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Alle
Porte del Sile
di Camillo Pavan
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Portegrandi Fino
al 1683 Portegrandi non esisteva. Esisteva invece un’osteria in località
Bocca di Valle, che vediamo raffigurata in un disegno del Sopraintendente alla diversione del Sile Moscatelli. Cosa ci facesse
un’osteria in quel luogo è facilmente immaginabile, dato che la zona
era posta a cavallo fra le
terre alte e la palude, fra i campi seminati e la valle: in “bocca” di
valle, appunto. A
quei tempi l’osteria era qualcosa in più che un semplice spaccio di
vino: era un punto di riferimento e di rifornimento alimentare per i
barcari del fiume, i contadini delle campagne e i rari abitanti delle
valli. Fu
con il taglio del Sile che, attorno alle “porte nove”, si formò un
primo sia pur esiguo nucleo abitato. All’osteria, che fu spostata a
monte della conca, si aggiunse la casa dei portinari e degli addetti al
dazio e alle “bollette”. Qualche anno più tardi venne eretta anche la
chiesa, piccola, poco più che un oratorio, e intitolata alla Madonna del
Carmine 1. Il
sorgere di questo modesto nucleo abitato non migliorò comunque la realtà
del luogo che, anzi, venne compromessa dall’apertura del taglio e
dal conseguente impaludamento anche di terreni che prima erano
fertili. Il catasto napoleonico è al riguardo estremamente preciso: fra
Trepalade e Portegrandi, all’inizio dell’800, ci sono complessivamente
diciannove costruzioni, comprese le due osterie, le due case della ricettoria
di finanza e una del guardian
delle porte. Il che vuol dire che per tutto il restante territorio di
12,61 Km2 rimanevano 14 case: circa una ogni Km2. Una
desolazione fatta di valli palustri e di malaria; un posto da cui stare
alla larga. Verso
gli anni ’30 del secolo XIX cominciarono, nella zona di Altino-Trepalade,
i primi tentativi di bonifica 2,
ma il territorio di Portegrandi sarà gradualmente recuperato alla
fertilità solo a partire dall’inizio di questo secolo. Artefici i
Veronese, originari da Montecchio Vicentino, che nel 1905 acquistarono le
campagne dai mantovani Forti 3. Mano
a mano che i terreni venivano strappati alla palude, si iniziavano a
costruire anche le case; poche, sparse, e abitate dalle tipiche e numerose
famiglie mezzadrili. Fulcro del paese resterà comunque, anche con il
progresso “morale e civile “ di tutta la zona, la conca di
navigazione, con le sue porte, alle quali confluiva il traffico fluviale
da (e per) Venezia. E
assieme con le porte il vero cuore pulsante del paese continuava ad essere
l’osteria. La chiesa invece aveva poca importanza; vi veniva alla
domenica un prete a dir messa, ma non era parrocchia. All’osteria
facevano capo le due anime del luogo: quella antica dei barcari, naviganti
senza radici e quella recente dei mezzadri. Non era una coesistenza alla
pari. Per quanto sfruttati, per quanto conducessero una vita dura e in balìa
degli elementi e di esosi impresari, i barcari scesi dal burcio ed entrati
in osteria erano pur sempre dei signori. Debiti raramente ne lasciavano e el
franco per il litro di vino non mancava mai. Non era così per
braccianti e mezzadri che all’osteria ci andavano soprattutto per stare
in compagnia e, più che bere, si limitavano a guardare i barcari che
bevevano e facevano baldoria, visto che loro non sempre riuscivano a
pagare il conto della spesa. Dell’osteria
di Portegrandi in questo secolo ci parla Dante Marchetto (classe 1910) che
vi ha passato una lunga stagione della sua vita, a partire dagli otto anni
di età, e che ben a diritto può dire di essere stato testimone e
protagonista ad un tempo della storia recente di questa strategica località
alle porte del Sile. Marchetto ricorda il periodo fra le due guerre,
quando per la conca passavano una media di trenta-quaranta e a volte
cinquanta burci al giorno. Era quella anche l’epoca della “battaglia
del grano”, quando raggiunse il suo apice
un’economia agricola basata prevalentemente sulla mezzadria e
sull’impiego del gran numero di unità lavorative che caratterizzavano
le famiglie patriarcali. Ma
Dante ha vissuto anche l’inarrestabile e rapido declino del paese,
iniziato quasi all’unisono con l’espulsione dalle campagne dei
mezzadri e, dal fiume, dei barcari. Un’epoca tramontava per sempre, in
quei “favolosi” anni Sessanta e Dante Marchetto — oste, casoìn
e animatore della vita di Portegrandi — che quell’epoca l’ha vissuta
nell’osservatorio privilegiato della sua osteria, ci aiuta a capirla. L’osteria da
Marchéto Era
il 1918, la guerra era appena terminata e paron Veronese volle premiare la
fedeltà di chi lo aveva servito in quegli anni difficili, quando pochi
erano rimasti nelle case di Portegrandi. Un
giorno chiamò nell’ufficio (el
mesà) Giuseppe Momi
Marchetto, il padre di Dante. «Senti
Momi, gli disse, varda che mi me ricordo che ti te sì stà qua e te me ga
tendùo a agensìa. Ghe sarìa libera a ostaria dee Porte o, se te vol, de
ndàr far el sorvegliante so a filanda de Casal; varda
ti» ( … guarda che mi ricordo che sei rimasto qui a vigilare
l’agenzia. Ci sarebbe libera l’osteria delle Porte o, se vuoi, ci
sarebbe da fare il sorvegliante alla filanda di Casale). Momi non ebbe
dubbi e scelse l’osteria. All’epoca
il locale sorgeva più a sud di dove si trova ora ed era anche molto più
vicino alla conca (proprio di fronte all’attuale edificio del Magistrato
alle Acque), tanto che quando passava un carro carico di strame,
proveniente dalla palude di Ca’ Deriva, dovevano chiudere porta e balconi,
per permetterne il transito. Quando la famiglia Marchetto, padre madre e
cinque figli (due femmine e tre maschi) vi entrò, l’osteria era
completamente priva di ogni arredo. Bisognava darsi da fare. Per
i bicchieri si arrangiarono con le scatolette di carne vuote, lasciate dai
soldati, alle quali smussarono il bordo e applicarono un manico col fil di
ferro. Più tardi trovarono le “misure” in terracotta — da mezzo
litro e da litro — per il vino, che compravano da Veronese. Nel
frattempo i prigionieri ungheresi che avevano lavorato in agenzia (fra i
quali Dante ricorda Kociss, un
falegname particolarmente bravo), prima di tornare a casa avevano
costruito un banco mescita in legno. Così
l’osteria riprese il suo ritmo normale. Ma «gaémo
fato na vita noantri», ricorda Dante, «na
vita in ostaria … robe da schiavi!». (Abbiamo fatto una vita noi,
una vita in osteria … robe da schiavi!). Sempre pronti a smussare le
tensioni, ad evitare che il clima si surriscaldasse, sempre a disposizione
di una clientela difficile come quella dei barcari. Perché l’osteria di
Portegrandi era come un porto di mare. «Ghe
iera comacesi, da Codigoro, mantovani, padovani, furlani, da Motta,
… ». All’osteria
i barcari sostavano in attesa dei cavalli, se dovevano risalire il fiume,
e della marea e del vento, se dovevano proseguire per la laguna. Di solito
partivano verso l’una o le due di notte «e
ora i alsàa ste vée e co l’andamento dell’aqua in ndàa ‘so´»(allora
alzavano queste vele e con l’andamento dell’acqua andavano in giù,
verso la laguna). In
attesa del vento nei tavolini dell’osteria il vino e, in stagione, la
birra, correvano a litri; si giocava a carte e si cantava. A volte
scoppiavano delle risse furibonde, come è normale in ogni osteria di
porto; frutto inevitabile del vino o di mai sopiti rancori. Ma erano
episodi tutto sommato isolati, causati da alcuni personaggi che l’oste
ricorda ancora con un misto di disprezzo unito ad una certa qual
ammirazione per le imprese di cui erano capaci. Un
personaggio negativo emerge fra i tanti, il più temuto: Cocotti, un padovano. Guai a dargli contro. Era un baruffante nato,
ce l’aveva sempre con tutti. Se c’era lui quasi sicuramente la serata
degenerava e dai normali toni alti della taverna da barcari era
inevitabile scivolare nella rissa. Allora Cocotti
si scatenava: “el ièra un demonio
…”. A Marchetto in questi casi non restava che spingere fuori i
contendenti, per evitare almeno che danneggiassero il locale … ma non
sempre ci riusciva. Il
passatempo preferito dai barcari, quello che li inchiodava attorno ad un
tavolo per ore e ore, era il gioco delle carte, le immancabili Trevisane da 52. Ed erano giochi dagli strani
nomi, ormai in gran parte scomparsi dal repertorio d’osteria. Il
più appassionante, accompagnato da un inevitabile strascico di bestemmie,
pugni sul tavolo, contestazioni, ed alte grida (“cuso!
…”, “vada! …”, “baratto!…”), era la Jija
Grèga, che già nel nome ha chiaramente indicata la sua origine: le
città della Grecia raggiunte dai marinai veneziani. E non a caso tale
gioco era diffuso soprattutto nel Veneziano e nel Trevigiano, specie nei
paesi lungo il Sile raggiunti dai barcari. Si tratta (perché in qualche
paese, ad esempio a Casale, si gioca ancora) di un gioco molto simile al
poker (el poker dei poaréti),
basato tutto sul bluff e sulla lestezza di parola. Molto giocato era anche
il madrasso, una specie di
“tressette col trionfo”. Largo seguito avevano inoltre el
tredesón, el scaraboción, el
scarabociéto (quest’ultimi due soprattutto fra i barcari di Noventa
di Piave); mentre i pellestrinotti preferivano el
scontro. Meno giocati erano invece briscola e scopa. Se
la giornata era bella o era ancora chiaro, molti giocavano all’aria
aperta: bàe e borèa. Dietro l’osteria c’erano ben tre campi di bocce e tre di
borella. Spazio ce n’era per tutti. A
volte capitava quello giusto, e allora ecco che da un angolo s’innalzava
un canto solitario, cui ben presto si aggiungeva tutto un coro. Canti
d’amore o di vita marinara, nei quali era specialista Romeo Nordio da
Casale. Ma anche pezzi d’opera che intonati dai fratelli Benetton di
Fiera evocavano nello sperduto paese ai margini della laguna gli amori di
Otello e Desdemona e degli altri eroi del melodramma. Quando poi il
tallone di ferro del fascismo lasciò spazio alla nuova stagione della
democrazia ecco che più di qualche volta s’intonava il coro di Bandiera
Rossa, un vero cavallo di battaglia per una categoria che
istintivamente tendeva al
rosso. In
quel porto di mare ogni tanto si affacciava spaurita anche l’altra metà
del paese, i braccianti, i mezzadri, quasi pesci fuor d’acqua fra tanto
sfoggio di potere d’acquisto. «Quei de e Porte, i braccianti, poaréti, i se toéa un pachéto de
tabaco moro e co na laméta i fasséa i tochetìni par spartirse fra fradèi
e i vardàa sti barcari che magnàa e beéa e ‘sogàa a carte».
(‘Quelli delle Porte’, gli abitanti di Portegrandi, i braccianti,
poverini, si compravano un pacchetto di tabacco nero e con una lametta
facevano dei pezzettini per dividerselo tra fratelli e poi stavano lì a
guardare questi barcari che mangiavano, bevevano e giocavano a carte). Anche
fra i barcari comunque c’era una netta divisione; non tutti potevano
permettersi di frequentare l’osteria. Potevano farlo i capibarca (paronàti),
non certo i morè (i ragazzi di
barca) o i marinèri. Ma il
carattere del barcaro era generalmente poco incline alla tristezza e alla
malinconia e anche senza un soldo, marinèri e garzoni sapevano come far
passare in allegria le ore di sosta. Dalla barca di qualcuno sbucava come
per incanto una chitarra, e un fiasco di vino iniziava a girare. Il tempo
correva veloce, finché arrivavano il vento buono e la marea giusta e i
capibarca uscivano dall’osteria. Allora
si partiva nella notte lasciandosi alle spalle le Porte del Sile. Il cinema San Marco
All’inizio
era una sala da ballo. O meglio, un capannone per coprire la piattaforma
in legno su cui si ballava. Perché tutto partì da lì, dalla piattaforma
per il ballo che Dante Marchetto ebbe l’idea di sistemare dietro
l’osteria, appena finita l’ultima guerra. «Ma
a ièra na vita da morir, métar su i tendoni co piovéa, ndàr in sérca
de canèe drio e maresàne par quèrsar el legno, si no el se incurvàa,
col sol … ». (Ma era una fatica da morire, mettere i tendoni quando
pioveva, andare in cerca di canne palustri per coprire il legno,
altrimenti si piegava, quando c’era il sole, … ). Allora,
lui e suo fratello Romano decisero di coprire stabilmente la piattaforma.
«Sémo ndài da Caberloto, gaémo
parlà col paronsin e se gaémo fato portar i foratoni, co e barche».
(Siamo andati alla fornace Caberlotto, abbiamo parlato col paronsin e ci siamo fatti portare con le barche i foratoni). In
breve tempo la piattaforma diventò una sala da ballo. Erano
quelli gli anni (si era verso il 1949) della grande passione popolare per
il cinema, che i parroci dei paesi cercavano di tenere sotto controllo
possibilmente con proprie sale o quanto meno con il foglietto del Centro
Cattolico Cinematografico immancabilmente affisso alle porte delle chiese.
(Ricordate i suoi implacabili giudizi? Per
tutti, Adulti, Adulti con riserva, Sconsigliato, Escluso). A
Portegrandi capitò un giorno un signore (Dante non ne ricorda più il
nome) proveniente da Lazise sul Garda, che si era già messo in contatto
col parroco monsignor Pasquini. Chiese d’affittare il locale per
proiettare dei films al sabato e alla domenica; avrebbe pensato lui per la
licenza. Affare
fatto. La licenza arrivò in breve tempo («el
ièra uno dea democrassia cristiana») e così anche Portegrandi
poteva dire di aver il suo cinema, al quale Dante diede un nome veneziano
per eccellenza: Cinema San Marco. Al
sabato arrivava quello da Lazise con le pellicole sotto il braccio: in
treno fino a Mestre e poi in corriera fino a Portegrandi. La gente
accorreva in gran numero: «gaémo
dovuo far do entrate pa farli entrar tuti». Ma c’era un particolare
di cui l’uomo delle pellicole non aveva tenuto conto. «Qua
i ièra tuti bestemadori,
come turchi», ricorda Dante. E quando alla sera, prima di iniziare lo
spettacolo, il gestore del cinema si sedeva a mangiare, il suo animo
delicato più aduso al latino della liturgia che al linguaggio di taverna,
inorridiva. Così
resistette per poco tempo e ad un certo punto disse a Dante «Marchéto,
volo comprar a machina ?». «A
ièra na Cinemeccanica
Quarta, una dee mèjo, e mi go dito de sì». Da allora Marchetto gestì
in proprio il cinema San Marco, con crescente successo, affittando
talvolta la sala a compagnie di attori girovaghi, di prestigiatori, ecc. Il
cinema di Portegrandi resistette bene anche all’urto dei primi anni
della televisione, tanto che nel 1965 Dante Marchetto decise di trasferire
il San Marco nella parte nuova del paese, vicino alla chiesa.
Costruì
una sala moderna, così grande e bella, che i rappresentanti, quando
venivano per noleggiare le pellicole, si stupivano e gli chiedevano come
fosse riuscito ad aprire un cinema così grande in un paese tanto piccolo.
Ma
era il canto del cigno. Ormai, oltre alla televisione, aveva fatto la sua
comparsa l’automobile, una per ogni casa. Per i cinema di paese era
tempo di chiudere, non di aprire. A sagra
de e Porte Da
tre mesi era finita l’ultima guerra. Mancava di tutto, ma non la voglia
di vivere e di dimenticare. L’oste ed un gruppetto di abitanti di
Portegrandi pensarono di
ripristinare la sagra del paese che, per un voto ai tempi del colera, si
svolgeva alla seconda domenica d’agosto. Il
primo problema era di trovare l’elettricità per muovere le giostre e
illuminare la festa. Dante Marchetto si recò a Venezia a parlare col capo
della “Cellina” (la società che forniva l’energia elettrica) ed
ottenne di potersi provvisoriamente allacciare all’unica presa di
corrente all’epoca esistente in paese: quella della conca di
navigazione. Fu uno spettacolo indimenticabile, con luci, banchetti,
giostre e fuochi d’artificio a rischiarare la lunga notte d’agosto sul
fiume. Da
allora ogni anno la sagra crebbe d’importanza. Andare alla sagra ae Porte era un obbligo per gli abitanti dei paesi vicini. Frotte di
ragazzi in bicicletta giungevano da Mogliano, Gaggio, Marcon, San
Liberale, Croce, Musile, Caposile, ecc. Quarengo,
el portinaro, addobbava il
perimetro della chiusa con palloncini di carta colorata dentro i quali, su
telai di legno, veniva messa una candela: una fantasmagoria di luci e
colori che durava tutta la sera. Gli
organizzatori, con in testa l’immancabile Dante, all’avvicinarsi del dì
de a sagra provvedevano a girare per le case del paese, a schèi.
Chi poco, chi tanto nessuno negava l’offerta. Così
si potevano organizzare gare di corsa, podistiche e ciclistiche;
l’immancabile gara dei sàndoi,
con le barche che andavano fino al passante,
poi tornavano al ponte girevole della statale triestina, e da qui
iniziavano lo sprint finale fino alle porte. Inutile dire che erano i
buranelli a farla quasi sempre da padroni. Non mancavano neppure le gare
di nuoto, organizzate dalla Reyer di Venezia, con partenza e arrivo alla
conca, dopo aver toccato l’argine sinistro del Sile. Il
pezzo forte era il coro dei buranelli. «I
fasséa de chei cori che a ‘sénte stava cussì a scoltarli». E per
concludere in bellezza, gli immancabili fòghi
sul Sile. Erano
due giorni di festa grande durante i quali l’osteria alle Porte non
riusciva a seguire tutta la clientela, “anca
se gavéimo quatro-sinque camerieri”. Allora veniva concesso uno
spazio per un bacaréto, un
banco per la mescita del vino e piatti tipici, gestito dal proprietario
dell’osteria sulla Triestina. Da
una ventina d’anni la sagra si è trasferita di là, nella parte nuova
del paese. E’ ben fatta, organizzata da un comitato volonteroso ed
efficiente. Ma della vecchia sagra dee
Porte non ha più nulla. Neppure la data. El capo
dei sindacati Il
mezzadro Narciso De Luca un bel giorno, stanco dei soprusi del suo
padrone, prese il coraggio a due mani, salì in corriera e andò a Mestre,
alla sede del sindacato fascista. Giunto
in ufficio iniziò a spiegare i suoi problemi a un sindacalista. Questi
gli disse di attendere un po’ che lo avrebbe fatto parlare col capo. «Ma
chi éo el capo dei sindacati?», chiese De Luca. «El
commendator Veronese», rispose il sindacalista. «Ben
ben, e ora vègne un fiantìn pi tardi» ( ... allora vengo un
po’ più tardi), gli disse Narciso «e
el ga ciapà a scàea, e el
‘sé scampà via subito» (
… prese la scala e scappò subito). Il capo dei sindacati era anche il
padrone della sua terra. Reclamare voleva dire esser cacciati dalla canpagna. L’episodio
rende l’idea di quali fossero i rapporti fra contadini e padroni a
Portegrandi. El paron era lui,
il commendator Veronese, e guai a metterglisi contro. Ci avevano provato,
nel ’20, le Leghe Bianche con a capo il padre del parroco de San
Micièl. Una volta attesero el
paron alla stazione di quel paese e lo fecero camminare in testa ad un
corteo di contadini con la bandiera bianca in mano e descapinèe
(scalzo). Lo fecero marciare così fino al cimitero e poi lo lasciarono
libero. Col
fascismo il commendatore avrà modo di rifarsi ampiamente dell’onta subìta
e, oltre a ristabilire una volta per tutte le gerarchie, saprà sfruttare
appieno i suoi contatti in alto loco con gli uomini del regime. Riuscirà
ad esempio a bonificare tutta la palude di Ca’ Deriva, usufruendo
dell’80 per cento di contributo da parte dello stato. Durante la seconda
guerra i prigionieri inglesi lavoreranno nella sua tenuta (mentre nella
guerra precedente era toccato agli ungheresi). Dopo
l’Otto Settembre, fiutato il vento, Veronese saprà da che parte
mettersi. Con la consueta abilità e senza mai dar troppo nell’occhio,
darà una mano a quanti sono imboscati nelle valli ai bordi della sua
terra. Così, col Venticinque Aprile nessuna rappresaglia lo toccherà, e
potrà starsene tranquillo nel suo palazzo di Venezia: la Ca’ d’Oro. Dal
fascismo alla democrazia. Cambiano i governi ma il padrone a Portegrandi e
“di” Portegrandi resta sempre lui. E quando negli anni Sessanta arriva
il Piano Verde, coglie la palla al balzo: ristruttura l’azienda. Via i
mezzadri, con tutte le loro insistenti pretese: ora sono a Meda, Brianza,
a far mobili. A
Portegrandi, proprio in centro al paese, all’inizio di una stradina che
va verso il Sile, c’è una tabella bianca con una scritta nera che
ricorda il bel gesto di un benefattore che ha donato la terra per
costruire il campo sportivo: il comm. Veronese. Il
paese, quello che non è a Meda, riconoscente ringrazia. ------------- Note 1
Archivio di Stato Venezia, Catasto Napoleonico, Sommarioni,
n. 88. 2
F. Fapanni, Memorie storiche della congregazione di Casale, ms. 1366, Biblioteca
Comunale di Treviso. 3 Informazione
di Guerrino Vazzoler, Portegrandi. ------------ ©
1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume
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| Ultimo
aggiornamento
27/02/09
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