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Camillo Pavan ha saputo scrivere una storia esemplare del Sile che pare stilata da uno di quegli amanuensi dei momenti oscuri che chiusi nelle loro celle trasmettevano la sapienza antica, salvando così pagine altrimenti destinate alla distruzione e all'oblio. E se certe memorie del fiume si conserveranno nel tempo, lo dovremo a lui. Perché in questa nostra epoca di approssimazione e di costante consumo di tutto, egli ha saputo cogliere, aiutato dalla sua equipe di ricercatori, una somma di informazioni che compongono un quadro completo del fiume dalla preistoria ad oggi, visto nel suo ecosistema, nelle sue tradizioni, nel suo ambiente in rapporto agli uomini.
Come un lungo racconto il libro si snoda fra la memoria delle presenze umane dei millenni passati, la sacralità delle acque espressa in leggende, magie, storie di alberi e dei loro spiriti, fuochi, greggi, feste rustiche, canzoni, scandite nelle lunghe navigazioni fino alle lagune e al mare.
Nel tempo il Sile, entità fluida e vivente, ha subito mutamenti, l'antica libertà delle acque simile alla spensierata infanzia, è stata lentamente e progressivamente imbrigliata dagli argini, deviata in canali e chiuse, antichissime industrie molitorie sono sorte, la pesca ha alimentato gli abitanti delle rive che avevano una duplice dimora, a terra e sulle grandi barche onerarie tirate da buoi lungo le restere. In quel lento navigare il barcaro-contadino poteva vedere le canne che avrebbe tagliato per usare come strame, i vimini utili per intrecciare stuoie e legare le viti e l'argilla sulle sponde erose, da cui avrebbe impastato i mattoni e le tegole per la sua casa e altri ne avrebbe accumulato per vendere a Venezia o nella lontana Dalmazia. Così per mezzo del fiume, placida strada senza interruzioni o tempeste, si poteva comunicare con uomini d'altre acque e di altre terre.
Risulta dal libro, dalla quantità di dati, il ricco corpo del fiume con la sua acqua dalle mille lingue, misteriosa nella sua trasparenza e nella sua imprendibilità, acqua prima madre degli uomini come dice un antichissimo ideogramma.
Il Sile di Camillo Pavan, ricco di mappe, di foto, di notizie, di tabelle, di bibliografia può essere considerato un libro pilota nella storia dei fiumi, un libro esemplare nella sua documentazione soprattutto nella sua chiarezza. Esso dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole e in altre regioni con l'augurio che altri studiosi seguano il suo esempio, sugli altri fiumi italiani.
(Febbraio
1989)
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Mi
piacerebbe poter dire che, nella preparazione di questo libro, mi sono
mosso come un esploratore alla ricerca di un mondo scomparso. Ma la parola
"esploratore" rischia di far sorridere, usata nei confronti di
un fiume di neppure 85 chilometri, che scorre pigro nel cuore
dell'opulenta campagna veneta.
Dirò allora che ho voluto essere un cronista che, taccuino e macchina
fotografica alla mano, se ne è andato in giro per il Sile, in barca e
barcone o, lungo gli argini, a piedi e in bicicletta. Attento a cogliere i
segni antichi del lavoro e della presenza dell'uomo, interrogando e
ascoltando gli anziani abitanti del fiume, i barcari, i pescatori, i
contadini delle rive; testimoni tutti della violenta trasformazione di
questi ultimi tre decenni.
Contemporaneamente, armato sempre di taccuino e macchina fotografica, ho
frequentato archivi e biblioteche, cercando di trovare nelle testimonianze
scritte e iconografiche dei secoli scorsi quanto potesse farmi meglio
capire la realtà attuale. La realtà di un fiume che scorre anonimo e
vilipeso da inconsulte attività produttive che ne hanno per lunghi tratti
sconvolto l'aspetto originario.
Non ho agito da "vero ricercatore". Confesso di non essere
riuscito a pormi al di sopra della materia, per meglio osservarla ed
analizzarla con scientifica freddezza. Confesso anzi di non averci neppure
provato. Perché in un paesino lungo questo fiume ci sono nato; e la
storia del fiume è anche la mia storia.
Da
bambino, quando vivevo in un universo che spaziava fra i campi di casa e
la vecchia chiesa in riva al fiume, Sile era per me sinonimo di fiume. Un
po' più grandicello, quando mi allontanai per la prima volta dal paese,
rimasi profondamente stupito, e quasi offeso, che poco lontano da casa ci
fosse un altro Sile (il Piave) che addirittura era più grande del mio.
Non parliamo poi di quando, a scuola, scorrendo curioso le graduatorie dei
fiumi più lunghi, sul libretto rosso del Calendario-Atlante De Agostini,
invano cercavo il mio Sile, il più piccolo tra i fiumi, già piccoli,
d'Italia.
Sono passate molte stagioni da allora e nel frattempo anche il mio piccolo
Sile è stato rivalutato. "E' il più lungo fiume italiano di
risorgiva"; questo è un record che nessuno gli può togliere.
Qualcuno anzi si azzarda a dire che è il più lungo fiume di risorgiva
d'Europa, e qualche altro, con audacia, il più lungo del mondo. Ma il
Calendario-Atlante De Agostini non ha ancora provveduto a stilare queste
graduatorie; mi accontento quindi della prima affermazione.
Al
di là delle dispute geografiche resta comunque la realtà di un fiume che
(come tutti, a dir il vero) ha profondamente inciso la vita e la storia
degli uomini. Il Sile tuttavia, forse più che altri corsi d'acqua,
proprio per il suo carattere di risorgiva e quindi per la sua portata
costante, che ha sempre garantito la navigabilità e lo sfruttamento
dell'energia idrica, è un concentrato delle attività dell'uomo in
simbiosi col fiume.
Non a caso ci sono testimonianze della presenza umana sulle sue rive
risalenti a seimila e più anni prima di Cristo. Non a caso in età romana
si sono sviluppate sulle sue sponde le città di Altino e Treviso. Non a
caso più tardi, nel medioevo e in età moderna, il Sile e la sua capitale
Treviso hanno sempre ricevuto tante attenzioni da parte della potente
Serenissima. Non a caso, ancora nella prima metà di questo nostro secolo,
il Sile con i suoi pochi chilometri navigabili era, questa volta sì, al
quarto posto in Italia nella classifica delle merci trasportate per via
fluviale.
L'intensa attività dell'uomo dentro e lungo il fiume, per me è stata una
scoperta. Una scoperta che mi auguro possa fare anche il lettore.
Allo scopo, ho voluto fornire nel libro, oltre a notizie di natura
geografica, scientifica e storica, anche delle indicazioni pratiche. Esse
vanno dall'indispensabile viaggio in barcone (che da Treviso permette di
giungere via acqua a Venezia) agli itinerari sugli argini (nel medio-basso
corso del Sile) a quelli tra campi, paludi e vecchi mulini (alla ricerca
delle sorgenti).
Ripercorrere
oggi questi itinerari, così lontani da quelli esotici del consumismo
turistico, penso sia un modo per ritrovare la nostra storia, e il suo
lento fluire di millenni lungo la via del fiume.
Camillo
Pavan
S.
Angelo sul Sile, 1 marzo 1989
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