli così, di regolamento del contenzioso esistente fra
paesi, stati, etnie, razze, gruppi e consorzi umani di varia natura. E così
nel 1967, cinquantesimo anniversario, uscì
I vinti di Caporetto, che era una raccolta di testi in presa diretta
con un'introduzione dell'autore, in cui veniva in qualche modo avvallata
la tesi dello sciopero militare. Ecco Plotone
d'esecuzione di Forcella e Monticone in cui Caporetto è visto
soprattutto negli esiti che ebbe sotto il profilo della sorte individuale
e collettiva dei soldati che ne furono coinvolti e che ne dovettero pagare
in termini di punizione gravosissima la conseguenze. Insomma mi fermo qui.
Non si può certo dire che per quanto riguarda la conoscenza della
dinamica dei fatti, dello svolgimento dell'operazione militare, si sappia
poco. Non si può neppur dire che si sappia poco dal punto di vista dei
dibattiti sia ideologici sia tecnici che accompagnarono l'episodio o che
lo seguirono a distanza di venti, trenta, quaranta, cinquant'anni… E
allora perché un libro così ponderoso, così anche, oltre che ricco,
tale da intimidire per mole (mi diceva prima l'autore-editore un po' anche
per prezzo) il lettore. E questo era stato il motivo per cui inizialmente
ero stato perplesso — Otello lo ricorda — di dirgli: «Sì ci sto» e
gli ho detto: «Prima lo voglio vedere». Perché mi pareva difficile
riuscire a dire, francamente, qualcosa di nuovo. E invece l'approccio del
libro è, onestamente, un approccio di tipo assai originale. In
particolare, va da sè, l'autore lo avrà già capito… il titolo è
Caporetto, il sottotitolo è Storia,
Testimonianze, Itinerari… l'apporto originale riguarda
soprattutto le testimonianze e gli itinerari, riguarda essenzialmente la
seconda parte dove si parla di un terrirorio, di una comunità, di una
serie di esperienze personali, individuali, di vita, di storie vissute in
un luogo che è diventato un simbolo, anche se in negativo, ma un simbolo
sicuramente della storia nazionale italiana dell'ultimo secolo. Sono
appena usciti i primi volumi di una collana diretta da Ernesto Galli della
Loggia sull'identità nazionale italiana, dove oltre al libro del
curatore, appunto L'identità
nazionale italiana, ci sono libri su Mirafiori, o sul santuario di
Loreto. Ecco, indubbiamente Mirafiori rappresenta anche simbolicamente un
luogo dell'anima e non soltanto del conflitto, nella storia italiana di
questo secolo. Indubbiamente il santuario di Loreto rappresenta la stessa
cosa, ma la stessa cosa rappresenata anche Caporetto; non foss'altro perché,
a parte ciò che evoca da un punto di vista correttamente referenziale, è
un termine entrato nel linguaggio corrente.
Una Caporetto, la Caporetto dell'economia, Ciampi che rimedia la
Caporetto dell'economia, e così via. Cioè Caporetto è diventato un
luogo dell'anima, un luogo di altissimo valore simbolico che sta a
indicare, come dire, la sconfitta di proporzioni gigantesche alla quale
però poi si riesce in qualche modo a rimediare a riparare con un
atteggiamento tipico della cultura e della mentalità italiana. Infatti
se voi riflettete, e soprattutto i più anziani credo me ne possano dare
atto, alla simbologia di Caporetto è associata in maniera indossolubile
la simbologia del Grappa e del Piave. Caporetto, sì, però poi c'è il
Grappa, c'è il Piave, c'è la battaglia del Piave, c'è la battaglia di
Vittorio Veneto, c'è la Vittoria. Caporetto è il momento in cui un
popolo viene messo alla prova fino in fondo fino alle sue più intime
fibre e capacità di resistenza alla sventura e dimostra nonostante
l'immane entità del disastro di riuscire a reggere. Allora,
dicevo, ciò che rende originale questo libro è non soltanto, anzi, non
tanto, il racconto delle vicende della guerra, delle offensive
sull'Isonzo, di tutto ciò che ha preceduto Caporetto, che lo ha
accompagnato, che lo ha seguito. Da questo punto di vista non è
necessario rivolgersi a questo libro, si può rivolgersi anche ad altri,
alla Storia della guerra mondiale
di Piero Pieri che è “la madre di tutte le storie” della prima guerra
mondiale, e ad altre ancora. Si
può dire a questo proposito che molto interessanti sono invece le
fotografie e le tavole geografiche e topografiche, che non so come
l'autore abbia rintracciato, ma che in alcuni casi non ho mai visto.
Alcune le conoscevo, le ho trovate in altre pubblicazioni, altre sono
state un'autentica sorpresa perché non ne ero assolutamente a conoscenza.
Quindi questo elemento di, come dire, di accumulo di sapere topografico
militare, per una vicenda di storia militare non è affatto indifferente. Quello
che invece costituisce, a mio giudizio, proprio l'elemento di grande
curiosità, di grande interesse, di grande originalità del libro, sono la
seconda e la terza parte, in cui l'autore, l'autore-editore, il
coordinatore-guida di questo volume, si è avvalso prevalentemente di
storici sloveni (sarà poi lui a dirci, se vorrà, come è entrato in
contatto con costoro, in che modo è riuscito ad ottenere la loro
collaborazione, perché gliel'hanno prestata)… in cui, come dire,
l'evento guerra viene in qualche modo sfumato e riassorbito all'interno di
una visione complessiva della vita sociale, culturale e politica in un
lembo nord-orientale (non si può dire dell'Italia, perché Caporetto
attualmente è in territorio sloveno) ma insomma in una zona di confine,
in una zona di frontiera, in quella che nel libro viene definita una terra
di profughi. E ai profughi nelle cosiddette
“città di legno” che erano delle città dove venivano, durante
la prima guerra mondiale sfollati e internati gli abitanti delle zone di
guerra… (Fra l'altro io ho letto con particolare attenzione queste
pagine anche perché recentemente ho avuto modo di discutere con una mia
brava laureanda di Pola una tesi di laurea molto interessante sugli
italiani d'Istria internati nei campi d'internamento austriaci durante la
prima guerra mondiale. E la storia che questa ragazza racconta nella sua
tesi è la storia dell'ennesima città di legno, dell'ennesima città di
baracche, dell'ennesima città d'internamento)… Sono cose interessanti
soprattutto da quando è uscito il libro di Kaminski sui campi di
concentramento che ci spiega come i tedeschi nella seconda guerra mondiale
abbiano perfezionato fino, come dire, … a una totalità maniacale le
tecniche sia dell'internamento che dello sterminio, ma come dal 1896 in
Europa fossero incominciate, si fossero incominciate a studiare le
tecniche di deportazione in massa delle popolazioni. E
poi la terza parte che racconta la vita nei villaggi dell'Alto Isonzo e in
esilio nel ricordo dei testimoni. Sono soprattutto testimonianze di gente
comune, di persone che non avevano particolari responsabilità nella vita
pubblica ma che avevano un requisito essenziale per rendere una
testimonianza, cioè un radicamento autentico, e continuato nel tempo, nei
luoghi e quindi una conoscenza sicura e controllata delle cose che
raccontavano. A Caporetto durante la guerra, cosa accadde in questo posto,
che nessuno conosce prima dell'ottobre del 1917. Chi sa cos'è Caporetto,
prima dell'ottobre 1917? Poteva essere, non lo so, … io andavo a
Piazzola sul Brenta l'altra sera, e ho scoperto — abitando a Padova
da trent'anni — che un po' prima di Piazzola sul Brenta c'è una
frazione che si chiama Del Medico, non l'avevo mai saputo… buono a
sapersi — Voglio dire, ecco, chi sapeva cos'era Caporetto, il villaggio
di Caporetto, prima del 24 ottobre 1917? E
poi la persistenza della memoria e il modo in cui, e questo è
particolarmente interessante, in questo villaggio si custodisce, si
rielabora e si restituisce la memoria di un grande evento di storia
italiana anche se il luogo, in realtà, a questo evento ha dato poco più
del nome. Perché, dico, a Kobarid, Caporetto, non è che si siano svolte
gran cose, insomma. Lo sfondamento avviene fra Plezzo e Tolmino e dopo la
guerra dilaga in pianura. Quindi il luogo diventa luogo simbolo proprio
perché da una definizione toponomastica parte un'identificazione
simbolica, che però si riflette, si riverbera, in qualche modo rimbalza,
sul luogo d'origine, tanto è vero — altro elemento straordinariamente
interessante del libro che ne parla con illustrazioni anche molto
suggestive — tanto è vero che a Caporetto viene, in anni recenti, spero
di poterlo andare a vedere perché io ci sono stato prima che venisse
fondato, un museo dedicato appunto alle vicende della Grande Guerra in
generale, se non sbaglio, e alle vicende particolari di quell'area nella
fattispecie. E viene proprio creato in ragione di questa curiosa
situazione. Cioè Caporetto non è Marzabotto, non è la risiera di San
Sabba, non S. Anna di Stazzema. Voglio dire non è un luogo in cui il
simbolo corrisponda all'identità del fatto avvenuto. E' un luogo che è
diventato “luogo simbolo” malgrè
soi, nonostante sè stesso. Perché il nome di un evento ben più
grande di Kobarid è stato sintetizzato con quel nome. Un
ultimo punto riguarda proprio questo fatto, che credo spieghi anche la
scelta dell'autore e coordinatore, soprattutto per ciò che riguarda i
collaboratori che sono quasi tutti sloveni, Caporetto oggi si trova in
territorio sloveno. Caporetto è il nome italiano di una terra che nel
corso della prima guerra mondiale si voleva fosse italiana ma che
appartiene, dopo il trattato di pace, del 10 febbraio 1947, appartiene
alla Repubblica Slovena. E si chiama appunto Kobarid. E però ciò che è
particolarmente interessante — lei mi corregga se mi sbaglio, se ho
capito male tutto questo — mi pare che […malgrado] il fatto che si
tratti di un villaggio sloveno, abitato quasi totalmente da elementi
sloveni, è un luogo che ha accettato con un lodevole cosmopolitismo
intellettuale di essere e di rappresentare il simbolo di un capitolo
fondamentale della storia di un altro paese. Questo mi pare l'aspetto più
straordinario della vicenda. Detto brutalmente, potrebbe essere formulato
così: «Erano sloveni, cosa gliene fregava?». Sia con gli austriaci, sia
con gli italiani, in ogni caso erano destinati a rimanere una minoranza
compressa e perseguitata, come fu perseguitata poi, basta pensare alle
proteste dei vescovi, contro le discriminazioni contro il clero sloveno
negli anni del fascismo. Ma austriaci o italiani sarebbero sempre stati
comunque i padroni di una minaranza etnica beffata oltretutto perché in
loco era maggioranza e che sarebbe stata sottoposta a una dominazione
allogena. Eppure le testimonianze slovene che raccoglie Camillo Pavan
documentano come con grande spirito, ripeto di cosmopolitismo e di
eleganza internazionalista, insomma, ecco… gli sloveni abbiano accettato
di fare di Kobarid, costruendoci anche il museo di Caporetto un luogo in
cui essi sloveni, collaborano ad una sorta di rivisitazione non retorica
ma storicamente attendibile di una vicenda che è diventata appunto
simbolo di uno snodo cruciale della storia d'Italia. Ecco, a me, e anche
qui se ho sbagliato l'autore mi correggerà, sembra che la chiave di
lettura, il filo conduttore del libro, sia appunto la Caporetto slovena.
Cioè, forse più che Caporetto si sarebbe dovuto chiamare Kobarid, il
libro. Ciò che ha di nuovo, rispetto alle storie militari di quella
vicenda, ciò che ha di nuovo nel racconto del prima, del dopo, della vita
quotidiana, degli usi, dei costumi, del folklore, delle tradizioni
popolari degli sloveni del luogo, il libro ha proprio come filo rosso che
lo attraversa tutto, questa idea di un capitolo di storia italiana
avvenuto in terra slovena. Cioè la Caporetto non italiana, Kobarid. Un'ultima
cosa vorrei dire, non per mettere il pizzico di veleno nella coda,
insomma, come spesso accade, o per esprimere così dissensi. Ci sono
tecniche retoriche ben note, in questo tipo di occasioni, di
presentazioni. Uno prima suona la gran cassa, fa finta di parlar bene di
una cosa e poi con aria noncurante, verso la fine, piazza lì
un'osservazione apparentemente di striscio, che in realtà demolisce
l'opera. No, non si tratta assolutamente di questo. Si tratta del fatto
che per i miei gusti intellettuali, per le mie preferenze personali, per
il modo in cui leggo la storia d'Italia non mi ha persuaso fino in fondo,
anzi se devo dire la verità non mi ha persuaso affatto questa lunga
citazione di Don Lorenzo Milani tratta da L'obbedienza
non è più una virtù collocata nell'incipit del libro e che, fermo
restando tutto il rispetto che si deve a Lorenzo Milani, è una sorta di
sintesi in dieci righe della storia della prima guerra mondiale che
secondo me è francamente inaccettabile. E' improntata a una forma di
pacifismo fra il populista e il pretesco che non appartiene alla mia
cultura e spero non apparterà mai. Milani in queste righe dimentica che
cosa quella guerra significò, giusta o sbagliata che fosse, ma era una
guerra mondiale, una guerra europea, in termini nation
building, di creazione di un'embrione di nazione italiana che ancora
non c'era. Per carità, dico, se è possibile costruire una nazione senza
fare le guerre, è giusto meglio, però ci fu anche questo aspetto e
affermazioni come «fu la guerra di Cadorna… Giolitti aveva detto che
avremmo potuto avere gli stessi risultati negoziando la neutralità»,
cose di un'ingenuità assolutamente folle. Voglio dire, certo che Giolitti
scriveva questo, però poi bisogna vedere se sarebbe stato vero che ci
avrebbero dato il Trentino, la Venezia Giulia e magari anche qualcosa di
più, soltanto in cambio della neutralità. C'è un pacifismo piagnone,
ingenuo, molto diffuso devo dire nel nostro paese, soprattutto da
venti-trent'anni a questa parte, e che dovrebbe essere assoggettato
secondo me a un lavacro razionale un po' più severo. Non so — anche
questo lo dirà Camillo Pavan, se vorrà — se egli si riconosce
totalmente in queste parole di Don Milani, o se, semplicemente, gli sono
sembrate idonee, adatte a introdurre un libro come il suo che è un libro
tutto giocato certamente sul contrappunto tra lo sconvolgimento della
guerra in un luogo dove si vive normalmente in pace, anche se in una
condizione di austerità quasi spartana, di costumi, di tecnologia, di
usanze, di relazioni e di tecniche del vivere. Grazie Intervento
di Camillo Pavan Dunque,
cinque minuti solo, perché non è che sia il mio mestiere, purtroppo,
trattenere molto il pubblico; lui è un professore, io sono un
autodidatta. Mi è doveroso ringraziare innanzi tutto il direttore della
Feltrinelli, qui di Padova, che mi ha così, tranquillamente, prima detto
di sì, di fare questa presentazione, e poi procurato addirittura un
professore universitario. … (Non un professore universitario, me!
Perché di professori universitari ce n'è tanti!… scherzo, eh … Lanaro) Comunque
per me è un motivo di grande orgoglio. Sono veramente orgoglioso, dico
sinceramente, che lei abbia letto il mio libro e l'abbia trovato
interessante. Comincio
da quest'ultima obiezione, perché è la prima volta che uno me la fa, e
sono anche qui molto contento che lei me l'abbia fatta. Perché tutti
fingono di non leggerla, e invece c'è, è proprio nell'esergo, non so
come si chiami quella posizione. Io l'ho messa volutamente. Dico anche che
ero molto incerto. «Metto o non metto. La metto più lunga, la metto più
corta. Forse è meglio che non la metta». E in un certo senso dopo averla
messa mi sono chiamato anche pentito, perché mi rendo conto di come una
guerra sia molto, molto più complessa di come la presenta [Don Milani]…(Beh,
allora sono contento… Lanaro)… Ma adesso non lo dico per farlo contento!
(No, no, no… comunque… questo lo immagino, però sono contento
lo stesso! Lanaro). Scrivendo e
occupandomi di guerra (perchè fino prima mi ero occupato del Sile e del
Radicchio rosso di Treviso, e non di guerra; ho dovuto, così, inventarmi
un mestiere che non conoscevo) mi rendo conto che le cose sono molto più
complesse di come le presenta Don Milani. Malgrado
questo, sono lo stesso contento di averla messa perché pone un problema
che è fondamentalmente il problema della guerra giusta e della guerra non
giusta. Cioè, lui dice: La prima guerra mondiale non è stata giusta
perché avremmo ottenuto lo stesso, cosa da dimostrare, perché
effettivamente anch'io poi ho letto che non era così automatico che
sarebbe stato dato all'Italia quello che ha ottenuto; però dice che
sarebbe stato giusto invece intervenire nella seconda fase, dopo la guerra
contro quella "banda di criminali" (e penso che più o
meno possiamo concordare) che sono stati i fascisti. Invece l'esercito, in
quel momento, pur essendo fatto da gente che tanto aveva nominato la
parola Patria, in quel momento ha lasciato mano libera a queste squadracce
che poi hanno preso il potere. E quindi io l'ho lasciata, e tutto sommato
sono anche contento, anche se mi mette un po' in crisi, sempre, questa
citazione, perché, alla fine di questi tre volumi, se mai arriverò alla
fine, vorrei proprio porre… Interviene
Lanaro: Scusi,
posso interromperla, perché volevo… visto che ci sono alcuni mei
ragazzi, alcuni miei studenti, e vorrei che restasse loro una
considerazione che per me è capitale, e che era all'origine anche di
questa parziale critica su Don Milani. Se
le squadracce hanno conquistato il potere, se i fascisti sono andati al
governo, se hanno fatto dell'Italia quello che hanno fatto, è anche perché,
insomma, nel corso del 1919 si è assistito a un fenomeno che non è mai
accaduto da nessun'altra parte del mondo. Un fenomeno per cui si è
sistematicamente denigrata, svillaneggiata, sputacchiata, sputtanata una
guerra vinta. Una guerra vinta con morti, con sangue, con sacrifici, con
atti di eroismo magari non voluti (perché nessuno vuol far l'eroe), ma
vinta. Quando tu, di una guerra vinta, l'unica poi della nostra storia,
perché le altre le abbiamo perse tutte… quando uno di una guerra vinta
fa un motivo di autoflagellazione, di autofrustrazione, come se tutto ciò
che era stato fatto per vincere fosse stato atto colpevole, è evidente
che allora non si costruisce nulla moralmente. Solo questo volevo dire,
ecco… Io credo che espressioni come quelle di Don Milani vadano un
momento corrette nel senso che l'Italia ha dovuto pagare dei prezzi molto
alti a un'operazione dissennata di denigrazione di una guerra… di una
guerra vinta. E che non era una guerra imperialista, nello spirito con cui
la combattevano, almeno, i soldati o gli ufficiali di complemento; non
parlo degli alti comandi, insomma. Chiusa la parentesi; mi scuso di averla
interrotta. Riprende
Pavan: No,
no, mancherebbe altro. E siccome l'ho messa all'inizio ed è giusto che
uno la veda e me la dica, e nessuno mai aveva tirato fuori questa
citazione… ho anche piacere, così mi chiarisco anch'io le idee. Il
motivo principale stavo per dire, e poi concludo questa parentesi, è che
alla fine di questo ciclo, di questi tre libri che presumibilmente, in un
piano decennale di lavoro, dovrei finire nel 2003 (ho cominciato nel
1993), vorrei proprio porre in un capitolo, e chiedermi: «E' possibile,
punto di domanda, una soluzione dei conflitti internazionali, senza
ricorrere alla guerra? Cioè, è possibile arrivare… ».
Lui, questo prete, dice, da buon prete, è sempre la teoria vecchia
della guerra giusta e della guerra non giusta, io ci vedo sotto a quella
citazione: che ci sono guerre giuste e guerre non giuste, e quindi accetta
fondamentalmente l'idea della guerra. Io, che sono nato, sia pure di poco,
dopo l'esplosione della bomba atomica, mi domando: «E' ancora possibile
parlare di guerre giuste e guerre non giuste, nell'epoca delle armi di
distruzione di massa? E' possibile arrivare alla messa a tabù del
concetto stesso di guerra? Cosa bisogna fare per far questo? ». Io
ho un figlio che ha vent'anni e farà l'obiettore di coscienza. Lo prendo
sempre in giro perché gli dico, ma cosa fai… sono capaci tutti far gli
obiettori di coscienza e andar servire i vecchietti e andar su una
biblioteca… ma se viene veramente un conflitto cui l'Italia bene o male
deve partecipare, cosa fa uno che si dichiara pacifista? Come te, e come
sostanzialmente [me] … non so se chiamarmi pacifista o
antimilitarista… certo che io non ho fatto il militare, ma non
perché ero obiettore di coscienza, per fortuna non l'ho fatto, perché
ero il terzo figlio e c'era questa legge… Comunque questo è il
dilemma che io mi pongo. «E' possibile arrivare, l'umanità, a non
ricorrere alla guerra per risolvere i conflitti internazionali? ». Questo
l'ho messo all'inizio, perché poi alla fine riprenderò questo discorso,
magari interpellando un
generale, con la mia tecnica di mettere un po' in confronto le due
opinioni, e un pacifista, e vedere cosa vien fuori da questo dibattito, e
poi mettendo anch'io delle mie considerazioni, su quello che intanto ho
capito in questo lavoro che è in fase di attuazione… E
comunque la ringrazio in ogni caso di aver parlato di questa citazione,
perché, le ripeto, anche tanti che so esser magari di destra… fanno
finta di non aver letto… Invece c'era questa citazione, io l'ho messa,
mi ha costato anche un certo ripensamento… tutto sommato sono contento
di averla messa perché poi la richiamerò nel terzo volume… Parlava
delle foto e delle carte. Quelle lì diciamo che le ho trovate, e sono
stato molto fortunato, al museo del Risorgimento a Roma, non so se lei
conosca, sopra l'Altare della Patria, il Vittoriano… fra l'altro è un
posto bellissimo, si vede tutta Roma, soffia anche un po' di ponentino, se
non altro perché si è al quarto piano… e mi hanno lasciato fotografare
proprio fotografie originali del Servizio fotografico del Comando supremo,
senza neanche farmi pagare niente (per il momento…) quindi mi considero
molto fortunato. Per
quanto riguarda poi questo collegamento Piave-Caporetto, anch'io ho fatto
questo collegamento, all'inverso. Nel senso che il libro è iniziato dal
Piave. Io ho trovato un vecchio, diciamo pure questa parola anche se
adesso non si usa più dire, di novant'anni che ricordava quand'era
piccolo (… beh, a novant'anni forse si può ancora dire! a
sessanta, no, ma a novanta…! Lanaro)… Si può anche dire vecchio, non è un'offesa dire
vecchio, anche perché prima o poi ci arriviamo tutti… speriamo di
arrivarci a novant'anni! Beh,
insomma questo si ricordava che quando era piccolo c'erano questi tedeschi
che erano arrivati sulla riva del Piave, e lui è scappato, è andato
profugo. E dentro di me è scattata come una molla. Ma senti un po' cosa
dice questo… io ho di fronte a me proprio un documento vivente, un
testimone di un'epoca che io consideravo già chiusa, già vecchia quando
andavo a scuola. Perché della prima guerra mondiale, per quel poco che si
è studiato a scuola, la si considerava già vecchia ancora cinquant'anni
fa. A me per la verità sembrava vecchia anche la seconda guerra mondiale,
che mi raccontava mio padre. Allora
via a intervistare questo ed altri personaggi lungo il Piave, perché più
che essere appunto uno storico, mi considero un cronista, non so come
dire, un amanuense come qualcuno ha detto, cerco di conservare queste
memorie, perché non vadano perse…
(fine lato A della cassetta) Lato
B …
il Piave sì, ma il Piave ha avuto origine da Caporetto. Allora sono
andato a Caporetto, e lì ho avuto la fortuna di trovare questi dirigenti
del museo… e veramente anch'io ho notato questo spirito, che una
volta si diceva internazionalista in senso marxista, non so… (di farsi
carico della storia degli altri, Lanaro)…
di rendersi conto che sono in una posizione, anche geografica, che sono a
cavallo di varie culture: la cultura slava, la cultura tedesca e quella
italiana. E loro hanno affrontato in maniera veramente imparziale… non
so se lei andrà a veder il museo, concorderà. (Eh… ci andrò, Lanaro).
L'hanno veramente organizzato bene, hanno vinto il premio della
comunità europea dato ai musei, e lì ho trovato uno dei dirigenti che mi
ha aiutato molto… e mi ha anche dato una chiave di lettura, per quello
ho messo a confronto giornali italiani e giornali sloveni. Perché lui,
parlando … a un certo punto è venuto fuori il “miracolo” di
Caporetto. «Ma
come, per noi è la disfatta e per loro… senti che roba…»
e così ho messo in confronto i giornali italiani e i giornali
sloveni… e ho trovato un'abitante di Caporetto, una signora che ora
abita a Venezia, ma che è nata a Caporetto, un'insegnante di liceo che mi
ha tradotto questi giornali sloveni. E poi, ho sentito io stesso
l'esigenza. Mi son detto, se loro che sono sloveni fanno questa
operazione, e prendono anche critiche, a livello di base, perché ogni
tanto mi dicono, guarda che sul Delo,
non so, sul giornale tal dei tali vengono fuori critiche nei nostri
confronti, (lettere dai lettori) che dicono, ma come, voi parlate degli
italiani, con tutto quello che ci hanno fatto, parlando della seconda
guerra mondiale, perché purtroppo c'è sempre un po' il dente
avvelenato… Ma loro dicono, la prima guerra mondiale ha avuto
questi avvenimenti e noi li trattiamo. Allora
poi ho voluto sentire un altro dirigente del museo di Nuova Gorizia (Goriski
Muzej)… anche lì ho trovato belle foto… Sapevo che aveva fatto
belle ricerche sui campi profughi, barakenlager, sulle città di legno e
gli ho detto fammi questa ricerca. Poi sono andato da un'altra che sapevo
che aveva fatto una ricerca sui profughi sloveni in Italia, una dottoressa
dell'Accademia delle Arti e Scienze di Lubiana… Questo perché
sentivo l'esigenza di rendere più completo e anche, diciamo, più
originale, questo lavoro. E anche perché volenti o nolenti italiani e
sloveni, onestamente, sulle zone di confine, così, come è inevitabile,
come anche noi con i vicini di casa a volte facciamo
baruffa… Non è facile avere dei rapporti, così, distesi. Adesso
c'è un processo, malgrado tutto, di distensione e di comprensione
reciproca. Allora anch'io volevo dare il mio piccolo contributo, sia pure
da autodidatta come non mi stanco di ripetere, alla comprensione reciproca
di fenomeni storici così importanti quale è stata la prima guerra
mondiale. Questo per quanto riguarda il perché, volutamente, ho scelto
dei collaboratori sloveni e perché volutamente ho messo dei giornali
sloveni tradotti e confrontati con il contemporaneo giornale italiano, che
era il maggiore dell'epoca… il Corriere della Sera, che vendeva un
milione e mezzo di copie. Io
mi rendo conto che il mio limite maggiore è quello di non avere
un'impostazione forse complessiva, da storico vero e proprio. D'altronde
fino a quattro anni fa non mi occupavo di storia di questo tipo… Adesso
dico che il secondo volume si occuperà della ritirata di Caporetto; il
terzo volume dell'ultimo anno della guerra, la vittoria italiana e il
disfacimento dell'impero austro ungarico. Anche lì ho visto; che ci sono
bellissimi documenti, ci sono belle testimonianze. Il problema grosso che
mi si pone di fronte adesso, a parte quello economico che le accennavo
prima… (è una battuta), il problema grosso è come riuscire a
conciliare le testimonianze numerosissime che riesco a trovare in questa
vasta area occupata dagli austro-tedeschi in quell'anno, l'anno della
fame, come è unanimamente ricordato; come conciliare questi fatti che
riguardano la popolazione civile con gli eventi militari che li hanno
determinati. E non sarà facile, perché qui a Caporetto mi è stato
abbastanza semplice in quanto le testimonianze sono state 14 e le ho messe
in un capitolo a parte e poi sono riuscito a fare un montaggio in qualche
maniera scorrevole di tutto il lavoro. Adesso sto arrovvellandomi, in
quest'anno, con la scusa che sono in giro a cercare di vendere il libro e
nel frattempo raccolgo testimonianze… mi domando come farò, anche nei
prossimi volumi a mettere d'accordo le due cose. Per
concludere io chiedo sempre, quando faccio qualche incontro, quando vado
in qualche scuola, in qualche biblioteca, se c'è qualcuno che ha qualche
documento, qualche foto vecchia, qualche diario, qualcosa che riguardi
l'ultimo anno della guerra, la ritirata di Caporetto, la fine della guerra
… se è così gentile di segnalarmelo; se hanno un nonno, uno zio.
Io ho l'ambizione di fare sempre un lavoro collettivo, anche se lo faccio,
lo gestisco e lo coordino io. Un lavoro in cui, insomma, emerge
l'esperienza tragica, drammatica vissuta qui a casa nostra. A Padova che
di fatto era la capitale della guerra nell'ultimo anno. Vissuta nel
cortile di casa mia che era a dieci km dal fronte, Treviso; e vissuta sul
Piave e sotto l'occupazione austro-ungarica, che è ben ricordata dagli
anziani del posto proprio come un anno di fame drammatica… mano a mano,
questo, che si avvicinava alla linea dello scontro fra i due eserciti.
Perché poi, più in là [più lontano dalla linea del fuoco]
sì… si ricorda[no] la fame, le ristrettezze, ma non fame vera e propria. Ma, per dire, a Miane, dove sono andato anche
insieme con la moglie a fare un sondaggio (Miane è vicino a Follina? Lanaro)
… sì, appena di là della linea del Piave, in territorio occupato,
sono andato a guardare gli archivi parrocchiali, una fonte che mi sembra
doveroso confrontare, per vedere come vivevano. Insomma, ho notato una
cosa incredibile, che mentre normalmente negli anni precedenti morivano in
un anno — in un paese, non so se di cinquemila abitanti, o non ricordo
quanti di preciso — morivano 50 abitanti all'anno, nel 17-18, sono morti
500 abitanti. Provi immaginare lei cosa ha voluto dire solo questo dato,
la durezza di quell'anno lì, e perché sia ricordato come l'anno
della fame, tuttora, dai vecchi. Ma i giovani non se ne ricordano più.
Ecco,
io il motivo per cui ci tengo ormai a finire quest'opera che è veramente
molto gravosa per me, sia da un punto di vista diciamo intellettuale, e
sia anche economicamente, è proprio perché non venga persa la memoria di
questi testimoni ultimi, ancora viventi, di questi fatti drammatici. Lanaro:
Io
penso che di questo la dobbiamo ringraziare e se mi permette non soltanto
lei ma tutti coloro che meritoriamente si dedicano a questa raccolta
critica di memorie. Nel senso che per noi, più o meno bravi, più o meno
capaci, più o meno provveduti, che facciamo gli storici di professione,
lavori come questo costituiscono fasi intermedie di elaborazione di
materiali di straordinaria e insostituibile importanza. Libri come questo
Caporetto curato da lei, che significato hanno, in sostanza, detto in due
parole? Di raccogliere tutta una serie di testimonianze che permetterà
tra due, tre, cinque, dieci anni a chi la farà, a me, a un altro, a voi
due diventati grandi, non so a chi, di riuscire a scrivere la storia di
una società, di una comunità, di un paese in guerra, dove la guerra non
vuol dire soltanto che si spara, che si avanza, che si arretra, che si
ripiega, ma che si vive, che si costruiscono utensili con determinati
attrezzi, che si fa l'amore, che si muore, che si muore di fame, che si
muore più di fame di altre volte. Io credo che il contributo proprio più
utile di questo tipo di memorie che vengono assemblate in libri importanti
come questo, consista proprio nello smantellare il concetto ingannatore e
fasullo dell'evento storico eccezionale, come se fosse qualche cosa che
risucchia tutto, che mangia tutto e che non lascia nulla fuori di se
stesso. Non è che fra il 1915 e 18 in Italia ci sono soltanto i cannoni
che tuonano, i fucili che sparano, i soldati che muoiono in trincea, gli
alti comandi che mandano all'assalto i fantaccini. C'è una società che
vive, che pulsa. Ci sono i teatri, ci sono i cabaret, c'è una vita che va
analizzata nei suoi elementi di normalità, come anche negli elementi di
alterazione, che subisce in ragione di un evento bellico, che non può
essere indubbiamente indifferente date le sue dimensioni e data la sua
importanza. Ma ecco, questa memorialistica serve proprio a indagare in
modo finalmente serio storiograficamente, l'intreccio tra eccezionalità e
normalità che caratterizza i periodi storici cruciali e le guerre in
particolare. E applaudiamo l'autore! |
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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