Il Sile a Treviso

dal “dimagramento” agli allagamenti

 

di Camillo Pavan

 

Il 13 gennaio 1951 il Gazzettino di Treviso in un articolo dal titolo Le acque alzate di oltre due metri per alimentare la centrale del Ponte della Gobba riporta lo sconcerto dei cittadini di fronte al nuovo evento: «Non lo si riconosce più il nostro impetuoso Sile … Le due cascatelle al Ponte Dante e alla Barriera Garibaldi hanno ceduto il posto ad una  piatta distesa d’acqua che defluisce lentamente verso il mare … Nella rete dei canali cittadini l’acqua è aumentata provocando in certi punti allagamenti ai piani bassi e agli scantinati di molte abitazioni. I pontili lungo la riviera sono sommersi e dovranno essere ripristinati perché le nostre popolane possano ancora recarsi a risciacquare i panni». Tutta una serie di guai che costituiscono «una piccola rappresaglia del Sile che si è visto sbarrare il suo gagliardo passo di secoli al Ponte della Gobba».

L’opinione del cronista è tuttora molto radicata nei trevigiani e condivisa tra l’altro da alcuni politici locali “pentiti”, come l’ex sindaco Reggiani il quale di recente ha dichiarato, dopo l’ennesima inondazione dei quartieri periferici conseguente all’ennesimo piovasco, che riconosce di aver fatto un errore quando a suo tempo votò a favore dell’erigenda centrale di ponte della Gobba la quale ora, secondo lui, dovrà quanto prima essere smantellata.

Giudizi comprensibili nella foga del momento quando si vede, puntualmente ad ogni acquazzone, allagarsi parte della città. Tuttavia, per inquadrare la questione nella sua giusta angolatura, è opportuno dare un’occhiata non alla cronaca ma alla storia, rivisitando almeno quanto accaduto nel tratto cittadino del Sile durante gli ultimi centocinquanta anni.

Il cronista del Gazzettino ricordava nel 1951 la piatta distesa d’acqua che aveva preso il posto dell’impetuoso Sile. Per il suo collega della Gazzetta di Treviso di 70 anni prima 1 era invece proprio la velocità della corrente ad aver reso drammatica la situazione del Sile nel centro cittadino. A partire dalla metà dell’800, infatti, l’acqua del fiume, a causa dell’eccessiva velocità provocata da un aumentato richiamo a valle dovuto all’abbassamento dell’alveo in seguito agli scavi di ghiaia, si era drasticamente ridotta nel tratto urbano fino a ponte San Martino 2. Era così diventato impossibile per i burci raggiungere il porto storico della città (banchina di fronte all’ospedale di S. Leonardo) e, in qualche punto, il pelo d’acqua si era talmente abbassato «che San Pietro istesso potrebbe in certi giorni dell’anno ripetere il famoso passaggio a piedi asciutti, senza destare le meraviglie neppure dei gamberi a due zampe, che di quelli eccellentissimi a quattro si è, pur troppo, estinta la razza!» 3.

Fu in quell’occasione che l’assessore ing. V. Gregori pronunciò un accorato intervento in consiglio comunale con il quale ricostruì per la prima volta l’insostenibile situazione in cui era venuto a trovarsi il Sile all’interno della città.

 

Le due briglie nel tratto urbano del Sile

 

Per rimediare a questo stato di cose (l’acqua si era abbassata di circa un metro nel trentennio 1850-1880) venne costruita nel 1886 la prima briglia attraverso l’alveo del Sile al ponte Dante 4. Lo sbarramento, se riusciva sia pure parzialmente ad alzare il livello dell’acqua fino ai mulini di San Martino frenandone l’irruente discesa, sanciva altresì, in maniera definitiva, l’impossibilità di riportare la navigazione alla sua sede storica.

Costruita la prima briglia il problema si riproponeva comunque a valle, dove la corrente continuava ad essere impetuosa. Il 24 febbraio 1901 il sindaco Mandruzzato scriveva al prefetto che «da qualche tempo si osserva essersi manifestata nell’alveo del fiume Sile presso Barriera Garibaldi e precisamente nell’angolo del così detto Bastione di San Paolo (sponda destra) un moto vorticoso dell’acqua che va minacciando la stabilità del detto Bastione in modo da richiamare l’attenzione di questo Municipio per i danni che ne possono derivare». Il 2 dicembre dello stesso anno il professor Luigi Pinelli chiedeva alla prefettura l’autorizzazione ad arginare «un campicello sito a destra del Sile subito dopo il ponte fuori della Barriera Garibaldi … perché l’acqua insidiosa minaccia di portarmi via tra pochi giorni gran pezzo della ripa ormai fortemente danneggiata» 5.

Fu pertanto necessario costruire, subito a valle di ponte Garibaldi, una seconda briglia che portò il fiume cittadino ad assumere quell’ameno carattere torrentizio che non era però “il gagliardo passo di secoli”, ma era invece un rimedio provvisorio e incompleto ad un irreparabile dissesto idrologico causato in pochi decenni di dissennati scavi di ghiaia 6.

Rimaneva ancora da sistemare il tratto da ponte Garibaldi a Casier. In questi dieci chilometri il Sile manteneva il suo regime quasi torrentizio con pelo d’acqua estremamente basso e con le barche costrette a successivi trasbordi (libi) di alleggerimento per poter essere trascinate (con la fatica e le difficoltà che ci hanno ricordato i testimoni) fino a Fiera e, sempre più raramente, fino alla banchina di ponte della Gobba.

La questione andava quindi affrontata a partire da Casier. Era da lì infatti, nel cuore del “quadrilatero delle cave”, che la navigazione iniziava a diventare difficile.

 

Il progetto Dolfin per la sistemazione del Sile presso Treviso

 

Sarà l’ingegnere capo del Genio Civile di Treviso, E. Dolfin, a redigere nel 1900 un progetto di sistemazione del Sile dalla città a Casier, che verrà due anni più tardi favorevolmente considerato anche dalla Commissione per la Navigazione Interna del Ministero del Lavori Pubblici 7.

Il progetto era inserito in un piano complessivo di sistemazione del Sile navigabile che comprendeva fra l’altro l’eliminazione dei tre vòlti più pronunciati: quello dei Vecchi fra Casier e Cendon, quello di S. Elena e quello del Palo fra Casale e S. Michele del Quarto.

Per quanto riguardava in particolare il tratto Treviso-Casier l’ing. Dolfin prevedeva la costruzione di due sostegni a conca. Proposta già ventilata da Paleocapa a metà Ottocento, ripresa poi dall’ispettore Spadon del Genio Civile e analizzata in un progetto specifico nel 1888 dall’ingegnere capo del Genio Civile di Treviso Vincenzo Canella che proponeva però un unico sostegno a conca in località Brucia Ossi, Fiera 8.

A differenza del suo predecessore, l’ing. Dolfin propendeva per la costruzione di due conche dato che un unico grande sostegno “non sembra di pratica attuazione, perché converrebbe difendere con elevatissimi argini i terreni circostanti e si verrebbero a turbare le condizioni di esercizio di tutti gli opifici fino quasi a Treviso che sono coperti di regolari concessioni”. I due sostegni del progetto Dolfin erano previsti il primo sempre in località Brucia Ossi a Fiera e il secondo al Vòlto del Rombo “a monte della confluenza del Melma e della derivazione della roggia di Casier”. Entrambi gli sbarramenti prevedevano un bacino di navigazione lungo 36 e largo 8 metri ed una diga attraverso il fiume, larga 20 m. “in muratura fino al livello di massima magra con chiusa mobile superiormente”, di tipo Poirèe,  facilmente amovibile per lo svaso delle acque in caso di piena. L’altezza del primo sbarramento sarebbe stata di 1,06 m. e quella del secondo di 1,66 m. sopra il pelo ordinario di magra. Questi salti d’acqua sarebbero stati in grado di “generare una considerevole forza idraulica facilmente utilizzabile” pari a “1108 cavalli nominali che rappresentano una vera ricchezza”.

Dolfin concludeva poi il suo progetto affermando che «entrando in questo ordine di idee ed avendo di mira nella esecuzione dei lavori per il miglioramento della navigazione del Sile di ricavare anche il massimo della forza utilizzabile, questa potrebbe venire di parecchio aumentata perché fra Treviso Barriera Garibaldi e Casier il dislivello assoluto del pelo di magra … è di m. 5,30, ed occorrendone di questi soltanto m.1,66 per la cadente del pelo navigabile, se ne potrebbe utilizzare m. 3,70 ossia un metro più di quanto è dato dai sostegni per produzione di forza senza aumentare sensibilmente la spesa e soltanto accordandosi con gli opificianti che potrebbero venire danneggiati, accordo sempre facile, potendosi fornire loro la forza che fossero per perdere in causa del maggior alzamento del pelo del fiume».

Il progetto Dolfin si perse poi nei meandri della burocrazia finché sopraggiunsero le guerre9.

 

Le due nuove centrali idroelettriche

 

Già durante l’ultima guerra, nel maggio del 1942, fu presentata la domanda dell’Elettrochimica della Carnia di costruire a monte di ponte della Gobba “uno sbarramento mobile del Sile, a tutto alveo, normale al fiume, tale da dar luogo ad un salto d’acqua di m. 1,96". La concessione, di durata sessantennale, venne accordata nel 1947. Due anni più tardi fu richiesta una variante che prevedeva l’innalzamento di altri 45 cm. del salto d’acqua: venne approvata nel 1952, a centrale già parzialmente funzionante, portando il salto d’acqua complessivo a mt. 2,41 e la potenza nominale a kwh 874  10.

Nel frattempo era in fase di attuazione anche l’altra centrale a Silea, inserita in un complesso piano di valorizzazione del fiume che aveva il suo fulcro nel costruendo porto di Silea e nel taglio dell’ansa di Villapendola-S. Antonino. La nuova centrale, affiancata dalla conca di navigazione, sorgeva a metà del taglio e fu inaugurata nell’aprile del 1954.

Con l’apertura della conca e la messa in opera della centrale di Silea si concludeva un ciclo di studi e di proposte iniziato un secolo prima, ai tempi del grande “dimagramento”. In quest’ultimo progetto furono spesi ingenti capitali nella speranza di poter fare del nuovo porto di Silea il motore del rilancio della navigazione sul Sile. Oggi sappiamo che quella speranza era contro la storia: il trasporto delle merci stava per imboccare l’asfalto delle autostrade.

 

Ma le centrali, sono o non sono dannose alla vita del fiume? 

           

Dal punto di vista idraulico gli sbarramenti delle centrali a valle della città non hanno fatto altro che riportare le quote del fiume ai livelli precedenti, o di poco superiori, al drastico “dimagramento” di metà Ottocento. Oggi infatti sarebbe in teoria nuovamente possibile, se ci fosse una conca a fianco della centrale di ponte della Gobba e non ci fossero le due briglie sul letto del fiume, arrivare al porto cittadino di San Leonardo con barconi di tonnellaggio pari o superiore di quelli “storici” (fino a 2000 o più quintali) 11. Sotto questo aspetto le centrali hanno quindi rappresentato un positivo fattore di riequilibrio idrologico.

Dal punto di vista ambientale resta invece il problema dell’interruzione della risalita dei pesci. A differenza di quella in vigore all’epoca della costruzione degli impianti, la legislazione attuale prevede infatti, giustamente, la costruzione di apposite “scale di monta”. Purtroppo però le centrali di ponte della Gobba e di Silea, come pure quella di S. Martino, non hanno ancora provveduto a mettersi in regola.

Qualcuno accusa le centrali a valle della città di rallentare il deflusso degli escrementi dei trevigiani. Questo è parzialmente vero. Ma ancor più vero è che una città come Treviso è, di fatto, ancor oggi vergognosamente priva di fognature, forse per una specie di nemesi storica nei confronti della vicina Dominante che attinge parte della sua acqua potabile a Quarto d’Altino.

 

L’innalzamento del livello del fiume, impedisce il deflusso delle acque in caso di piena?

 

Per quanto riguarda gli allagamenti che avvengono a monte della città, è noto che essi sono causati dall’onda di piena che converge dai vari canali dell’alta pianura sul Botteniga, il quale al suo ingresso in città allo storico Ponte de Pria (viale Cairoli) ha una quota di m. 11,70 circa sul livello medio del mare. Dopo aver attraversato il centro cittadino (con i tre Cagnani, il canale delle Convertite e la fossa esterna delle mura), le acque del Botteniga confluiscono nel Sile, che nel tratto fra San Martino e Ponte della Gobba ha un livello decrescente da 8,85 a 8,58 m.s.m. Ci sono quindi circa tre metri di dislivello fra l’ingresso del Botteniga in città e la sua confluenza nel Sile. Tre metri che dovrebbero garantire un tranquillo deflusso dell’acqua visto che essa, fino a prova contraria, corre dall’alto verso il basso e visto che la centrale di Ponte della Gobba è presidiata e il suo livello di 8,58 m. viene mantenuto comunque anche nei momenti più critici. 

Per la zona a sud del capoluogo invece, la centrale di San Martino crea indubbiamente dei problemi oggi come, per secoli, ne hanno creato i mulini omonimi, soprattutto con la pratica del buttà. Per procurare l’innalzamento di 25-30 cm. del pelo d’acqua fra S. Leonardo e S. Martino, favorendo così la risalita dei burci fino a quei mulini, era infatti consentito ai mugnai di trattenere l’acqua a monte dello sbarramento per poi aprire le paratoie tutto d’un tratto. Frequenti erano, in caso di maltempo, gli allagamenti che tale pratica procurava soprattutto alla strada di S. Angelo, specie all’altezza dell’attuale passaggio a livello per S. Zeno, dove corre vicinissima al fiume 12.

Nel 1947, all’epoca del rinnovo della concessione all’Anonima Elettrica (Saet), ci furono petizioni al Genio Civile e lettere alla stampa affinché il livello del salto d’acqua fosse abbassato da m. 2,15 a m. 1,80. La proposta non fu accolta, malgrado avesse trovato d’accordo un ispettore del ministero dei LL.PP. venuto in sopralluogo 13.

Se si vuol continuar a mantenere l’attuale livello della centrale bisognerebbe provvedere alla modifica del suo impianto di scarico in modo che, in caso di piena, le paratoie riescano ad abbassare il livello dell’acqua a monte. Soluzione tecnicamente possibile e già attuata a ponte della Gobba e a Silea. Potrebbe inoltre rappresentare un valido aiuto una migliore utilizzazione del canale della Polveriera (che si dirama sulla destra del Sile all’altezza della sede del Genio Civile). Indispensabile sarebbe infine, a monte della centrale e almeno fino ai mulini di Mure, la rimozione degli abusivi interramenti di palude (che in certi punti hanno vistosamente “incanalato” il fiume, riducendone la sezione) e un dragaggio dell’alveo.

 

Le cause degli allagamenti

 

Per quanto riguarda gli allagamenti “da acquazzone” la causa principale va ricercata nel territorio del bacino del Sile, che è stato sottoposto in questi ultimi decenni ad un’urbanizzazione selvaggia e scriteriata, che ha intaccato con tombinature abusive anche l’antica rete di canali d’irrigazione e di scolo provenienti dal Piave. Una rete, va ricordato, che ha avuto fra i suoi ideatori Fra Giocondo e che ora vari uffici tecnici comunali della cintura trevigiana, a monte della città, hanno con colpevole superficialità manomesso. Se a questo si aggiungono la mancata manutenzione degli stessi canali, la cementizzazione di porzioni sempre più vaste di campagna, lo sradicamento di siepi ed alberature, la bonifica dei residui tratti paludosi con la loro essenziale funzione-spugna, è facile capire che l’onda di piena, non più diluita, rotola come una valanga senza ostacoli, riversandosi improvvisa e violenta nell’imbuto rappresentato da Botteniga, canali cittadini, Sile.

Cento anni dopo il “dimagramento” del Sile, la città di Treviso viene così ancora una volta a pagare le conseguenze di una politica miope nei confronti della risorsa-ambiente, con buona pace di chi vorrebbe che la storia fosse maestra di vita. Scaricare tutte le colpe sulle centrali, oltre che  ignoranza dei termini della questione, è malafede e ricerca di un facile alibi da parte di chi per anni ha gestito la politica del territorio (ammesso che mai ci sia stata una “politica del territorio”).

Riguardo invece agli allagamenti originati da perturbazioni di maggiore durata ed intensità e concomitante difficoltà di deflusso in mare a causa di alta marea e venti contrari (es. il 31 gennaio-1 febbraio 1986), il problema è ancor più complesso. In queste occasioni infatti, ferma restando la validità della cause sopra accennate, bisognerebbe andare per un momento a quanto diceva il buon matematico Montanari nel 1683, criticando “a futura memoria”, visto che la decisione era già stata presa, la diversione del Sile nel Piave attraverso il taglio Portegrandi-Caposile. E non è un caso che solo dopo la rottura dell’argine destro del taglio verso la laguna, nel 1966, questi allagamenti nel tratto inferiore del Sile siano decisamente diminuiti di numero.

 

 

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1 11 maggio 1881, riportato in Gustavo Bucchia, Considerazioni sul dimagramento del fiume Sile in Treviso, Venezia, 1882, p. 10.

2 Sugli scavi di ghiaia a valle (zona Casier-Melma) quale causa principale dell’abbassamento del pelo d’acqua a monte, vedi anche Sull’abbassamento di letto del Sile in "L’Archivio domestico", Treviso, anno VIII, 4 giugno 1874, pp. 194-96.

3 Gazzetta di Treviso, 11 maggio 1881.

4 Brevedan, 1913, p. 40. La spesa per la costruzione della briglia fu di £. 220.000. CNI, Relazione Generale 1903, pag. 51

5 Le due testimonianze sono in Archivio di Stato Treviso, Prefettura II serie, b 1698.

6 La briglia, dal costo di 87.000 lire, fu costruita verso il 1912                 con provvedimento del Magistrato alle Acque, nel quadro della sistemazione dell’alveo del Sile fra il ponte Garibaldi e la svolta Manganello, oltre che davanti al porto Makallè. (Brevedan, 1913, p. 66).

7 Che lo pubblicherà in allegato alla Relazione 1a , pp. 79-94.

8 Fra i capisaldi 3 e 4 della carta Sistemazione del Sile presso Treviso. (Allegata al progetto del 1900).

9 Un altro progetto fu redatto nel 1906 dall’ing. G.B. Celotti (Brevedan, 1913, pp. 64-66 e carta allegata). Il progetto Celotti prevedeva ben nove tagli (di cui il primo sarebbe dovuto essere quello dell’ansa di Villapendola) al fine di     eliminare tutte le principali curve del fiume ed abbreviare di                 oltre 19 km. la distanza fluviale fra Treviso e Venezia. Allo scopo si sarebbe dovuta potenziare la via del Sioncello, allargando adeguatamente il sostegno di Trepalade.

10 Ugo Marchesi, Le concessioni elettriche sul Sile a Treviso, Comunicazione alla Conferenza sui problemi dell’ambiente, III sessione: Il sistema delle acque, Comune di Treviso, 1988.

11 Ovviamente se il fondo del fiume venisse sottoposto a regolari operazioni di pulizia e dragaggio. Nei pressi del distretto militare (riva destra) la sua profondità è comunque di circa 2 m. Un burcio di grossa portata (2000 q.li) ha un pescaggio di mt. 1,70 ca.

12 C. Pavan, Drio el Sil, 1986, pp. 69-70.

13 Lettera di Enrico Manoni a Il Gazzettino (edizione Treviso) del 21 settembre 1951.

 

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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume

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Ultimo aggiornamento 12/01/09