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Terra o acqua ? Le
bonifiche di questo secolo alle sorgenti del Sile di Gaetano Lanaro
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La
grande guerra era appena finita e anche la gente di Casacorba, Cavasagra e
Albaredo aveva avuto i suoi tristi regali: capifamiglia finiti nei tanti
ossari del Carso o del Piave, campagne abbandonate, raccolti requisiti. A
Cavasagra la villa era diventata quartier generale della terza armata di
Caviglia; in paese si erano in qualche modo sistemati buffi scozzesi in
gonnellino e Arditi prepotenti. Tra un’impresa e l’altra avevano
compiuto soste nelle retrovie e si erano dedicati ad esercitazioni con
bombe a mano; e il luogo più adatto era ovviamente un angolo del palù,
quelle terre maledette che non si lasciavano coltivare. Gli Arditi, poi,
come d’abitudine, avevano esagerato e, per ottenere un fortilizio
adeguato, di un bel bosco di roveri e pioppi avevano fatto un deserto. Ora
la villa era tornata ai Frova, Caviglia era stato decorato e degli Arditi
rimaneva solo qualche figlio regalato a ragazze sfortunate. Era
ripresa la magra vita di sempre, con le troppe bocche da sfamare. I
piccoli proprietari erano spesso indebitati; coi Frova, i Di Broglio e i
Gritti correvano contratti umilianti, gli stessi che il 30 novembre 1907
avevano portato all’esasperazione collettiva e all’incendio della
barchessa della villa a Cavasagra 1. Ma
quello che esasperava in maniera altrettanto logorante era la presenza di
quelle terre in palù: così
vicine ma così inutilizzabili, così nere ma così sterili! Avere i campi
a portata di mano ed essere costretti ad emigrare! E
poi quella maledetta umidità: partiva dalla terra, avanzava dentro le
case, anneriva i muri, faceva gocciolare gli armadi, inzuppava i
pagliericci, penetrava nelle ossa, intisichiva i polmoni. Implacabilmente
distribuiva un po’ a tutti un’asma o una bronchite, una tubercolosi o
dei reumatismi. Al resto pensavano le zanzare. Ormai
era chiaro a tutti che il nemico era uno solo: l’acqua. Era
l’acqua sorgiva che rubava raccolti, era l’acqua sorgiva che faceva
ammalare. Occorreva
la bonifica, lo diceva anche Mussolini. Ne
valeva la pena anche a costo di rinunciare agli indubbi vantaggi che il
palù comportava; pochi ma significativi in un’economia di
sopravvivenza. Il
pesce, per esempio: bisate,
tinche e marsoni. Con l’abilità
dettata dalla tradizione e dalla fame si potevano pescare con l’amo ma,
meglio ancora, con l’uso delle varie reti: negosse,
negossoni e redesine. I più esperti si armavano di fòssina (fiocina), infilzando il pesce quando toccava il fondo.
Oppure ancora, specialmente per le bisate,
si costruivano ai mulini apparecchi fissi, “una camera ad imbuto fatta
di liste di legno come una capponaja; una volta dentro il pesce non ne può
più sortire perchè viene abbassata la bova e rimane in secca”. Oppure,
“un vero mezzo di sterminio”, si prosciugavano i fossi “mediante
pale e gorne”. Così relazionava il sindaco nel 1877 rispondendo a
quesiti postigli dalla Regia Prefettura circa i sistemi di pesca 2. In
un documento del 1882, poi, si dichiara il nobile Gritti l’unico in
possesso di pescaia e diritto di pesca “nella località di Casacorba, in
un suolo di sua proprietà sul Sile. Nel 1892, su richiesta del Gritti e
con la collaborazione di una ditta di Belluno, “in questa sorgiva ed
immissaria delle sorgive del fiume Sile, nella località denominata al
Ponte Storto e alle Prese, si esegue una immissione di 7000 gamberetti e
125 riproduttori di gamberi”. Il sindaco è convinto, e ne siamo certi,
“che la semina avrà degli effetti sicuri ed anzi sorprendenti ... e che
i gamberi avranno eccellenza di gusto” 3. Ma
il palù non offriva solo pesci
o rane, ottime anche quelle. Roveri,
pioppi, frassini, olmi e ontani costituivano una grossa riserva per legna
da ardere o da lavorare. La carice dei prati, specialmente nelle prese,
finiva come stramaglia per le bestie. La lunga esca,
racolta lungo gli argini dopo S. Pietro, veniva venduta ai careghéta friulani. Con le canne e i saetti si erigevano casoni o si ricavavano spazzole. Alcuni,
ricchi possidenti, andavano a caccia; molti si accontentavano di
raccogliere i funghi. E per spostarsi da una strada all’altra spesso era
d’obbligo la barca, tirata fuori da casa in primavera. Qua
e là c’era stato qualche tentativo di risaia. Ai margini del palù veniva coltivata la canapa. Ma
tutte queste risorse erano considerate di ripiego. I
grossi proprietari come investimento, i piccoli come rimedio alla fame e
alle malattie, tutti coltivavano il sogno di prosciugare, bonificare,
coltivare. Con
Regio Decreto 27.10.1927 si era costituito il Consorzio di Bonifica
“Destra Sile Superiore”, suddiviso in sette bacini e per una stensione
di 10.600 ettari. Ma subito nacque al suo interno lo storico contrasto tra
la zona delle sorgenti e quelle successive, il bacino più alto e quelli
più bassi, in definitiva tra i comuni di Vedelago e Morgano.
L’Amministrazione ordinaria fu sciolta e arrivò puntuale il Regio
Commissario. In
attesa di discussioni più serene, i proprietari non rimasero inoperosi e
procedettero privatamente. Camillo Frova (quello di villa Corner e
presidente del Consorzio Brentella) unitamente a Bolasco, Di Broglio,
Monis e Montini costruirono verso il 1927 la società
dei padroni, con partecipazioni ovviamente proporzionate alle terre
possedute. Lo scopo era quello di ottenere un Corbetta nuovo, più diritto
e più a sud, con l’evidente risultato di prosciugare le terre a nord. Fu
assunta manovalanza locale e dotata di vanghetti e pale. Il materiale,
caricato su carrelli, veniva trasportato lungo delle ferratine e ribaltato
più a nord. L’operazione durò un anno o poco più. I padroni
pagarono tutto di tasca propria, senza beneficiare dei contributi previsti
dal regime fascista. Si
capì poi che non era possibile avere terre asciutte alle sorgenti finchè
i vari mulini a sud-est facevano da imbottitura,
tenevano alto il livello delle acque. Il primo ad essere ridimensionato fu
il Munaron nel 1937. Ma fu solo l’anno dopo, con l’eliminazione del
mulino di Morgano, che si videro soddisfacenti risultati: in alcuni punti
l’acqua si abbassò addirittura di un metro. Il
Consorzio “Destra Sile Superiore” si era intanto ripreso dalle beghe e
con R.D. 4.9.1939 veniva ridimensionato alle sole sorgenti per una
superficie di 1297 ettari. Di questi il 18% era abbastanza coltivabile, il
35% non avrebbe dato raccolti sufficienti, il 19% era soggetto a frequenti
allagamenti e il 28% era sommerso e paludoso. Era un territorio tutto da
conquistare. Nel
1940 fu annunciato l’arrivo di un’imponente macchina per una grande
battaglia contro l’acqua. Si voleva spostare il Sile più a sud,
raddrizzarlo e allargarlo di molto. Con
un seguito di tecnici e operai del Genio civile la draga arrivò: era
piazzata su due barconi e sputava di continuo la melma appena risucchiata.
In un sol colpo preparava al Sile un nuovo letto di dieci metri e ne
alzava vigorosamente gli argini. Si
cominciò dalle “case rosse”, vicino alla fornace, in rettilineo fino
alla strada del Munaron. La guerra costrinse a una pausa e poi si riprese
fino al fontanasso dea Coa Longa.
In tutto tre chilometri. Eravamo
appunto nel 1944 e anche il palù fu teatro di guerra. Inquietante
fu l’incendio che i fascisti appiccarono al Munaron. Salutati con
entusiasmo, invece, i numerosi lanci di materiale sulle prese
da parte degli aerei americani per i partigiani rifugiati in casera.
Ambigua la vicenda di Torreselle dell’agguato ai tedeschi quando la
refurtiva fu abbondante e ancora oggi è difficile, tra i protagonisti,
distinguere i partigiani dai ladri e dai fascisti. Una
cosa è certa, che nella ritirata da Piombino per via S. Brigida, i
tedeschi furono ostacolati non tanto dagli aerei americani quanto dal palù
inzuppato dalle piogge primaverili. Per alleggerire i 20 camion
impantanati fu più la roba lasciata che quella arraffata. E il 29 aprile
del ’45 la colonna finì poi bloccata dagli alleati sulla statale a
Vedelago. Finita
la guerra mondiale, riprese quella locale contro l’acqua sorgiva. Nel
1946 fu eseguito un nuovo intervento sul canale Corbetta e se ne anticipò
lo sbocco sul Sile; data la pendenza eccessiva, negli ultimi cento metri
furono scaricati numerosi carichi di rocce con lo scopo di imbrigliare
l’acqua ed evitare dilavamenti. Si
era conquistata nuova terra per l’agricoltura, si era abbassato il
livello dell’acqua e dell’umidità, ma pochi erano soddisfatti. Il
dr. Meo nel 1962 passava in rassegna Casacorba e ne ricavava un quadro
preoccupante di malattia e di depressione 4;
tanto da ottenere, tramite la Croce Rossa svizzera un contributo per
alimenti e una macchina da radiografie, piazzata poi nell’asilo
parrocchiale. Orefice,
succeduto a Frova alla villa Corner, si trovava ancora ad avere spesso
sotto acqua 300 dei suoi 1160 campi. La
lotta non era quindi finita. Tra il 1966 e il ’69, con la costruzione
del canale di Gronda, le draghe della ditta Agribeto e l’ing.
Facchinello sferrarono l’attacco definitivo. Con un taglio profondo 270
centimetri furono radicalmente interrotte le prime correnti di falda,
immediatamente fatte emergere, incanalate verso est e immesse nel Sile al
confine tra Ospedaletto e Villanova. Le terre a sud, come una spugna
strizzata inaridirono e si abbassarono di colpo, anche di due metri, fino
a portare molte radici al sole e a risucchiare i fontanazzi 5. Adesso
si poteva finalmente coltivare e tornare dei capitali investiti e
richiamare gli emigrati e dormire asciutti e chiudere il dispensario e non
farsi più trafiggere dai raggi X. Ma
è troppo tardi, la battaglia è stata inutile. Passata dall’autarchia
alle dimensioni mondiali, l’agricoltura è giunta quasi ad eccessi di
produzione e sopravvive spesso coi contributi europei. L’industria ha
attratto buona parte della manodopera e anche i più piccoli paesi lungo
il palù sono saliti sulla giostra dei facili consumi e dei mille
servizi. Quelle terre ora non servono più. La
battaglia è stata inutile; peggio, è stata ecologicamente devastante.
Concimi eutrofizzanti, pesticidi tossici e rifiuti ammorbanti non potevano
che generare una lunga serie di specie estinte, biotopi distrutti, catene
interrotte, equilibri sconvolti. Oggi,
sia pure in modo precario, solo pochi ettari sono rimasti ecologicamente
integri. Proprio adesso che nessuno più parla di recuperare terre
all’agricoltura, ma tutti si battono per moltiplicare le oasi naturali
di pregio. Proprio adesso che mille scolaresche vogliono scoprire
direttamente le caratteristiche delle zone umide. Proprio adesso che tutti
vogliono regalarsi la passeggiata domenicale lungo i sentieri segnati
dagli equiseti. Proprio adesso che il bisogno di cibo è terminato e resta
da soddisfare quello culturale. Proprio adesso. E’
certamente comprensibile il disorientamento frustrante di chi è vissuto
per generazioni sognando bonifiche. E’
meno giustificabile l’accanimento anacronistico di chi, senza bisogno,
distrugge gli ultimi metri di umido verde. Da combattente impazzito, non
si è ancora accorto che la guerra all’acqua è finita. Da un pezzo 6. --------------- 1 Stare a Vedelago, una storia
per sette paesi, Vedelago, 1981, p. 277. 2 Archivio comunale di Vedelago, b 79, fasc. 60, 1877. 3 Archivio comunale Vedelago, b 8, fasc. 124, 1892. 4 Meo G., Casacorba,
Castelfranco V., 1963. 5 Vedelago oltre il paesaggio, Vedelago, 1986. 6
Ringrazio il sig. Olindo Bordignon, di Casacorba, per le numerose e
dettagliate testimonianze. -------------- ©
1989, dal libro Sile.
Alla scoperta del fiume di Camillo
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aggiornamento
12/01/09
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