Fulvio Salimbeni (Università di Trieste)

Presentazione libro CAPORETTO, Storia, Testimonianze, Itinerari di Camillo Pavan

Trieste, Libreria internazionale Borsatti, Giovedì 27 novembre 1997

 

(Trascrizione letterale)

 

Grazie di essere venuti a questa presentazione. Come sapete si parla del volume di Camillo Pavan: “Caporetto, Storia, Testimonianze, Itinerari”, ulteriore testo su un argomento che sembrava ormai sviscerato in tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi dettagli, ma che continua a riservare sorprese. Continuano a uscire libri, non solo recuperi e ristampe di testi classici o dimenticati o emarginati per ragioni politiche e ideologiche come è accaduto con quelli pubblicati dall'editore Gaspari di Udine, che vedete esposti anche lì, testi degli anni Trenta, ma anche libri completamente nuovi, che cercano di collocare in una nuova luce la vicenda di Caporetto.

E quindi, dopo aver parlato una decina di giorni fa dei testi di Gaspari e in futuro in altra occasione e sede parleremo anche di altri lavori, quelli dell'amico e collega Antonio Sema, oggi abbiamo il piacere di parlare di questo volume di Camillo Pavan.

Per il quale a livello generale si possono tranquillamente ripetere alcune considerazioni che avevamo già fatto parlando dei testi di Gaspari. Testi di Gaspari non solo in quanto da lui editi ma anche perché in larga parte suoi, poiché questo autore-editore ha anche scritto dei saggi introduttivi o postfazioni a questi recuperi di testi degli anni Trenta, come quelli di Cesco Tomaselli e di Roberto Bencivenga. Vale a dire che, in un momento in cui le grandi case editrici, a proposito di Caporetto, si sono limitate a ristampare vecchi libri o tutt'al più a fare qualche lieve ritocco - aggiornamento a testi che erano comparsi negli anni Sessanta (all'altezza del 1967-68, in occasione del cinquantesimo anniversario della battaglia di Caporetto), sono stati dei piccoli editori locali, regionali (Gaspari a Udine, Ossola con l'Editrice Goriziana a Gorizia e Pavan, anche lui autore e editore in proprio, in Veneto) a pubblicare alcune delle cose più nuove, più originali e più significative. E anche questo deve fare riflettere sul valore, sul significato da attribuire a certe parole come quella di editore minore. Editori minori forse da un punto di vista quantitativo, non potendo certo competere con quegli imperi editoriali - commerciali che sono la Mondadori, Il Mulino, Einaudi, quelle grandi sigle storiche dell'editoria italiana, ma minori certamente non sul piano qualitativo perché molto spesso sono quelli che pubblicano le cose migliori, più originali, rischiano in proprio pubblicando dei testi fortemente innovativi, di rottura, di critica radicale rispetto a quelle tradizioni storiografiche consolidate. Come quella di Caporetto, appunto, pagina vergognosa della storia dell'onore militare italiano, disfatta assoluta, tanto è vero che la parola ormai viene utilizzata come sinonimo di disastro, di onta, di vergogna. “Caporetto” diventa una sconfitta della squadra nazionale di calcio con un'avversario, “Caporetto” una sconfitta della squadra cittadina di calcio, “Caporetto” sono tante cose, comunque tutte collegate a connotazioni fortemente negative.

Ora, questa serie di libri che è appena uscita in questi ultimi mesi compreso il libro di cui parliamo oggi rimette in discussione questo stereotipo che si è creato subito dopo la battaglia — per così dire — e che per diverse varie ragioni si è consolidato nei decenni successivi e ha avuto tutti i crismi dell'ufficialità da parte di una certa storiografia negli anni Cinquanta, ma ancora più Sessanta e Settanta. Perché la vicenda è stata analizzata in sè stessa, ci si è lasciati condizionare da una serie di documenti ufficiali come gli atti della Commissione d'Inchiesta del Regno subito dopo la stessa vicenda di Caporetto, perché ci si è lasciati condizionare da una serie di giudizi condizionati da pregiudiziali di tipo ideologico circolate più o meno subito dopo la sconfitta di Caporetto.  Senza tener conto (richiudendo il discorso solo sulla dimensione puramente nazionale e locale, dimenticando quella che è una delle buone, sane e normali regole di metodo storico: quella del discorso comparativo, del confronto, della comparazione), che sconfitte altrettanto catastrofiche e disastrose le hanno avute anche gli eserciti alleati dell'Italia durante la prima guerra mondiale. Gli inglesi e i francesi, ancora nella primavera del '18, parecchi mesi dopo Caporetto, dopo la sorpresa di Caporetto, cadono per così dire nella stessa trappola organizzata dalle armate tedesche sul fronte occidentale e subiscono sconfitte durissime che mettono in crisi tutto il sistema alleato, che si salva soltanto per l'intervento e l'appoggio degli americani che incominciano ad affluire in forze da oltre Atlantico. Eppure in Francia nessuno, né sul versante inglese, né sul versante francese ha mai pensato di considerare delle disfatte, delle onte per i rispettivi eserciti nazionali, quelle sconfitte durissime subite in Piccardìa, nell'Artois, in tutte le zone oggetto delle ultime grandi offensive di Hindenburg e Ludendorff, nonostante che inglesi e francesi avessero perso migliaia di cannoni, decine di migliaia di mitragliatrici, centinaia di migliaia di uomini (uccisi o fatti prigionieri o comunque messi fuori combattimento per periodi più o meno lunghi), si fossero aperti varchi enormi, i tedeschi avessero conquistato posizioni che era da quattro anni che cercavano invano di prendere, avessero addirittura separato i due fronti, quello inglese da quello francese e costretto gli alleati a un arretramento di decine di chilometri. Eppure nessuno ha mai parlato di queste pur durissime sconfitte franco-inglesi come di “Caporetto” degli inglesi e rispettivamente dei francesi. Per non parlare poi del modo in cui gli inglesi hanno saputo presentare nella seconda guerra mondiale quello che è stato il disastro di Dunkerque, presentandolo in realtà come una grande vittoria, per essere riusciti a salvare gli uomini e le truppe, seppur lasciando in mano ai tedeschi carri armati, automezzi, armamenti pesanti.

Quindi il discorso di Caporetto è ancora un discorso in larghissima parte, a ottant'anni dallo svolgimento di quelle vicende, da fare, perlomeno da riscrivere, all'interno di quel discorso di continua revisione che gli storici seri non possono non fare.

Si parla, si discute tanto di revisionismo. Si è attaccato De Felice e tanti altri illustri storici, come Furet e Nolte perché revisionisti di certe letture, di certe interpretazioni o modi di leggere la storia passata, la rivoluzione francese, il fascismo, il nazionalsocialismo, senza pensare che in realtà il vero storico è sempre un revisionista, che rimette in discussione costantemente le acquisizioni di quelli che lo hanno preceduto alla luce di nuovi documenti, di nuovi dati, di nuovi strumenti metodologici che consentono di affrontare da altri punti di vista, da nuove angolature temi … che attraversano tutte le generazioni e che si pongono in una luce sempre nuova a chi si occupa di storia e cerca di capire onestamente, fuori da condizionamenti di tipo ideologico, il passato.

E quindi anche rispetto a quella che era ormai la vulgata tradizionale su Caporetto “onta e disastro dell'esercito italiano”, che avrebbe rivelato le debolezze del carattere italiano sono usciti una serie di libri indipendentemente l'uno dall'altro. Gli autori Gaspari, Sema e Pavan non erano minimamente collegati fra di loro, non facevano parte di una medesima scuola, hanno tradizioni intellettuali alle loro spalle completamente diverse. Eppure, lavorando onestamente, seriamente, affrontando i documenti, guardando le carte geografiche, cosa che gli storici tendono a fare sempre di meno, sono giunti ad alcune conclusioni che possono parere sorprendenti ma che in realtà, se si guardano obiettivamente e freddamente le cose, non sono assolutamente sorprendenti.

Nel caso specifico di Pavan, in particolare, la prima considerazione — ma su questi aspetti poi si soffermerà più a lungo Antonio Sema — è quella che la località che noi conosciamo come Caporetto in realtà non è nient'altro che l'italianizzazione di un nome sloveno Kobarid, perché questa località si trova in territorio per così dire da sempre — per lo meno dall'Alto Medioevo — costantemente e compattamente abitato da sloveni. E ricorda quindi una cosa molto importante che tanti storici non hanno mai ricordato o sottolineato, dandola forse per scontata, ma scontata assolutamente non è. Vale a dire che per larghissima parte la guerra italiana, durante il primo conflitto mondiale, si è svolta su territorio — perlomeno per quello che è il fronte orientale, il cosiddetto fronte isontino — si è svolta in territorio abitato in larghissima misura (perlomeno nella parte dell'Alto Isonzo e del Vipacco fino a Gorizia) da sloveni, e che dietro a quella fascia confinaria c'era la Slovenia, c'era tutta la componente per così dire genericamente slava della monarchia asburgica, che quindi giocava un ruolo fondamentale anche nella conduzione della guerra. Quello che ha fatto tra l'altro nei suoi primi tomi Antonio Sema, quando ha messo in rilievo la componente etnica delle truppe asburgiche schierate sul fronte isontino. Scelte appunto tra quelle etnie, nazionalità dell'impero — tra quelle sedici nazionalità dell'impero — che si sapeva più fidate in quanto più risolutamente anti-italiane, che avevano un valido motivo per non disertare, per difendere con le unghie e con i denti, metro per metro quel territorio (che era non tanto il territorio della monarchia, quanto il territorio nazionale loro) dall'attacco di quello che era sentito come un nemico, l'Italia; all'interno di un discorso che rimandava a tensioni nazionali che non nascono con la fine della prima guerra mondiale ma vengono da molto più lontano, perlomeno dal 1848 in poi, accentuandosi dopo il 1866, via via attraverso i decenni.

Quindi, già questo induce a riflettere sia sulla collocazione storica da dare a Caporetto sia sul modo per molti aspetti approssimativo, schematico e superficiale con cui la vicenda della grande guerra è stata analizzata da certa storiografia, che non ha guardato tanto all'aspetto fattuale reale della guerra come è stata condotta: il teatro delle operazioni, chi effettivamente lì ci viveva in prima linea o nelle retrovie, ma ha guardato per così dire gli aspetti di secondo piano, di secondo livello della guerra, cioè la dimensione se volete propagandistica, psicologica, ideologica, tante altre cose, ma dimenticando il fattore primo, fondamentale: che la guerra si fa su un certo fronte, che corre in un certo territorio, che passa anche sulla testa di certe popolazioni civili all'interno di un contesto spaziale geografico nel quale si sono accumulate nel tempo tutta una serie di tensioni, di attriti, di varietà di rapporti tra le popolazioni locali. Nel caso specifico: italiani, sloveni e in una misura minore anche l'elemento austriaco o tedesco che dir si voglia.

Per quanto riguarda la struttura poi del libro di Pavan va sottolineato un altro merito: vale a dire che insieme con Pavan hanno lavorato tutta una serie di studiosi/e sloveni. Quindi un primo rapporto costruttivo di collaborazione tra studiosi dall'una e dall'altra parte del confine per analizzare una vicenda che ha riguardato, seppure in un'ottica diversa, entrambi i popoli. E a questo proposito va detto che è interessante appunto quest'apertura, questo dialogo con studiosi anche sloveni, perché la storiografia slovena, dopo il 1991 è venuta sviluppandosi in maniera interessante e significativa, anche se qui in Italia ancora se ne sa poco. E' merito dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di aver pubblicato recentemente alcuni saggi di studiosi sloveni tradotti in italiano su quelli che sono gli orientamenti e le tendenze della storiografia slovena sulla storia contemporanea. Nel prossimo numero della rivista della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia uscirà un contributo di un amico e collega di Nuova Gorizia il prof. Marusic su la storiografia slovena (non solo contemporaneistica) oggi, i suoi nuovi orientamenti e prospettive. L'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione è da tempo che sulla sua rivista accoglie anche studi di colleghi sloveni. Quindi perlomeno da questo punto di vista le principali istituzioni storiche regionali stanno svolgendo quello che è il loro compito di raccordo tra culture diverse in un'area di frontiera.

E questo libro è uno dei primi risultati, direi, di questo nuovo rapporto, non più solo per quello che è stato il campo privilegiato di collaborazione tra studiosi italiani e sloveni in questo secondo dopoguerra: la resistenza, il fascismo e tutto quello che è accaduto di qua e di là dal confine, dal '18 al '47 almeno, ma anche sul periodo precedente, in particolare Caporetto che qui può essere assunto emblematicamente come termine per richiamare l'attenzione su tutta la guerra sul fronte isontino dal '15 al '18. Questo quindi è il primo elemento importante da sottolineare.

Secondo elemento, che in tutta la serie di testimonianze e documenti raccolti a costituire questo corposo primo dei tre previsti volumi, che dovrebbero poi coprire il periodo successivo fino alla conclusione della guerra, ci sono anche documenti e testimonianze orali di parte slovena.

Qualche cosa per la verità era stato fatto già relativamente al Goriziano, a Gorizia in particolare, dal maestro Camillo Medeot, con una serie di libri pionieristici comparsi alla fine degli anni Settanta e che hanno segnato un po' una svolta, sia perché davano voce anche ai civili, sia perché in qualche misura davano voce anche ai militari austriaci e comunque dell'armata imperiale, sia perché cercavano di rivalutare, di recuperare, all'interno di un certo discorso abbastanza complesso ma interessante e molto onestamente e correttamente condotto dal maestro Medeot, anche il ruolo dei cattolici del Goriziano. Ma questo è un altro discorso, che esula da questa sede e che potrà essere semmai ripreso in altra occasione. Comunque Medeot aveva già segnalato l'importanza sia della memoria individuale, dell'utilità di raccogliere queste testimonianze di chi allora bambino o ragazzino aveva vissuto le vicende belliche, o comunque di utilizzare i diari, gli epistolari, anche i compiti scolastici che in qualche modo potevano servire per capire come la popolazione locale avesse vissuto quelle vicende, nel caso specifico a Gorizia. E da quella volta, sulla scia di Medeot, onestamente e correttamente citato anche nel volume in più luoghi, anche se non ricordato nella bibliografia finale, si è operato anche all'interno di questo volume, dando in particolare spazio alle testimonianze di parte slovena, che viveva concretamente in questo territorio, dietro le linee austriache o nei territori occupati dagli italiani, con tutta una serie di problemi poi di amministrazione civile italiana nei territori occupati, di rapporti con la popolazione locale, di timori e preoccupazioni da parte delle autorità italiane di avere alle proprie spalle popolazione e elementi infidi che potevano servire anche all'Austria per infiltrare le proprie spie, i propri informatori, osservatori. Ma di questo parlerà Antonio Sema.

Altro elemento importante è che, con un discorso metodologicamente molto interessante, si dà voce per così dire non solo a una campana, quella italiana, ma anche all'altra. Cioè si mettono a confronto le notizie date negli stessi giorni, a proposito della stessa vicenda, cioè i giorni della sconfitta di Caporetto. Come questa vicenda veniva presentata dal Corriere della Sera, che era il principale quotidiano italiano, che in quel periodo (è giusto e corretto anche dare il dato: vendeva un milione e mezzo di copie al giorno), era il mass media per eccellenza in una popolazione molto meno alfabetizzata di quanto non sia quella italiana di oggi e con strumenti di informazione molto minori (non c'era la radio o era appena agli inizi, comunque non come strumento di massa e non c'era la televisione), e dall'altro lato il principale quotidiano sloveno, lo Slovenec. Quindi, da un lato la fonte ufficiale italiana, dall'altro per così dire il giornale più autorevole sloveno, con citazione però poi anche di tanti altri giornali, maggiori e minori, per esempio l'Eco del Litorale, organo del partito cattolico popolare del Goriziano, quindi del territorio asburgico, per mostrare come appunto viene vista la vicenda di Caporetto, dall'una e dall'altra parte: la sconfitta o rispettivamente la gloriosa vittoria; da un lato la perdita, dall'altro la riconquista dei territori appunto in contestazione dall'inizio della guerra, dal maggio del 1915. Può parere una cosa da poco ma finora, onestamente, nessuno l'aveva fatto e quindi emergono tutta una serie di dati, di notizie, di informazioni, estremamente interessanti e significative.

Quindi la valorizzazione delle testimonianze, della memoria  storica, che però non è che venga privilegiata in assoluto (come tende a fare con troppa faciloneria certa storiografia oggi: esaltare al massimo la memoria), ma cerca di collocarla, di storicizzarla, di metterla a confronto con passi tratti per esempio dalle opere dei principali studiosi ed esperti di storia militare. Viene citata la Storia politica della Grande Guerra di Piero Melograni, vengono citati i lavori fondamentali… e anche questo è notevole, che Pavan ricordi il libro di metà anni Cinquanta di Monticone su La Battaglia di Caporetto. Libro che fra l'altro verrà recuperato e ripubblicato da Gaspari, facendo un'operazione utilissima, perché il libro è ampiamente esaurito e irreperibile e resta un testo fondamentale per capire la vicenda di Caporetto dal punto di vista anche strettamente militare oltre che nelle sue implicazioni in politica, cosa che Monticone — allora giovane studioso — ha saputo fare in maniera egregia. E Monticone è lo stesso che poi avrebbe curato e pubblicato Il diario di Angelo Gatti, lo storico per così dire ufficiale di Cadorna (che recentemente Il Mulino ha ripubblicato tale e quale, senza aggiornamenti sostanziali) e anche altre cose importanti: Monticone e Forcella, Plotone d'esecuzione su altri aspetti della prima guerra mondiale fino allora trascurati.

Quindi, dicevo, c'è sì la testimonianza, c'è la memoria orale, ci sono le memorie scritte, ma c'è anche il richiamo costante alla storiografia ufficiale più seria, più accreditata, anche accademica. I lavori anche di Isnenghi e di tanti altri e la memorialistica anche di parte austriaca. Non solo i libri di Fritz Weber ma per esempio il libro di Rommel, che ormai viene ricordato da tutti e andrebbe tranquillamente ristampato e rimesso in circolazione, perché irreperibile Fanterie all'attacco, pubblicato da Longanesi nel '72. E' un libro che è l'esperienza diretta di Rommel su questo fronte, visto che Rommel, giovane tenente era stato a capo di una di quelle unità speciali che avevano gettato nel panico l'esercito italiano con la nuova tecnica d'attacco, di cui si parlerà appunto tra poco.

Quindi questo libro è costruito su tutto questo impianto scientifico notevolissimo, che dimostra piena conoscenza e padronanza della storiografia italiana e anche straniera tradotta in italiano, e anche di quello che hanno fatto gli studiosi sloveni (non dimentichiamo che a Caporetto/Kobarid esiste un museo della battaglia di Caporetto che è tra i migliori e che ha avuto anche una serie di riconoscimenti e che ha un certo significato, ovviamente, all'interno della rilettura anche nazionale data dalla storiografia slovena di questa vicenda). Quindi il libro presenta tutta una serie di voci, si fonda sul sano e giusto principio storiografico dell'audiatur et altera pars. Lavoro che del resto era stato fatto anni fa anche in una bella collana di Arcana: Giulio Primicerj, generale triestino, studioso di storia militare, per esempio, che aveva pubblicato tutta una serie di documenti, di studi ufficiali di parte austriaca sulle operazioni su questo fronte e su quello trentino, molto belle e molto interessanti. Quindi il libro è un contributo prezioso che ci dà tutta una serie di spunti di riflessione. Anche, per esempio, le considerazioni sulle famose tavole di Beltrame che illustrano le pubblicazioni ufficiali italiane, che sono occasione per un discorso sulla propaganda e sul modo in cui la guerra viene presentata dai grandi mezzi d'informazione. L'immagine rassicurante, per così dire, di una guerra pulita, senza nulla di sporco, di sanguinoso, che deve rassicurare, confortare chi è nelle retrovie, al fronte interno, in casa. Non dimentichiamo tra l'altro che la fotografia di guerra è nata esattamente con questo scopo: Guerra di Crimea, critiche al modo in cui lo stato maggiore di sua maestà conduceva la guerra, le condizioni disastrose in cui vivevano le truppe inglesi in Crimea, e allora ecco che si mandano i fotografi a mostrare come invece i soldati di sua maestà Vittoria fossero allegri, vivessero nel migliore degli accampamenti e delle organizzazioni possibili, non gli mancasse niente, stessero benissimo, in questa piacevole scampagnata attorno alle fortezze di Sebastopoli, condividendo i piaceri della vita militare con il conte Tolstoi che era dall'altra parte del fronte. Quindi la foto di guerra, apparentemente l'obiettività in assoluto, nasce come operazione di mistificazione totale, come ulteriore elemento di lotta, sia pure non armata. Le considerazioni su Beltrame e su altre fotografie che compaiono sul volume aprono uno squarcio anche in questa direzione.

E Pavan si colloca quindi all'interno di una tradizione anche di utilizzazione di memorialistica, di testimonianze di civili e militari che da noi in Italia ha gloriose tradizioni, perché andrebbe anche ricordato un nome che è stato fatto troppo poco in questi ultimi decenni, storico liberale, scomodo, quindi emarginato e dimenticato, Adolfo Omodeo, che è stato un grandissimo storico del risorgimento, è stato anche colui che, tra i primi, insieme con Gioacchino Volpe ha scritto un libro fondamentale: Momenti di vita di guerra, costruito tutto sulla memorialistica dei giovani ufficiali di complemento, diari e lettere, tra cui anche quelle dei fratelli Stuparich, quelle dei fratelli Galante Garrone, libro bellissimo, pubblicato a suo tempo da Einaudi, oggi quasi introvabile, ma che è stato un libro prezioso per tanti aspetti. Ha mostrato una pista, ha indicato delle fonti, ha mostrato come queste fonti possono essere lette e utilizzate; questo, non dopo la seconda guerra mondiale, negli anni della moda, della scoperta della memorialistica, della voce dal basso, ma negli anni Trenta, quando — secondo certo cliché — la storiografia italiana era attardata, era chiusa, era provinciale, dominata dall'egemonia crociana e soltanto dalla Francia veniva il verbo della nuova storiografia. La Francia avrà avuto tanti meriti in quegli anni, ma Omodeo — e Volpe su un altro versante — stavano comunque mantenendo grande la storiografia italiana anche su questo versante.

E non dimentichiamo che per quanto riguarda questo tipo di testimonianze, di documentazione raccolto da Pavan, che è documentazione che viene dal basso, si possono poi fare tanti altri usi, qui solo in qualche misura, di sfuggita, accennati, altrimenti il libro sarebbe diventato un'enciclopedia, non più un semplice volume: il lavoro che è stato fatto da un grande filologo austriaco, Spitz, che leggendo le lettere dei prigionieri di guerra italiani, ha scritto un testo fondamentale sull'italiano dialettale. Aveva prigionieri da tutta Italia, di cui censurava la posta, lui era un grande studioso e quindi ha sfruttato l'occasione per studiare la lingua, il parlato, lo scritto di questi cafoni prigionieri delle armate imperiali; in larga parte, per Spitz, Caporetto è stato utile anche per questo.

Ecco che libri come questo si prestano a una quantità di letture diverse, tutte una più stimolante dell'altra. E' comunque un merito, sul piano generale, di questo lavoro di Pavan (poi nello specifico ne parlerà adesso Antonio Sema) aver proposto tutta questa serie di nuovi e diversi materiali sapientemente collegati tra loro in modo da presentare uno spaccato di Caporetto assolutamente nuovo e inedito. E tra l'altro il merito direi che va particolarmente sottolineato è che Pavan, che non è un accademico, non appartiene all'università, non appartiene a nessun grande istituto di ricerca, ha fatto un lavoro che istituti ampiamente finanziati, che hanno collane, riviste che si occupano espressamente di storia novecentesca finora non hanno mai fatto o se l'hanno fatto, l'hanno fatto in misura molto limitata e riduttiva. Direi che questo è un merito notevolissimo che va rilevato, che va sottolineato, per riconoscere tutto quello che si deve all'autore.

E ora la parola ad Antonio.

 

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Antonio Sema

Presentazione libro CAPORETTO, Storia, Testimonianze, Itinerari di Camillo Pavan

Trieste, Libreria internazionale Borsatti, Giovedì 27 novembre 1997

 

(Trascrizione letterale)

 

Buona sera. Io direi che per parlare di questo libro vanno prima di tutto citate due cifre. E sono due cifre strane: diecimila e duecentoottantaquattro. Diecimila, mi diceva poco fa l'amico Pavan, i chilometri che ha fatto per vendere il libro; duecentoottantaquattro, le copie vendute. 

E beh, secondo me bisogna partire da questo! Dalla serietà di un artigiano, che contemporaneamente però, proprio perché artigiano, ha avuto il gusto di andare sul campo di battaglia, di girarsi intorno e di fare una scoperta che prima di lui la storiografia militare e politica italiana, fatto curioso (tanto quella di destra tanto quella, virgolette, di sinistra) non aveva mai fatto. Cioè: 1°, Caporetto si trova in territorio sloveno; 2°, questo fatto ha una serie di conseguenze, conseguenze che impongono una riflessione, una riflessione sul territorio, sulle persone che ci abitavano per vedere se, eventualmente, tra queste persone si è conservata una memoria.

E qui abbiamo testimonianze. Sono testimonianze che secondo me vanno prese con molta cautela, perché il più giovane dei testimoni all'epoca di Caporetto aveva tre o quattro anni, il più anziano arrivava sugli undici-dodici; quindi vanno prese con la dovuta cautela, ma, appunto per questo sono importanti. E lavorando sul posto, con il gusto di scoprire, e quindi con il piacere di comunicare, uscendo dagli schemi, Camillo Pavan ha messo insieme una serie di elementi che, secondo me, fanno di questo suo lavoro una sorta di enciclopedia, più che un libro di storia. Perché usare altri termini sarebbe sbagliato: è un'enciclopedia su Caporetto.

Cosa significa questo? Significa che il lettore curioso può entrare dentro in questo libro da qualunque pagina, trovando prima di tutto sempre elementi nuovi e originali. Ne citerò due soli: uno per gli studiosi, diciamo, di storia politica e uno per gli studiosi di storia militare.

Quello per gli studiosi di storia politica è il testo (lui pubblica addirittura la riproduzione fotografica) del famoso manifesto, sempre citato, ma mai riprodotto del Comando italiano che a Udine nei giorni della ritirata garantiva la popolazione: «State tranquilli perché non succede nulla». Ventiquattro ore prima della fuga, della ritirata accelerata da Udine; sempre poi, ovviamente riproposto come una accusa fondamentale di trascuratezza nei confronti del Comando italiano. Sarebbe interessante fare la raccolta delle ordinanze dei sindaci francesi nel '40 che proibivano all'Armèe Francaise in ritirata di passare per i villaggi. Poi vedremo se si è comportato meglio il Comando italiano della prima guerra mondiale o il Comando francese della seconda guerra mondiale. Cioè, questi sono elementi retorici su cui si è costruito un castello, castello che peraltro prosegue tenace a tutt'oggi.

La seconda testimonianza, poi giustamente viene rimarcato, è la documentazione anni 1980 degli effetti di una granata fumogena, fumogena… carica cioè di gas, probabilmente fosgene, recuperata e — con, secondo me, assoluta incoscienza, ma anche con altrettanta originalità, da due appassionati sloveni, aperta —, per vedere cosa succedeva. Invito a leggere attentamente i risultati di questa esperienza, prima di tutto per la metodologia assolutamente originale… Hanno messo questa granata a gas in uno spiazzo in cui secondo loro non ci passava nessuno e poi, a distanza, hanno sparato ed è uscito quindi il gas. Poi hanno fatto una prova, dopo un certo periodo, andando nell'area contaminata e sentendo di persona l'effetto. Quindi… complimenti al merito, ma insomma, ovviamente, cose da non fare. Però è testimonianza importante. Perché? Perché con questo gas, queste granate, hanno aperto la strada alle fanterie tedesche.

E il libro è zeppo di queste notazioni apparentemente insignificanti. Notazioni apparentemente insignificanti sulle quali però si può ricostruire un'altra delle tante storie di Caporetto. Dico un'altra delle tante storie, perché una vicenda che coinvolse due armate italiane e, l'equivalente di venti divisioni, cioè altre due armate austro-germaniche, per un totale di quattro armate, diciamo quasi un milione, un milione e mezzo di soldati, più i civili, evidentemente è una vicenda ricchissima di elementi, che non è possibile riassumere con quattro parole o con un giudizio sprezzante sull'italiano che non si batte o su altre invenzioni di questo tipo.

Ci sono una serie di vicende, e Camillo Pavan esamina alcune di queste vicende. Le esamina sotto il profilo militare, fornendo tutta una serie di elementi. Diciamo, è la parte convenzionale, neccessaria in un testo del genere, che poi presenta una serie di soluzioni tipiche, ad esempio di alcune collane fotostoriografiche anglosassoni, il titolo è After the battle, cioè dopo la battaglia. Lui mostra in alcuni casi la fotografia del tempo di guerra e poi, più o meno dalla medesima angolazione, riprende la situazione odierna. Questo è anche un punto di visto così, diciamo, di curiosità e abbastanza interessante.

Ci dice che sostanzialmente i materiali vi sono da lungo tempo… difatti dalle testimonianze risulta che la popolazione andava a raccogliere direttamente o tramite grossisti o altri; fino al '30- '32, continuava la raccolta di questo materiale. Per esempio il padre di uno di questi testimoni, cioè lo sperimentatore della granata a gas, lui sapeva questo perché suo padre aveva trovato l'intero apparato dei lanciagranate a gas, e aveva ricavato metallo a volontà per almeno dieci o quindici anni. Quindi, questo vi dice la similitudine innanzi tutto fra le due parti della frontiera. Per decenni, anche gli italiani hanno fatto la medesima cosa lungo i seicento chilometri di fronte (in realtà tutti gli europei hanno fatto più o meno la stessa cosa).

Questo è l'elemento comune, e questo elemento comune, ci porta a un altro elemento apparentemente comune, e che stupisce. E qui entriamo più specificatamente nella dinamica scientifica. Ed è il ruolo della popolazione. Qui prima di tutto va segnalato il contributo (e poi avrei anche il piacere, visto che la dottoressa è presente, avrei piacere di sentirla) di Petra Svoljsak, se ho pronunciato correttamente, la quale ha fatto una interessantissima analisi della situazione della popolazione civile da due punti di vista. Dal mio punto di vista, quello più importante è l'aspetto amministrativo, cioè l'estrema flessibilità del sistema amministrativo italiano, l'obbligo di rispettare leggi internazionali e contemporaneamente di affermare la propria autorità sul posto.

Il recupero di un fatto assolutamente poco noto come la decimazione, io direi la rappresaglia, di Idrsko, in cui vengono fucilati sei abitanti locali sospettati di spionaggio. Che è una procedua del tutto lecita in tempo di guerra, e non stupisce affatto che sia stata fatta a Idrsko, perché la stessa cosa è stata fatta a Villesse. Solo che queste due esperienze, Idrsko e Villesse messe assieme non raggiungono le quindici persone, rispetto a un esercito austroungarico che aveva fatto in Serbia centinaia e centinaia di serbi fucilati, ma evidentemente i serbi si possono fucilare, o l'esercito tedesco, che aveva fatto la stessa cosa, ma in ordine di grandezza superiore, in Belgio. Beh, lì è andata male perché la propaganda britannica ha inventato subito la leggenda delle mani tagliate con le quali ha distrutto la reputazione e la moralità dell'esercito del Kaiser.

Questo per dire che emergono fatti nuovi, ma ciò che importa è il modo in cui questi fatti vengono presentati. Grazie a Camillo Pavan, possiamo recuperare la memoria di queste vicende nella popolazione del posto, ma la memoria odierna di queste vicende, cioè come si è depositata attraverso tre o quattro generazioni. E questo ci riporta alla comunanza delle due parti del confine. Perché se noi andiamo a prendere i testi già citati di Medeot o di Bozzi per l'area isontina, il ruolo dei preti, ecc., risulta una cosa strana: tanto questi autori (curiosamente sono cattolici) quanto i testimoni di parte slovena e gli stessi studiosi sloveni, negano risolutamente che vi sia stato dello spionaggio.

Il fatto stupisce, perché? Perché il responsabile del servizio di spionaggio Max Longhi già negli anni Trenta aveva segnalato anche il numero delle spie che erano state dislocate, inserite nel territorio. Quindi, qui c'è un fatto molto curioso. E lo dico senza un approccio polemico, ma da un punto di vista scientifico. Perché mai la memoria locale della popolazione non rivendica la partecipazione, evidente, nel suo supporto alle operazioni non convenzionali dell'esercito austro-ungarico? E' un quesito.

Rimangono delle tracce. Delle tracce anche apparentemente insospettabili. Ad esempio in uno dei primi numeri di Qualestoria c'è un testo di Rino Sala da cui emerge una ricostruzione dei fatti di Villesse sulla base delle testimonianze di alcune persone anziane che ricordano quello che avevano visto. Ovviamente, come era ovvio, l'estrema crudeltà degli italiani; che poi il sugo della faccenda è questo: gli italiani, o hanno la sindrome delle spie, quindi sono eccitabili, oppure sono violenti. Una curiosa raffigurazione dell'italiano in divisa. Bene, però da questa testimonianza raccolta da Rino Sala risultava un fatto: risultava cioè che a sparare a Villesse sulle truppe italiane erano civili con la fascia giallo-nera, civili. Testimonianze del genere non emergono da parte slovena [Pavan: «Da quelli intervistati da me»]. Però voi prendete il testo di Rommel. Quando Rommel è entrato nel paese di Jevscek, i suoi uomini hanno dormito nel paese, hanno mangiato la colazione, cita anche i materiali… sono stati rifocillati dagli abitanti, e hanno catturato gli italiani, facendosi ovviamente guidare dalla popolazione locale. Lo stesso è avvenuto a Bergogna, l'attuale Breginj.

Probabilmente, in parte, qualcosa del genere è avvenuto anche a Caporetto. E lì, volendo, si potrebbero ricostruire le vicende della notte e del giorno di Caporetto, relativamente alla città. E ci sono dei fatti particolari. Alle due di notte un testimone ricorda di essere stato svegliato con tutta la famiglia, perché l'ufficiale italiano… (guarda caso si trovavano in una casa adibita a comando). Ricordo anche che due dei primi fucilati di Caporetto, Anton Knec e suo suocero, sono stati fucilati perché, abitando nella sede del nono battaglione bersaglieri, curiosamente il Knec stava sopra e gli italiani, cattivi, hanno detto che lui ascoltava quello che dicevano. Peccato che il signore fosse, prima di essere… prima era stato un soldato, poi un gendarme. E la funzione della gendarmeria austriaca, austroungarica, era esattamente nelle stazioni di confine quella di curare lo spionaggio della parte, usando i contrabbandieri e tutto il normale servizio di polizia.

Tra le righe, se noi leggiamo alcune testimonianze si intuisce che i primi giorni dell'avanzata non sono stati propriamente lineari, che è successo qualcosa. E quel qualcosa lo si ritrova anche, ad esempio, all'origine dei fatti di Idrsko e della conseguente decimazione. Intanto decimazione è un termine tecnico: semplicemente sono stati presi tot ostaggi e fucilati. [Dal pubblico: uno ogni dieci]. Questo dell'uno ogni dieci direi è una pratica, non vedo perché… [ Dal pubblico: dopo nove, il decimo…]  (…) questo è discutibile, in base al principio che l'intera avanzata, per storicizzare, l'intera avanzata austroungarica in Serbia appunto prevedeva la cattura di ostaggi, fino a che le truppe fossero sfilate attraverso un villaggio; nel caso qualcuno avesse sparato, pagavano gli ostaggi e veniva bruciato anche il villaggio. Idrsko ad esempio non è stato bruciato. Quindi, voglio dire, stiamo molto attenti a leggere in maniera isolata simili vicende. Fatta questa precisazione è curioso che la storiografia italiana non abbia mai citato i fatti di Idrsko. E per questo è importante il libro di Pavan, perché ci riporta, ci fa pensare, anche a quel fatto.

Ed è attraverso questo continuo rimando tra la memoria dei sopravvissuti, che è una memoria molto variata, vi sono coloro i quali — uno di questi ad esempio, ha servito come carabiniere. Anche questo è curioso, uno sloveno che poi ha fatto tutta la carriera come carabiniere e adesso ha una dignitosa pensione, ecc. — Altri che invece hanno seguito strade opposte. E attraverso queste memorie che vogliono lanciare lo stesso messaggio… E qui bisognerebbe essere in grado di distinguere…… (fine lato A della cassetta)

 

(Lato B)

 

… ora quello che è stato ripensato dopo tante e tante vicende e tante e tante guerre e alla fine si perdono le ragioni concrete degli eventi materiali di tre o quattro anni di guerra ed emerge il desiderio della popolazione locale o di quelli che sono rimasti lì di dire: ma sì, noi stavamo bene (in effetti si intuisce che queste persone stavano mediamente bene) e siamo passati attraverso la guerra. Il problema è: come sono passati? Ma anche qui, andando a leggere le testimonianze, risulta che poi, tutto sommato economicamente non se la sono passata mica male. E anche questo è un fatto estremamente curioso. C'è una popolazione che contemporaneamente viene mantenuta sul posto, oppure viene spostata, ma di poco. Una parte viene mandata in Italia, ma non tutta. Quindi è evidente una confusione amministrativa, che apre varchi enormi a quella che invece è la sostanza. E la sostanza è la presenza di un'area di guerra speciale, strutturata per consentire qualsiasi tipo di infiltrazione, garantita dall'interscambio continuo civili-militari, uomini-donne, la presenza di moltissimi uomini, o perché erano sordi, o perché non vedevano, altri comunque in età militare che però non andavano a fare il militare e che, visti dagli italiani, lasciavano quanto meno dei dubbi.

Emerge un altro fatto: la molteplicità degli esodi che accompagnano la Grande Guerra sul fronte dell'Isonzo. Non c'è solo l'esodo da Caporetto o il movimento degli esodi del maggio-giugno del '15. Un altro esodo si verifica nell'agosto del '16 in occasione della conquista di Gorizia e un altro esodo ancora si verifica nell'agosto del '17 in occasione della battaglia della Bainsizza. Allora si capiscono meglio gli italiani che in ambedue le battaglie documentano con un certo stupore la presenza di civili sulla linea del fuoco. Ancora una volta non solo donne, non solo anziani, ma curiosamente anche giovani. Sono curiosi, voglio dire, questi giovani, che si fanno pigliare, un po' sprovveduti, da questi italiani che avanzano. Ne consentirete che ci può essere un po' di malizia in tutto questo. Bisogna avere, secondo me, la freddezza neccessaria per esaminare, per distinguere il piano soggettivo, quando è in buona fede, del testimone il quale svolge la semplice funzione già prevista da Mao Tse Tung nella splendida metafora del partigiano come il pesce nell'acqua. Ecco, le testimonianze di questi cittadini sloveni, sono le testimonianze dell'acqua. Questa era l'acqua nella quale si muovevano i pesci. I pesci che hanno raccolto i dati e che hanno eseguito determinate operazioni, senza le quali ciò che è accaduto a Caporetto non sarebbe avvenuto. O non sarebbe avvenuto in quei termini. Con questo, con questi elementi, interpolando la ricostruzione di Camillo Pavan, la ricostruzione della dottoressa Svoljsak, i materiali portati dall'amico Drago Sedmak (mi dispiace che non sia qui presente) che ha, tra l'altro (questo studioso sloveno) un altro merito: un paio d'anni fa ha pubblicato e ha ricostruito la vicenda dei paesi a preponderanza slovena sotto l'Hermada. Anche in quel caso ha utilizzato, ha fatto un attento spoglio dello Slovenec, ma anche di altri giornali quotidiani o anche testate con cadenza diversa, da cui emerge un'altra storia. Partendo da questo elemento rimane lo stupore.

Io vorrei chiudere su questa osservazione. E' curioso che nel Nordest italiano, anzi nell'estremo Nordest italiano, di Caporetto escano in continuazione testi. Qui c'è il dott. Orio di Brazzano anche lui autore di un testo su Caporetto, una storia militare uscita non da molto. C'è Camillo Pavan, ci sono anch'io, eccetera. Tre testi che escono in un anno. A livello nazionale, la produzione scientifica deve recuperare un lieve ritardo. Deve recuperare un lieve ritardo perché negli anni Sessanta su Caporetto, su una certa lettura di Caporetto si sono costruite intere carriere universitarie. E la tesi era che Caporetto prefigurava una rivoluzione. Una rivoluzione peraltro molto strana, perché le testimonianze dicevano che a un certo punto nella ritirata, nel bel mezzo dei soldati, si è trovata la macchina in cui c'era sua maestà il re e anche il generale Cadorna. Ovverossia, il cuore dello stato. Non era il “palazzo d'inverno”; questa era, diciamo, la “carrozza d'inverno” in cui però c'erano tutti lì. E i soldati, questi presunti rivoluzionari, li vedevano, si mettevano sull'attenti, li salutavano (chi riusciva a riconoscerli). Salutavano rispettosamente i rispettivi comandanti: il supremo comandante e il capo militare senza che nessuno dicesse assolutamente nulla. Difficile sarebbe stato dire qualcosa a Cadorna, ma comunque, nessuno diceva assolutamente nulla. Pur essendo armati. Sarei stato curioso di vedere, mi sarebbe piaciuto di vedere il viaggio di Nicola 2° assieme a Kerenski, diciamo nell'agosto del '17 nella ritirata delle truppe russe. Non credo che trovandosi in mezzo ai soldati russi né Kerenski né tantomeno Nicola 2° sarebbero usciti vivi. Eppure la storiografia accademica italiana, che non ha mai scritto che Caporetto è Kobarid, e che a dir il vero non ha mai segnato, da nessuna parte in nessun testo la notazione di una presenza della popolazione slovena alle spalle e in prima linea (da qui, emerge): la prima linea era cinquecento metri dalle trincee, cioè niente. Tanto è vero che una testimonianza, racconta di un genitore che aveva i campi e che quando c'era un po' di nebbia o altro — lui era dalla parte austriaca — andava a raccogliere il suo materiale. Ci sono continue testimonianze di questi contadini che andavano a lavorare i campi. E volete che se la gente va a lavorare i campi non va a fare anche altre cose? Suvvia, cerchiamo di essere realisti. Ed è questo il livello di lettura che secondo me emerge da questo lavoro.

Ma il dato più importante, ripeto, è la passione che ha guidato Camillo Pavan, e l'incredibile quantità di materiale che lui ha messo insieme. Per cui dicevo “enciclopedia su Caporetto”; se c'è una miniera, è questa. C'è una miniera di elementi. Fotografie, documenti e traduzioni. Le traduzioni sono importantissime, perché sono le prime traduzioni dello Slovenec, integrali. Secondo me anzi, sarebbe il caso, discutevamo con l'amico Spazzali, di ipotizzare una silloge, ma addirittura qualcosa di più, di questo importante quotidiano, almeno relativamente al conflitto, tenendo poi conto che questo quotidiano va avanti per i successivi vent'anni e lo si ritrova anche nella seconda guerra mondiale. E quindi è una fonte di straordinaria utilità. Ed è merito appunto di Camillo Pavan di aver portato questo e anche altri elementi per consentirci di capire meglio questa realtà bellica.

Chiudo con una osservazione: una realtà bellica che ci obbliga a due riflessioni. Proprio recuperando le testimonianze degli sloveni che Pavan ha recuperato, emerge che a un certo punto per passare il tempo gli abitanti di Caporetto quando erano tristi o altro cantavano in coro. E tra le canzoni, il testo di alcune di queste canzoni erano le poesie di Simon Gregorcic. Ora Caporetto ha appunto dato i natali a questo grande poeta, un prete, cattolico, il quale era un po' nazionalista. Mica niente di male, ma ci ricorda un fatto, senza il quale noi non capiremo nulla. Il male e il nazionalismo non è stato portato al confine italiano, al confine di Nordest dagli italiani. Se c'è un male, questo male era ben presente sul posto. Perché non c'era «il» nazionalismo italiano, c'erano «i» nazionalismi.

E a Caporetto, questi nazionalismi, hanno creato l'ambiente nel quale per trenta mesi l'esercito italiano si è sì insediato ma nel quale sono stati raccolti tutti gli elementi necessari per poi liquidarlo. A Caporetto ci hanno messo trenta mesi. Quando l'esercito austriaco, austroungarico, nell'agosto del 1914 è passato attraverso la Vojvodina per andare contro la Serbia sono bastate due settimane. In due settimane di passaggio i civili Serbi hanno assimilato tante di quelle notizie da consentire di trasmettere al comando serbo il piano integrale di battaglia del comando austroungarico e di portarli a una prima clamorosa sconfitta. Due settimane. In trenta mesi conoscevano, quando hanno attaccato, conoscevano tutto e di più. Questa è la realtà.

E' una guerra speciale, una guerra speciale che l'Italia ha subìto sulla sua pelle e poi ha avuto probabilmente difficoltà a esaltare o a far conoscere per un motivo molto semplice: perché prima di un anno, prima del novembre del '18 anche l'Italia era in grado di reagire, di reagire con estrema violenza, perché era già preparato un piano per favorire un'insurrezione nel Friuli, in base alla teoria, peraltro giustificata, che in presenza di tentativi di parte austriaca di far sorgere un localismo, una “piccola patria friulana”, era opportuno che il popolo friulano versasse del sangue per dimostrare il suo attaccamento alla patria. Il colonello Smaniotto aveva preparato i piani. Nel settembre del '18 i piani erano pronti. La previsione era di farli scattare nel '19 perché non si era ancora certi di chiudere quell'anno. Del resto questo non stupisce, perché anche in Inghilterra, Churchill stesso lo dice, per fortuna che i piani previsti per il '19 non sono stati messi in esecuzione, perché altrimenti sarebbe stato un massacro.

Infatti non sono stati messi in esecuzione nel '19, sono stati messi in esecuzione dal '39 in avanti, e questo vale per tutti gli eserciti. E questo, si è verificato nello stesso modo, anche per l'esercito italiano. Altrimenti non sarebbe comprensibile, ad esempio, la politica seguita dagli italiani nei confronti degli Ustascia, di Pavelic, quando sì ufficialmente trattavano con il Regno serbo-croato-sloveno, ma intanto favorivano una guerra speciale all'interno della Jugoslavia. E poiché non l'avevano fatto tra il 1915 e il 1917, è evidente che hanno appreso in quel momento le tecniche e poi nei decenni successivi le hanno applicate. Ma si impara così la guerra. Wellington ha imparato da Napoleone come si faceva la guerra, e poi, e poi gli ha reso la pariglia. Gli italiani l'hanno imparata fino al '17 , dal '17 in avanti hanno reso anche loro la pariglia. Vi ringrazio.

 

*

Intervento di Camillo Pavan

 

Io mi trovo un po' imbarazzato a parlare, sinceramente. Volevo ringraziare i due professori che hanno detto tutte queste parole e volevo scusarmi per non aver citato Medeot, che diceva il prof. Salimbeni prima, ma l'ha citato la professoressa Svoljsak.

Per quanto riguarda Sema, qui ci sarebbe sempre molto da discutere. E' un argomento abbastanza… Io sinceramente non sono, come si dice di uno studente, non sono preparato… E quindi me la cavo così. Certo che ha toccato dei tasti molto, molto importanti.

Dalle mie testimonianze appunto non è apparsa questa collaborazione, che pure anche Frescura diceva che questi Sloveni, io penso giustamente, dal loro punto di vista… [Dal pubblico: per cortesia un po' di voce… Sema: E' molto stanco, eh…] Io ho chiesto esplicitamente ad alcuni testimoni: «ma mi risulta che qui, in questo paese, Breginj, i civili siano insorti contro gli italiani», secondo il Frescura e secondo altre testimonianze. E loro mi hanno detto: no, mai sentito. Quindi, io ho dovuto riportare quello che mi hanno detto loro… non posso sapere tutte le cose che sai tu, quello che c'è dietro…

Mi rendo conto anche che queste testimonianze ovviamente sono i ricordi di bambini e quindi possono un po' sfumare nella leggenda, nel mito. Però fino ad un certo punto perché è noto che più si diventa vecchi, più si dimenticano le cose vicine e più si ricordano con precisione le cose lontane. E' ovvio però, altresì, che essendo bambini di sei sette anni non potevano avere il quadro della situazione e quindi il discorso che fa Sema, penso sia anche accettabile… e lui anzi ha citato una serie di fatti che penso possano dimostrarlo. Io confesso di non aver letto il suo ultimo libro; questi diecimila maledetti chilometri che ho dovuto fare in questo periodo mi hanno impedito di leggere… e ho chiuso con Caporetto; sto pensando solo a vendere il libro e purtroppo è molto difficile farlo. Comunque, quanto prima leggerò attentamente il suo libro e vedrò che certamente avrà spiegato con maggiori dettagli di quanto ha fatto questa sera, la sua tesi.

Mi permetto solo di obiettare sulla liceità o meno, che dicevi tu, della decimazione. Capisco che tutti gli eserciti l'abbiano fatto, ne sono convinto, ma non mi risulta che nei trattati internazionali dell'Aja, o erano pezzi di carta, o sono tuttora dei pezzi di carta, ma non mi risulta che fosse ammessa la decimazione o comunque la fucilazione degli ostaggi civili.

Sema: Sì, si possono prendere e anche fucilare.

Pavan: Da quello che ho letto, non mi risulta. [Dal pubblico: se uno sparava in abiti civili è… Sema: perfettamente lecito].

- Pavan: Ma questi [di Idrsko] appunto erano, a quanto mi ricordano i testimoni erano   [Dal pubblico: lo prevede il codice di guerra. Altro dal pubblico: il codice penale militare di guerra…]

- Pavan: Io ho cercato appositamente di trovare nella legislazione, sono andato a leggermi questi benedetti testi dell'Aja, ma non ho trovato [la liceità della decimazione]. Mi rendo conto che in guerra succede di tutto e quindi chiudiamola così, però a me sembra sinceramente un crimine di guerra, non una tattica, un metodo di guerra. Io la vedo così, insomma. Tu giustamente hai detto che è una pratica comune di tutti gli eserciti, una pratica però, secondo me, criminale. Perché i civili, caspita… [Dal pubblico: quando sparano, quando il civile spara, non è più civile…]

- Pavan: questi di Idrsko, da quanto risulta dalle testimonianze … [non hanno sparato]… [Dal pubblico: E' difficile che uno ammetta, «sì, sì, io ho sparato». Se è colto sul fatto, sì, beh, allora si è di fronte alla prova provata, però è difficile che uno spontaneamente venga a dire : «ho sparato»…]

Pavan: comunque, io, non essendo uno studioso di cose militari, avendo iniziato a studiare la prima guerra mondiale su un testo delle superiori quattro anni fa… ho cercato di fare del mio meglio… ho riportato quello che mi hanno detto… dove non sapevo, ho cercato di andare da persone che sapevano, come la dottoressa Svoljsak qui presente. Lì in fondo c'è il dottor Paolo Malni, se non ho visto male, che sono andato a disturbare parecchie volte, e anche lui mi ha aiutato un pochino. Io quello che ho potuto ho messo, se poi ci sono delle critiche, sono qui…

Ovviamente però, anch'io ho la mia visione del mondo, diciamo, la quale vorrebbe, perlomeno, che questa guerra benedetta… Al terzo volume, quando arriverò alla fine del terzo volume, se mai vi arriverò, vorrei domandarmi: «Come è possibile fare in modo che il demone della violenza che abbiamo un po' tutti dentro sia nei rapporti individuali, sia nei rapporti fra stati e fra etnie, come è possibile fare in modo che non si trasformi in violenza aperta, in guerra vera e propria. E' possibile questo? Questa è la domanda di fondo. E' possibile rendere tabù la guerra? L'umanità nella sua evoluzione, arriverà mai a non fare più guerre?».

Per questo ho citato anche, all'inizio, la frase di Don Milani. Non perché la condivida del tutto dal punto di vista storico, perché è un po' abborracciata, diciamo, ma perché vedo che nella sua impostazione fondamentalmente si pone questa domanda. E' giusta, è lecita la guerra?

Nel caso della prima guerra mondiale noi ragioniamo, io ragiono adesso come uomo del 1997 e dico: «non è stato giusto intervenire». Però, mettiamoci nei panni del 1914 e '15. Abbiamo visto che c'era un entusiasmo dilagante in tutta Europa, per questa guerra, per vari motivi; Mosse li ha analizzati molto bene. E non solo da parte della destra, non solo da parte dei nazionalisti, ma anche da parte della sinistra, anzi erano a volte i più accaniti, quelli della sinistra. Lo stesso Pertini, il nostro ex presidente è stato volontario di guerra, per non parlare di poeti come Ungaretti, eccetera.

Quindi sono problemi complessi. Io ho cercato, da dilettante, diciamo — però non proprio allo sbaraglio — ho cercato di informarmi il più possibile.

Ringrazio [nuovamente i relatori] delle belle parole che mi hanno detto. Ho visto qualche titubanza della dottoressa Svoljsak … ma se non vuole intervenire, non interviene [Salimbeni: ma se ha piacere…]. Avrei piacere sentire anche il prof. Malni, se ha qualcosa da dire, perché lui è un esperto, da parecchio tempo, anche sulla questione dei profughi, fra poco dovrebbe pubblicare… l'hai già pubblicato il tuo libro?

E così, io non ho altro da dire…

 

Lei dottoressa non desidera intervenire? [Salimbeni, rivolto alla Svoljsak]

 

*

Petra Svoljsak (Istituto di Storia - Accademia delle Scienze e delle Arti, Lubiana)

 

Intervento alla presentazione del libro CAPORETTO, Storia, Testimonianze, Itinerari di Camillo Pavan

 

   Trieste, Libreria internazionale Borsatti, Giovedì 27 novembre 1997

 

(Trascrizione letterale)

 

Io vorrei ringraziare il sig. Pavan perché mi ha dato l'opportunità di pubblicare un racconto di storia slovena, che è una storia slovena e italiana, in questo caso, che si è combattuta nel territorio sloveno, perché ci vivevano e ci vivono gli sloveni. Due eserciti, diciamo stranieri anche se gli sloveni facevano parte sia dell'esercito austroungarico che dell'esercito italiano. Così mi ha dato la possibilità di raccontare come ho detto un po' di storia slovena e fatti che sia la storiografia italiana, per quello che ho potuto studiarla, che la storiografia slovena fino ad ora non hanno approfondito molto. Cioè l'occupazione italiana, l'amministrazione e la gestione dei servizi civili nei territori occupati dall'esercito italiano. Questa era appunto una parte del saggio. L'altra parte parla dei profughi sloveni in Italia. Cioè profughi, la gente slovena, che l'esercito italiano ha evacuato dalla linea del fronte ed ha portato sia nei paesi vicini, a Bergogna, diciamo, anche a Kobarid, sia in tutto il territorio italiano, dalla frontiera francese fino alla Sicilia.

Come dire, era uno studio difficile, perché le fonti non erano tante, perché le fonti sono a Roma e fino adesso non è ancora del tutto possibile esaminarle. Però ci sono bastate per dare un quadro molto interessante sulla vita di ogni giorno nei territori sloveni occupati dall'esercito italiano. Questa mi sembrava una buona occasione per raccontare questi fatti anche ai lettori italiani. Adesso il mio studio lo farò presente anche ai lettori sloveni.

Però volevo intervenire già prima sui fatti di Idrsko. Questi fatti di Idrsko ancora adesso non sono chiari perché le fonti non si trovano ancora o sono a Trieste o forse sono ancora a Roma.

Il trattamento della popolazione civile durante la prima guerra mondiale non riguardava il codice penale militare, ma la convenzione dell'Aja. La quale dice (nel 1907) che la popolazione civile si deve lasciare stare, la popolazione civile non deve fare alcuna dichiarazione di lealtà verso il nuovo occupante e non si possono fare le rappresaglie collettive.

Per i fatti di Idrsko si dice che è un fatto di spionaggio, che anche i civili fucilavano i militari italiani e per questo li hanno presi e decimati. Dopo la guerra il regime italiano ha tolto le pensioni alle vedove dei fucilati perché furono considerati traditori. Però queste vedove si sono rivolte a un noto avvocato che viveva a Trieste durante la guerra, perché era profugo da Gorizia, l'avv. Tuma, che poi è andato a vivere in Jugoslavia, nel regno dei serbi-croati. Lui ha fatto l'istanza perché a queste vedove [venisse ridata la pensione]. Ha fatto la causa e l'ha vinta, perché hanno deciso che il comandante italiano era in errore, non aveva ragione… Solo questo.

Poi il problema dei civili durante la guerra e il problema delle Convenzioni dell'Aja… Io ho fatto recentemente uno studio sull'occupazione di questo governo italiano nei territori sloveni. E' interessante perché, è vero che il Segretariato Generale per gli Affari Civili che fu al comando della gestione civile dei territori occupati era obbligato a rispettare le leggi austriache, però faceva di tutto, o tanto, per portare le sue leggi nei territori occupati, perché, possiamo dirlo, perché riteneva che questi territori, comunque, sarebbero rimasti italiani. Già durante la guerra c'erano le leggi e le scuole italiane, i nomi italiani sulle vie di Caporetto, tutte tradotte in italiano, dai primi giorni dell'occupazione.

E nessuno poteva intervenire, non c'era un organo internazionale, non c'erano le Nazioni Unite, diciamo… Cioè, qui si pone un po' il problema delle convenzioni e delle leggi internazionali, che ancora, tuttora, non è che funzionino.

Comunque adesso ho fatto un discorso un po' così, perché non ero preparata. Comunque ringrazio ancora una volta il sig. Pavan, ringrazio anche i professori per avermi dato l'opportunità di intervenire e per aver parlato così bene anche della parte slovena e degli autori sloveni.

Grazie.

 

 

Prof. Salimbeni

 

Se non ci sono altri interventi…, allora vi ringrazio tutti, e – per chi è interessato — ricordo che domenica in questa stessa sala alle 17,30 presenteremo il primo numero di Nuova storia contemporanea, il prof. Agnelli e il sottoscritto. La rivista è appena uscita ed è in distribuzione in questi giorni, e si trova anche qui alla libreria.

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Ultimo aggiornamento 27/02/09