|
Una vita da barcaro
|
|
|
| Vittorio Stefanato al timone della Silis nel 1987. |
|
L’anno scolastico stava per terminare. Vittorio Stefanato in un
banco della pluriclasse seconda e terza della scuola elementare di
Corbolone più che la lezione della maestra seguiva, come al solito, i
suoi pensieri, con i quali scorazzava nei campi e nei canali del suo
paese. «La vissìn ghe ièra un campo che noantri ciamàimo el Martinuss e dove
ghe ièra tanti residuati. Mi gavéa coràio de ndàr tor na granata e
dopo me metéa sol mureto de sora l’arsere dea Livensa a bàtarla. Tac,
tac, tac col martèo torno à a spoéta». (Lì vicino c’era un
campo che noi chiamavamo el Martinuss dove c’erano tanti residuati
bellici. Io avevo il coraggio di andar a prendere una granata e dopo mi
mettevo sul muretto sopra l’argine della Livenza a batterla. Tac, tac,
tac, col martello attorno alla spoletta ...). Vittorio continuava il gioco finché non riusciva a togliere il
piombo che c’era dentro e a levare le bacchette cariche di polvere (e
paréa dei bìgoi grossi - sembravano dei grossi spaghetti) che, una
volta accese, scoppiettavano e facevano scintille simili a dei fuochi
d’artificio. Era un gioco pericoloso. In tanti morirono, disintegrati
dallo scoppio dell’ordigno. In tanti rimasero mutilati. A lui andò
sempre bene. Quando non era a recuperare residuati andava in acqua, a noàr.
Sempre in acqua, nel Fosson, nel Malghèr, nella Livenza. A
nuotare, a pescare o a far gare di resistenza sott’acqua. «Resistéo anca un minuto e mèso, sóto - resistevo anche un minuto
e mezzo, sotto». Decisamente la scuola non gli piaceva. «No che sia sta mona, però» precisa. Infatti «da mìitar so passà caporal, sergente, sergente magior e, par motivi
speciài, pasàva maresiàl ma
invesse ‘sé sta l’Oto Setembre».
(Non che sia stato stupido, però. Infatti da militare sono
diventato caporale, sergente, sergente maggiore e, per motivi speciali,
sarei passato maresciallo, ma invece c’è stato l’Otto Settembre). Il fatto è che gli interessi di Vittorio non coincidevano con
quanto previsto dai programmi ministeriali. E poi lui aveva le sue idee, che si era formato in casa, a contatto con
i barcari amici di suo padre. Perché negli anni infuocati del primo
dopoguerra a Corbolone e negli altri paesi della Bassa fra Piave e Livenza
la parola “rivoluzione” veniva pronunciata spesso, ed erano in molti a
sperare che anche da loro succedesse come in Russia. La famiglia di Vittorio era saldamente socialista. E ne andava
fiera. Il figlio maggiore, Carlo, «el
faséa amor a na tosa che ièra sartora»
(aveva una fidanzata che faceva la sarta) la quale nei momenti
liberi preparava per il moroso e i suoi compagni camicie, fazzoletti,
berretti ed altri drappi rigorosamente in rosso, in modo che risultasse
subito chiaro da che parte stavano. La maestra Elisa Maschietto invece non aveva dubbi. Vittorio
Stefanato, i suoi familiari e i suoi amici, erano sovversivi ed andavano
isolati. Lei veniva da Venezia, da una buona famiglia ed era ammiratrice
dell’ex direttore dell’Avanti!.
Preferiva il colore nero al rosso. Quella mattina del 21 maggio 1921
distribuì a ciascun scolaro un nastro tricolore. Poi iniziò la lezione
di storia, parlando della Patria e della prossima data del 24 maggio, che
per l’Italia aveva segnato l’inizio della Grande Guerra. Vittorio Stefanato l’ascoltava distratto. Della guerra appena
finita ricordava soprattutto la fuga nella notte assieme con gli altri
abitanti del suo paese e la vita da profugo in Abruzzo. Così, un po’
per sfida e un po’ per gioco, iniziò a scrivere in bei caratteri
maiuscoli le lettere V e S (le iniziali del suo nome e cognome) sulla parte bianca del nastro
tricolore. Non l’avesse mai fatto. La maestra se ne accorse. Lo chiamò
vicino a sè, a fianco della cattedra e di fronte a tutti lo accusò di
voler disonorare la Patria, di aver scritto V
e S che voleva dire “Viva il
Socialismo”. E lo mise in castigo, dietro la lavagna, con i sassetti
sotto le ginocchia. Vittorio per un po’ restò tranquillo. Ma pian
piano, sentì crescere dentro, incontenibile, l’ira per quella che
considerava una punizione ingiusta e spropositata. Per vedersi trattare
così lui che ormai aveva undici anni e si sentiva un uomo. Ad un certo
punto non ce la fece più a resistere.
Si alzò in piedi, andò al suo banco, prese la sachéta
con i libri e la scagliò contro la maestra. Saldato il conto con la scuola, finalmente libero e in pace con sè
stesso, si diresse verso l’argine della Livenza. Camminò per venti
chilometri, fino a Torre di Mosto dove sapeva che avrebbe trovato la barca
di suo padre, al quale si presentò spiegando l’accaduto. Il vecchio Leodamante non volle interferire nel comportamento del
figlio. Non lo picchiò né lo punì. Gli disse solo: «Vàrdea puìto sta barca. Parché no te va pì casa. E da chéa volta»
ricorda Vittorio,«so resta in barca». (Guardala bene questa barca. Perché non vai più
a casa. E da quella volta sono rimasto in barca). In barca Vittorio, il bambino ribelle, si placò. «Da
cussì, son diventà cussì», ricorda. Quanto prima, a scuola, era
distratto, assente e irrequieto, tanto ora, in barca, era buono,
ubbidiente, desideroso di imparare e dimostrare che anche lui sapeva fare
la sua parte. Sotto la guida del padre, del padrino Jijo Armeìn e del
fratello maggiore Bruno, nelle cui barche, a seconda del tipo e della
difficoltà del lavoro, si alternava, «gò
scomissià a imparar el mistier. Scomissià, parché nol ‘sé impara mai
bastansa el mistier del barcaro. Parché no a ‘sé mai a stessa manovra. Desso, coi motori ‘sé fassie, ma na volta, co ndàimo
a véo, un jorno ièra na maniera, un jorno ièra che altra ... ».
(Ho cominciato a imparare il mestiere. Cominciato, perché non s’impara
mai abbastanza il mestiere del barcaro. Perché non è mai la stessa
manovra. Adesso, con i motori è facile, ma una volta, quando andavamo a
vela, un giorno era una maniera, un giorno un’altra ... ). Il mestiere
del barcaro insomma era simile a un’arte, non conosceva il gesto
ripetitivo, presentava sempre aspetti nuovi, richiedeva impegno e
partecipazione costanti. Il primo lavoro per un figlio di
barcaro era tegnér el timon:
a Vittorio toccò per la prima volta sul Sile, con la barca
del sàntolo (padrino).
Ma tenere il timone era un onore che non capitava spesso. Bisognava che il
tratto di fiume fosse facile da navigare e senza particolari pericoli. Non
si poteva ad esempio affidare il timone ad un cèo (ragazzino) appena staccati da riva, perché in quel caso ci
voleva grande abilità. «Péna moeà
e corde», infatti, «finamente
che a barca no camina più de l’aqua, el timon no governa». (Appena
mollati gli ormeggi, finché la barca non corre più dell’acqua, il
timone non risponde ai comandi). In barca comunque il lavoro per un ragazzino, el morè, non mancava. Qualsiasi cosa andava bene per lui, tutto
aiutava a inparar el mistier.
Non doveva tirarsi indietro se c’era da scoàr,
da lavar i piati, lucidar i pironi e i cuciàri, iutàr a far da magnar.
Alla mattina el morè doveva
portare il caffè a letto al capobarca (el
paronàto), ovviamente dopo aver acceso il fuoco. (Ma guai spaccare la
legna al mattino, perché si sarebbe fatto rumore e si sarebbe svegliato
il capobarca; la legna bisognava averla già preparata alla sera). E poi ancora lucidare i “ferri” : «e s’cione, e pastèche, el brocon, e stadére», che un capobarca
che si rispettasse aveva l’anbission di voler sempre lustre e pulite.
Inoltre bisognava imparare a vogar col remo, riparare le vele, «far e piombaùre, i gropi. Tuto bisognàa far». A prima
poenta Anche fra tutte queste occupazioni c’era comunque una
graduatoria, e un morè, un aspirante barcaro, poteva sperare di essere
tenuto veramente in considerazione solo quando avesse dimostrato di essere
capace di fare la polenta. Da solo. Perché per i barcari, come per i
contadini, come per tutti quelli che lavoravano manualmente, la polenta e
non certo il pane regnava sovrana sulla
tavola. Bisognava saperla far bene, senza grumi, ben mescolata, cotta al
punto giusto e con la dovuta consistenza in modo che una volta rovesciato
il paiolo (a calièra) la polenta si staccasse senza sbavature e finisse sul tajèr
con la sua bella forma rotonda e con il fumo che si spandeva sóto
pròa stuzzicando appetiti mai sazi. Per questo nessun barcaro
dimentica il giorno in cui ha
preparato la prima polenta. Era di febbraio e Vittorio, suo fratello più vecchio Carlo e Bàghe,
il fratello maggiore della sua futura moglie, navigavano in laguna. Erano
a bordo della Maria Risorta, un
grosso burcio di Barina, carico di milleseicento quintali di ghiaia
proveniente dalle cave di Casier. «Me ricordo che ièrimo a
Buran. Ièra un ciàro de ùna ... , frédo, lebécio; ciapàr el remo mi
no ièra bon. E ora i ga dito: ‘Sé mèjo che te vai far a poenta».
(Mi ricordo ch’eravamo a Burano. Era un chiaro di luna ... , freddo,
libeccio; prendere il remo non ero capace. Allora hanno detto: “E’
meglio che tu vada a far la polenta”).
Era l’ultimo giorno di carnevale del 1923, e non aveva ancora
compiuto tredici anni. Ghiaccio
in laguna Il giovane Vittorio, barcaiolo vigoroso, forte e con una stazza
decisamente superiore alla norma, apprese in breve tempo i rudimenti
dell’arte della navigazione. Aveva poco più di quindici anni quando da
morè diventò marinèr, fu promosso cioè da semplice mozzo a marinaio,
barcaro nel vero senso del termine pur se ancora alle dipendenze di un
capobarca. Sul finire del 1927 una grave malattia mise in pericolo la sua
forte fibra: venne infatti colpito dall’epidemia di tifo che si
era diffusa in quell’anno, provocando anche una decina di morti fra i
barcari e gli abitanti delle zone di Silea
e di Casier. Le autorità sanitarie
misero sotto accusa le cave di ghiaia di Barina e Rizzetto che avevano
sconvolto il corso del fiume, rallentando e rendendo stagnante l’acqua.
E chiusero per oltre un anno l’attività di scavo, permettendola di
nuovo solo quando le ditte escavatrici s’impegnarono a seguire le norme
di un preciso disciplinare. Il morbo colpì Vittorio in maniera virulenta. «I
me ga dà anca i oji santi», racconta. Riuscì comunque a
sopravvivere, ma la malattia lo lasciò completamente spossato. «Ièra
come paraisà; no ièra pì bon de caminar». Rimase così per molti
mesi, irriconoscibile. Allora suo padre, visto che ogni medicina era
inutile, la convalescenza era interminabile e il ragazzo non faceva che
vegetare, ricorse a una drastica terapia. Lo portò con sè sulla Gigeta
in un viaggio con un carico di ghiaia diretto al forte di S. Andrea, dove
si stava preparando una gara internazionale di aeromotorismo. Vittorio,
ritornato nel suo ambiente, in barca, a prendere il sole, a nuotare, in
breve tempo fu più sano e più forte di prima. Era l’estate del 1928.
Un’estate secca, arida, che precedette il terribile inverno del
Ventinove, con il suo carico di neve e ghiaccio e con le sue lunghe
interminabili giornate sferzate dal vento gelido di tramontana, con la
temperatura costantemente sotto zero fino a tutto il mese di febbraio. Fu proprio nei primi mesi del Ventinove che succedette un episodio
che Vittorio non può certo dimenticare. Era febbraio ed il ghiaccio, dopo
aver indurito la scorza della campagna, aveva iniziato a stringere nella
sua morsa anche la laguna. Vittorio era in viaggio con Bepi Mori, a bordo
della Gigeta, e stava
dirigendosi a Venezia con un carico di ghiaia. Navigava nei pressi di
Burano quando, mentre dal
canale dei Borgognoni stava per immettersi, compiendo un’ampia curva,
nel Ma’sórbon, il timoniere
si accorse che la barca non rispondeva più. Grossi lastroni di ghiaccio,
provenienti da Tessera, la stavano spingendo fuori rotta. «El
giasso me trascinava dove ch’el voéva iù» (Il ghiaccio mi
trascinava dove voleva lui). Il
pericolo era di rimanere in secca, con la barca piegata su un fianco,
destinata sicuramente ad affondare con il cambio della marea. Bisognava prendere una decisione drastica e rapida. «E
ora cossa go fato? Vanta el scandàjo in boca, e butame in aqua, come che
ièra, vestìo». (E allora cosa ho fatto? Presi el
scandàjo [corda] in bocca e mi tuffai in acqua; così com’ero,
vestito). A nuoto raggiunse la briccola, vi legò la corda e riuscì in
tal modo ad ormeggiare la barca, salvandola. Dopo l’imprevista nuotata
salì a bordo, aiutato da Bepi Mori e «no go fato tempo gnanca de cavar i vestiti che se ga ingiassà tuto».
Il freddo era talmente intenso che la stoffa si indurì appena Vittorio
emerse dall’acqua. Il
viaggio più lungo
Se gran parte del lavoro per un barcaro del Sile si svolgeva nella
direttrice storica Treviso-Venezia, era tutt’altro che infrequente che
capitasse di far viaggi anche molto e molto più lunghi. Come quella volta
nel Trentanove che, con il Gildo,
un burcio di 1200 quintali di portata e di cui era proprietario Vittorio
Massimo da Fiera, Stefanato arrivò fino a Borgoforte, vicino a Guastalla
(sul Po), dopo essere stato a Portogruaro e a Cervignano del Friuli. Quell’anno la primavera aveva avuto un inizio ben strano. La
vigilia di San Giuseppe a Venezia cadde la neve, mentre venti da nordest
soffiavano a settanta chilometri all’ora. Vittorio e la moglie Virginia
erano in Marittima, all’ancora col Gildo,
in attesa di un carico. La bufera li colse così alla sprovvista che
Virginia ricorda di aver perso el
mastèl dea ìssia (che aveva legato con una cordicella alla barca e
lasciato in acqua), trascinato chissà dove dal vento forte e dal moto
ondoso. Dopo l’inusitata burrasca il tempo si ristabilì e Stefanato
stivò il barcone con oltre mille quintali di terra e sabbia fosfatiche
provenienti dai monti dell’Atlante in Tunisia. Da
Venezia a Portogruaro Completato il carico Stefanato diresse il burcio verso la prima
destinazione: Portogruaro. A bordo erano in cinque: il capobarca Vittorio,
sua moglie Virginia con il figlioletto Leo di non ancora dieci mesi, il
morè Giuseppe Rizzato, il marinèr Danilo Fasan. Per accelerare i tempi la parte iniziale del viaggio venne
effettuata a rimorchio de un vapor,
fino a Portegrandi. Da qui, superata la conca, il burcio scese lungo il
taglio del Sile a seconda, con
la corrente favorevole. Entrato nella Piave
Vecia e giunto a Jesolo, deviò per il Cavetta, arrivando a
Cortellazzo. Attraverso il Canal di Revedoli e il Livenzuola giunse a
Brian da dove s’immise nel Livenza che percorse in discesa per qualche
centinaio di metri fino ad imboccare el
canal dei Reoji proseguendo poi per il canal Saetta, il fiume Riello
ed infine il Lemene. A questo punto si sarebbero potute scegliere due
strade, o proseguire per il Lemene o prendere el
Canaéon. Stefanato preferì il Lemene perché vi era più facile
scendere a terra e trainare la barca con à
sìngia, facendo le veci dei cavalli o dei buoi. Dopo oltre una settimana il Gildo
giunse a Portogruaro, dove in un giorno la squadra facchini di quel porto
scaricò il barcone servendosi di silière,
portantine simili a carriole senza ruote, sollevate da due uomini, uno
davanti e uno dietro. Dalle silière
la terra africana veniva trasportata su carri trainati da cavalli che la
portavano alla definitiva destinazione: la fabbrica di concimi in cui
sarebbe stata trasformata in perfosfato. Da
Portogruaro a Cervignano La discesa da Portogruaro fu priva di difficoltà: il burcio era
vuoto e la corrente a favore. La destinazione era Cervignano, dove li
attendeva un carico di mais. Il Gildo
navigò a seconda fino al
Marango dove, invece di proseguire per San Gaetano, prese el
Canaéon che li portò alla Brussa, vicino a Bibione, che a quel tempo
era un posto desolato con solo qualche casone di pescatori. Proseguì per
Porto Baseleghe, giungendo alla conca che
mette in comunicazione col Tagliamento da dove, attraverso
un’altra conca, si entra in Val Paltani, all’inizio della laguna di
Marano. Fu proprio in mezzo a questa laguna che Stefanato dovette rimanere
fermo per mancanza di vento, con la barca legata ad una briccola. Dopo un
po’ si esaurì anche l’acqua potabile. «El
tosatèl céo sporcava e dovéa lavarghe a roba co l’aqua saeàa»,
ricorda Virginia. (Il bambino [Leo] sporcava ed ero costretta a lavargli i
pannolini con l’acqua salata). Finalmente arrivò il vento. Allora, invece di proseguire per i
canali ordinari, Vittorio tagliò per la palude e, sempre con il vento in
poppa, giunse in breve a Cervignano. Nella cittadina friulana era arrivato
da poco anche il fratello di Vittorio, Bruno, con l’Ercole,
un burcio nuovo di duemila quintali, dipinto di verde, con due alberi e
due belle vele bianche (a pì bèa
barca dea navigassion) e per di più dotato di un motore Junker che
avrebbe permesso il traino anche del Gildo.
Virginia ricorda ancora quei caldi giorni di aprile del Trentanove. Leo,
il primogenito, aveva giusto compiuto dieci mesi «col
se gà moeà (quando
iniziò a camminare la prima volta) proprio
a Cervignano, in barca». Nel porto friulano erano intanto arrivati i carri dei contadini con
il granoturco che il mediatore Bernardi da Venezia aveva provveduto
a comperare. Dai carri i facchini portarono a spalla i sacchi fino ai
bordi della stiva lasciandovi poi scivolare dentro il loro contenuto,
afferrando saldamente fra le braccia il sacco finché si svuotava. Quando
la stiva fu quasi completamente riempita di mais i facchini provvidero a
disporvi ai bordi tre file di sacchi, uno sopra l’altro, al fine
d’innalzare le sponde ed aumentare così la capacità di
carico. Nel frattempo Vittorio vigilava sulla quantità del
cereale, pesando con la stalièra
un sacco ogni dieci, in modo da stabilire il peso medio delle varie
partite di mais. Perché poi, alla consegna, chi doveva rispondere sulla
quantità della merce era lui, il capobarca. Quando sia il Gildo sia
l’Ercole ebbero completato il
carico, i due burci partirono per la destinazione finale. Ma, prima di
levare gli ormeggi, Vittorio dovette rinunciare ad un uomo del suo
equipaggio: Giuseppe Rizzato, il morè, che si era ammalato di difterite.
Giuseppe fu accompagnato alla stazione delle corriere e, da solo, con la
gola in fiamme, si avviò verso casa. Da
Cervignano a Chioggia Dal porto friulano a Chioggia il viaggio fu facile, perché
effettuato a rimorchio del fratello. Il percorso fino alla laguna di
Venezia fu lo stesso che all’andata e cioè: «Laguna
de Maran, Val Paltani, Bibione, Porto Baséeghe, Brussa, Canaeon, Rièo,
Saéta, Reòji, un tòco de Livensa, Livensiòea, Revédoi, Cavéta, ‘só
pal Piave Vècio che sarìa el Sil finamente al Cavaìn, dove che ghe ‘sé
a conca che va sul Casson, Cavaìn, Treporti, Ca’ Vio, Ca’ Savio, Por
de Lio, Punta Sabioni, Lido». Qui si poteva scegliere: o per le Tère
Perse o par fora. Loro
presero questa seconda strada e proseguirono per Malamocco, Alberoni, S.
Pietro di Pellestrina, Chioggia, dove arrivarono dopo tre giorni di
navigazione. A Chioggia il Gildo si
staccò dall’Ercole, ormai
giunto a destinazione, e si agganciò al rimorchiatore Adolfo, inviato dal-l’armatore Bernardi (parché ghe ièra premura pa i porsèi - c’era fretta per gli
allevamenti di maiali della zona di Guastalla, che erano i destinatari
ultimi del carico di granoturco). Da Chioggia a Borgoforte il viaggio proseguì sempre al traino
dell’Adolfo. «Dopo Ciòsa ghe
‘sé un tòco de laguna, Brondoeo, dopo te ndài sul Brenta, canàe dea
Vàe, l’Adése, nàntra conca, nàntro tòco de canal co l’aqua del
canal Bianco, canal Bianco e Volta Grimana». (Dopo Chioggia si trova
un tratto di laguna, poi Brondolo, poi arrivavi sul Brenta, canale di
Valle, l’Adige, un’altra conca, un altro pezzo di canale con l’acqua
del canal Bianco, canal Bianco e Volta Grimana). Sul Po,
verso Borgoforte Passata Volta Grimana iniziò la risalita del Po. «Gaémo
trovà tanta aqua nel Po. Ghe ièra sinque metri de aqua. Ghe ièra da vér
paura, paura de robaltarse, parché l’aqua fa i vortici, nel Po. Ièra
sempre all’erta e ghe go dito a éa: “Ti sta sempre pronta col tosatèl,
che se ocóre saltemo drento in batèo”». (Abbiamo trovato tanta
acqua nel Po. C’erano cinque metri di acqua [sopra il livello medio].
C’era d’aver paura, paura di rovesciarsi, perché l’acqua fa i
vortici nel Po. Io ero sempre all’erta e ho detto alla moglie: “Tu
stai sempre pronta col bambino, che se occorre saltiamo dentro al battello
di soccorso”). Ma andò tutto bene. Il capitano del vapore, Oddone Barina da
Contarina, era uno in gamba, nato sul Po e del gran fiume conosceva ogni
segreto, oltre che ogni osteria. Infatti alla sera, «magari el se fermàa
un’ora prima, ma sempre dove che ghe ièra na ostaria», ricorda
Vittorio. A Borgoforte arrivarono dopo quattro giorni di navigazione e più
di 150 chilometri col fiume in piena. Ormeggiarono praticamente
sull’argine, tanto era alta l’acqua. E per quella sera fu festa grande
all’osteria del porto. Pur
lontani, pur di altra provincia e regione, i barcari di Borgoforte erano
tutti amici di Vittorio, perché già lo erano di suo padre. Conosciutisi
nei punti obbligati della navigazione interna: Volta
Grimana, Brondolo, Ciòsa, Venessia, Portegrande. Il giorno successivo
le operazioni di scarico iniziarono di buon’ora, con la partecipazione
di molti òmeni, e alla sera il
burcio era vuoto. Il
ritorno La discesa del Po avvenne a barca vuota fino a Bergantino. Se la
salita a pieno carico era stata difficile e pericolosa, non da meno lo fu
la discesa. Il gran fiume è ricco di curve, di anse. Bisogna conoscerlo,
altrimenti è facile farsi trascinare dalla corrente e andarsi ad
incagliare. Per questo Vittorio si affidò a un peòta,
esperto navigatore del posto (sul Po chiamato anche meandro) , di nome Bastian. Vittorio assieme al peòta, salì sul
battello piccolo, che normalmente è legato dietro al burcio; in questo
caso però venne fatto navigare davanti, fungendo da rimorchiatore nei
confronti del barcone, che vi era legato dietro. A prora del battelletto
Vittorio e Bastian tenevano l’ancora pronta ad essere buttata in acqua
se il barcone minacciava di andare a sbattere contro riva. «Me fioi no e
sà ste robe qua» (i miei figli non le sanno queste cose qui), commenta
con orgoglio Vittorio. Tuttavia la discesa del Po, malgrado la presenza del peòta, si
dimostrò più avventurosa del previsto. Infatti Bastian si sbagliò e
fece fermare il Gildo due
chilometri più a valle di Bergantino. «E
gaémo dovùo ndàr in sérca de do cavài, pa vegner su - e dovemmo
cercare due cavalli per tornare su». Risaliti a Bergantino si fermarono
su una piarda del fiume, vicino ad un mulino natante e lì, legato il
barcone, predisposero la passerella (el
ponte), aspettando che i contadini della zona, già avvertiti dal
mediatore, venissero a portare la loro merce: frumento questa volta.
Terminato il carico di frumento, un altro peòta del posto, Nino, li
accompagnò fino a Castelmassa, dove attesero due giorni l’arrivo di un
rimorchiatore, perché in quel punto del fiume c’era da superare un
ponte di barche, “e ghe vol fòrsa”; da solo il barcone non ce l’avrebbe fatta. Il
rimorchiatore portò il burcio carico di frumento fino a Brondolo e qui
Vittorio ritrovò il fratello Bruno che, con l’Ercole,
lo trainò fino a Marghera. Dopo oltre due mesi ebbe così finalmente termine il lungo viaggio.
I figli
di Vittorio Leodamante, Renzo e Glauco Stefanato, i figli di Vittorio, sono
cresciuti in barca, come loro padre. Leodamante, detto Leo — l’abbiamo visto — ha letteralmente
mosso i primi passi dentro un burcio e poi ha continuato a viverci. Renzo, anche lui cresciuto da barcaro, quando «‘sé
mancà el laóro - finita l’epoca della navigazione fluviale» iniziò
l’attività di cuoco, girando mezzo mondo. Ma ora è tornato alla base,
e lo si vede sempre più spesso navigare sulle motonavi dei fratelli. Glauco, detto Brunetto, ricorda: «Gavéa péna finìo a quinta e so ndà caricar de fromento sul Basso Po,
a Scardovari. E da chéa volta so sempre sta in barca». (Avevo appena
terminato la quinta elementare e sono andato a caricare frumento sul Basso
Po, a Scardovari. E da quella volta sono sempre rimasto in barca). Negli anni Settanta diventava sempre più difficile vivere da
barcari. Magari capitava di fare sei sette viaggi di seguito, ma poi si
rimaneva fermi per due tre mesi senza far niente. «Eóra», ricorda Glauco, «ndàva
far qualsiasi laóro - allora, andavo a fare qualsiasi lavoro» e,
cosa che più lo tormentava, lui cresciuto in un barcone, «ndàva ciapàrme a giornàa anca a tèra» (andavo a guadagnarmi la
giornata anche a terra). Per non doversi chiudere definitivamente nella prigione delle otto
ore al giorno di fabbrica Leo e Glauco presero una decisione del tutto
originale (il padre era contrario, diceva: “el
‘sé un ris’cio - è un rischio”): «Gaémo
comprà un vaporéto che na volta el ièra dell’Azienda e che se ciamàva
Marte e gavémo scomissià el
trasporto dei turisti». (Abbiamo comperato un vaporetto che una volta
era dell’ACNIL e che si chiamava Marte
ed abbiamo ini-ziato il trasporto dei turisti). Già i primi viaggi dimostrarono che l’idea era quella giusta e
ben presto la gita nel Sile, in laguna e fino a Venezia, iniziò a
diventare una tradizione. La testardaggine di questi barcari figli di barcari che non vollero
abbandonare il Sile fu così premiata e, dopo pochi anni, il Marte
divenne insufficiente. Ora fanno bella mostra di sè, ormeggiate al
passo di Casale le due nuove motonavi Silis
ed Altino, che consentono ad un
numero sempre maggiore di persone di percorrere ogni anno l’antica via
d’acqua lungo un itinerario che per qualche tempo aveva corso il rischio
di essere cancellato anche dalla memoria storica delle nostre popolazioni. E non c’è persona che abbia partecipato ad una crocera con la
Silis e l’Altino che non ne sia scesa entusiasta. Per il servizio
offerto dai fratelli Stefanato. Per l’arrivo a Venezia da quella che è
la sua vera ed originaria porta d’ingresso: la laguna. Per
l’incomparabile paesaggio offerto dal fiume immerso nella campagna. Per
la sosta nelle isole lagunari che, come seppero un tempo offrire scampo
agli abitanti della terraferma incalzati dalle torme di Attila, sanno ora
con la loro dimensione irreale, emergenti come per incanto dall’acqua,
offrire almeno per un giorno una tregua, un punto d’approdo a uomini del
Duemila costretti a vivere, talvolta con sgomento, in un mondo e in una
civiltà che sembrano sempre più sfuggire loro di mano. Nella Silis e nell’Altino
navigano con fierezza un po’ tutti i componenti della dinastia degli
Stefanato. Dal vecchio Vittorio, che non sa rinunciare di mettersi al
timone, al giovane Michele figlio di Leo. Ma, dice con orgoglio Glauco,
mostrando il suo secondogenito Alioska, “anche questo un giorno sarà al
timone”. Tre generazioni di barcari, un libro aperto sulla storia del Sile e
sulla millenaria stagione della navigazione fluviale. -------------- ©
1989 Camillo Pavan, Dal
libro Sile alla scoperta de fiume --------------
|
|
|
|
|
|
|
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero
Pavan |
|
| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
|
|