La Geografia

 

 

di Giuliano De Menech  

 

Una breve scheda del fiume, illustrata di seguito, mette in evidenza le caratteristiche del Sile, ovvero quell’insieme di connotati che ne fanno un corso d’acqua più unico che raro: uno dei fiumi di risorgiva più lunghi al mondo, con regime molto regolare (non ha affluenti di tipo torrentizio) e pertanto quasi esente da rischi di piene eccessive.

Superficie del bacino idrografico, kmq. 628

Sorgenti, originariamente a Casacorba (comune di Vedelago, provincia di Treviso)

Lunghezza, km. 84 circa

da zona sorgenti a Treviso, ponte Garibaldi1 km. 21,8

da Treviso, ponte Garibaldi al mare2 km. 62,2

Larghezza, minima m 10, massima m 40, media m 15

Portata in mc./sec.3 (a Casier), minima 33, massima 76, media 55

Foci, nell’Adriatico con l’alveo principale (Piave Vecchia)

nella laguna di Venezia con i canali Sioncello e Silone

Quota di livello tra sorgenti e foce, metri 27

Temperatura in °C 4, minima 6, massima 16-17       

pH 5, minimo 7,4 massimo 7,8 medio 7,6

Ossigeno disciolto 6, minimo 6,6 massimo 9 medio  8,6

Conducibilità elettrica 7, minimo 415, massimo 485 medio 445

Profondità, variabile, con le stazioni di rilevamento

Orientamento dell’asse fluviale, dalle sorgenti a Treviso: ovest - est

da Treviso alla foce: nord/ovest - sud/est

 

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1 Misura indicativa in quanto non esiste una sorgente del Sile ma una zona delle sorgenti.

2 Rilevazione dell’ing. Francesco Boghetto per il Piano di Bacino del Sile.

3 Definita come “volume d’acqua che passa attraverso una sezione del fiume nell’unità di tempo”.

4 La temperatura minima dell’acqua (6 °C) è stata registrata nel gennaio 1985 con temperatura dell’aria di -16 °C

5 Misura che esprime l’acidità dell’acqua, secondo questi parametri: pH 7 = neutralità; pH >7 = basicità (o alcalinità); pH <7 = acidità.              

6 Espresso in milligrammi di O2 per litro d’acqua.

7 Espressa in microsiemens per cm.

 

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Sarebbe comunque ingiusto concludere una carta d’identità del fiume senza aver detto qualcosa del suo nome. Tra le varie etimologie proposte non è difficile scorgere una denominazione comune nel significato di silente, silenzioso, come può facilmente verificare chi si metta in ascolto del placido fiume, i cui silenzi sono interrotti soltanto dal fruscio delle canne palustri o dal canto degli uccelli lungo le sue rive. Non è questa comunque la sede per un approfondimento storico-etimologico1, qui ci limitiamo a sottolineare la “silenziosità” di questo fiume, le cui fonti sono state più volte paragonate -non a torto- a quelle ben più note del Clitunno.

 

La portata

 

E’ evidente che, trattandosi di fiume di risorgiva, dovrebbe essere logico considerarlo a portata del tutto costante. Così infatti era alle origini. Oggi la situazione è un po’ cambiata, sia per il fatto che vi è stata un’evoluzione nei centri abitati bagnati dal fiume (come ad esempio Treviso e i comuni limitrofi, zone divenute ad alta densità di urbanizzazione), sia per l’utilizzazione diversificata delle sue acque (irrigazione agricola, vasche destinate agli allevamenti di trote e piscicoltura in generale, utilizzazioni per scopi idroelettrici, ecc...). Numerosi fattori legati allo sviluppo urbano, come la pavimentazione sempre più estesa del suolo, la progressiva asfaltatura di vaste aree abitate, strade, piazze; l’eliminazione e successiva tombinatura di numerosi fossati, hanno portato ad una situazione nuova.

La portata, quindi, si può definire costante in assenza o scarsità di precipitazioni, mentre notevoli variazioni si possono verificare in presenza di eventi meteorici di una certa rilevanza, con piene mediamente più frequenti di un tempo e punte di massima più marcate (anche se meno rovinose, grazie all’arginatura e a un certo controllo) 2. Tra le piene famose citeremo quella del 16 Maggio 1905, in cui l’idrometro di Trepalade toccò i 3,40 m. contro la normale misura di 1 m. e, indimenticabile, l’alluvione del 4 Novembre 1966. Le magre invece, generalmente estive, fanno calare mediamente il livello soltanto di mezzo metro.

A parte i problemi legati alle precipitazioni, gli argini sono comunque indispensabili 3 a causa del livello di terreno (quasi pari al mare) e della sopraelevazione dell’alveo (divenuto pensile) dovuta alle torbide, cioè alle sedimentazioni sul fondo di materiali e detriti. I maggiori problemi di contenimento delle portate di piena si hanno a valle di Treviso, ove si cominciano a sentire anche gli effetti della marea (con oscillazioni fino a 1 m.), che in certi casi si avvertono addirittura fino all’altezza di Silea.

 

Le sorgenti e gli affluenti

 

Cominciamo col dire che per certi aspetti le sorgenti del Sile non esistono più ed anche i più pazienti tentativi di reperimento della primitiva sorgente si sono rivelati infruttuosi: tra bonifiche e tombinature, dei primi metri dell’antico letto non rimane che una debole traccia destinata a sopravvivere soltanto in vecchie mappe o nel ricordo visivo degli anziani del paese.

Ma sentiamone una breve descrizione fatta da Giuseppe Mazzotti: «Ad un certo punto, nel fondo di un fossatello, tra due filari di alberi, si vede un po’ d’acqua. Non stagnante, ma viva.

Più in qua, più in là si vedono bulicare altre polle e presto la natura del suolo si rivela incerta fra la terra e l’acqua. Sono queste le sorgenti del Sile, che inizia il suo corso tranquillo fra bassi canneti e erbe palustri ... il piccolo fiume si allarga presto, senza ristagnare, fra rive a cui si affacciano gruppi di alberi, e si distende anche in laghetti formati talvolta da vecchie cave di ghiaia; ma il suo corso, in principio, è indeciso, quasi che l’acqua fosse stupita di ritrovarsi alla luce dopo il lungo viaggio sotto terra … Queste fontane, o polle di risorgiva, chiamate in luogo fontanassi, formano i fiumi e i canali che intridono la pianura intorno alla città, la circondano e la penetrano con molte vene.

Scorrono le acque nei fossati, muovendo appena le erbe verdissime del fondo. Un tremito silenzioso passa su quelle erbe, simili a lunghi capelli accarezzati da una invisibile mano. Le fronde delle siepi, lungo le strade solitarie, si riflettono nitide sulle acque scorrenti, di una freschezza e trasparenza incredibili».

Dopo questa meravigliosa descrizione, di una precisione quasi fotografica, ma poetica nello stesso tempo, dipinta sullo sfondo verde della campagna trevigiana, torniamo alle origini geografiche del fiume, alle sorgenti propriamente dette o a ciò che rimane di esse.

Il paese è Casacorba 4 ed inizialmente, tra polle ed acqitrini, era costituito da casolari allora raggiungibili anche con barche. Comunque la totale tombinatura ha reso irriconoscibile il regno dei  fontanassi, ora più piccoli e meno profondi, in parte destinati a scomparire, soffocati da colture e pianificazioni. Tre sono le zone in cui si possono suddividere i  fontanassi, alcuni tra pioppi e ninfee, altri tra i rovi: tutti comunque, o quasi, sono in provincia di Padova, con dispetto dei trevigiani, tra Torreselle e Levada, frazioni di Piombino Dese: il nuovo Sile è quindi, almeno nei primissimi chilometri, padovano, per diventare trevigiano tra Cavasagra, Ospedaletto e Badoere.

 

Parlando di affluenti va detto subito che, essendo la bassura del Sile inclinata da nord ovest verso sud est e trovando spazio a nord l’alta pianura trevigiana ed a sud quella più bassa, è logico aspettarsi un più alto numero di affluenti dalla sinistra idrografica (cioè sostanzialmente da nord) che dalla destra (cioè da sud). E così è infatti: confluiscono da destra soltanto il Dosson, il Serva, il Bigonzo e il Fuin, mentre tutti gli altri provengono dalla sinistra idrografica e precisamente: il Cerca, il Botteniga, il Giavera, il Pegorile, il Limbraga, lo Storga, il Melma, il Nerbon, il Musestre, il Vallio ed il Meolo 5.

Pure questi affluenti, generalmente di breve percorso, sono di risorgiva; originano cioè lungo la linea detta appunto delle risorgive, di cui parleremo ancora in seguito ma che per ora può essere definita come la linea (più o meno curva) ottenuta congiungendo i punti di affioramento delle acque meteoriche filtrate sotto il terreno fino al loro ritorno alla luce.

Nella zona che a noi interessa, tale linea segue questo percorso: dal circondario di Castelfranco, verso Cavasagra e Casacorba (zona delle sorgenti), poi Quinto, la zona sud di S. Bona, S. Pelajo, S. Artemio, poi in direzione di Carbonera e Breda di Piave.

E’ costituita da un insieme di fontanassi, lungo il confine tra l’alta pianura (più ghiaiosa, secca, a granulometria più grossolana) e la bassa pianura (umida, ricca di acque, a granulometria più fine).

Va aggiunto che, oltre questi corsi d’acqua, sostanzialmente “naturali”, vi sono vari canali (come ad esempio la Piavesella) oppure derivazioni di uno stesso corso (come avviene per il Botteniga che, entrando in città, si ramifica in più canali) e mentre di alcuni di essi l’origine “naturale” è certa, come ad esempio per il ramo principale del Botteniga-Cagnan, per altri vi sono pareri controversi (cioè ad esempio per il Cantarane, il Siletto, il Canale delle Convertite, ecc.).

 

Origine geologica

 

Geologicamente parlando, le fonti hanno un denominatore comune: (A. Comel, Terreni agrari della provincia di Treviso, 1971): si tratta di una bassura sorgentifera, collocata tra ghiaie di vecchia alluvione con scarsa alterazione o variamente commiste a sostanze terrose e terreni argillosi o sabbioso-argillosi di antica alluvione, in vario stato di decalcificazione, spesso con caranto 6.

Più a nord prevalgono substrati ghiaiosi con cappello superficiale di alterazione (ferretto) 7, profondo in media meno di mezzo metro, ma di maggior spessore nel tratto Istrana-Paese.

Infine, immediatamente ad ovest di Casacorba si apre a triangolo una zona, largamente estesa poi verso nord, risalendo da Castelcucco verso Asolo, caratterizzata da alluvioni pedecollinari o infravallive, prevalentemente sabbioso argillose, che si dilatano specialmente lungo il corso di torrenti (in tal caso si tratta del Musone, che trae origine dalle pendici pedecollinari del massiccio del Grappa, ma situazioni analoghe si riscontrano lungo il decorso del Meschio, da Vittorio Veneto, oppure del Monticano, fino a Fontanelle).

Per capire questa sequenza di terreni nelle zone interessate dalle risorgive, bisogna, per lo spazio limitatissimo della presente trattazione, fare un riferimento, almeno telegrafico, alla genesi della pianura trevigiana. Facciamo allora un salto indietro di qualche decina di migliaia di anni, tornando al periodo della massima espansione glaciale, durante il periodo più vicino a noi dell’Era Quaternaria (Neozoica o Attuale), iniziata almeno due milioni di anni fa. Più precisamente quest’Era viene posta in correlazione proprio con l’espansione delle calotte glaciali, estese e poi ritirate in un continuo alternarsi di fasi più o meno “fredde” che ha visto coinvolta buon aparte dell’Europa. L’ultima di queste glaciazioni è la Würmiana 8 ed è terminata poco più di 10.000 anni fa. Del resto la pianura trevigiana (sia alta sia bassa) si è formata in tempi geologicamente molto brevi, rispetto all’età della Terra (4,6 miliardi, cioè 4.600 milioni, di anni); tuttavia questo ha permesso il formarsi di spessori enormi di sedimenti, dalle Prealpi al mare, fino a centinaia di metri (secondo gli studi più recenti, ad esempio, nell’alta pianura vi sarebbero 300 o 400 metri tra ghiaia, sabbia e limo).

I ghiacciai infatti hanno portato a valle enormi quantità di materiale roccioso sgretolato, proveniente dall’erosione di varie zone retrostanti, alpine e prealpine. Così anche il cosiddetto Ghiacciaio del Piave, nella sua lenta ma continua ed inesorabile discesa verso aree più basse, ha svolto questa funzione di largo nastro trasportatore. I materiali, dapprima accumulati nelle morene e poi, con le fasi di disgelo ed i periodi interglaciali più “caldi”, trasportati più giù dalle correnti fluvio-glaciali e quindi fluviali, sono stati via via depositati sempre più in basso, a partire dai frammenti più grossi (ciottoli) in alta pianura, quindi quelli più minuti, verso la bassa pianura ed il mare (granulometrie più fini, fino alla sabbia).

Nella fase Würmiana il Ghiacciaio del Piave si spingeva a sud con due rami: quello di Quero, verso ovest ed il Lapisino, ad est, determinando in seguito delle imponenti correnti fluvioglaciali, dette principali, che a loro volta si dividevano in altre più strette, con un certo adattamento alla morfologia del terreno. Si ebbero così, ad esempio, correnti glaciali e poi fluvioglaciali verso Vittorio Veneto, Pieve di Soligo, Nervesa, Biadene, ecc…, per dirigersi poi, attraverso quella che oggi chiamiamo alta pianura, lungo le direzioni (da est verso ovest): Vittorio Veneto, Colle Umberto, Pieve di Soligo-Falzè, Nervesa-Ponte di Piave, Montebelluna-Treviso, Cornuda-Castelfranco. In sintesi, come mostra la figura della pagina seguente, il Piave dava origine a un gran conoide compreso tra gli odierni corsi del Livenza (nord-est) e Musone (ovest) 9.

Una di queste correnti principali, incuneatasi attraverso Quero e Vidor, si estendeva in direzione del bacino del Brenta, lungo l’attuale torrente Musone, per poi saldarsi alle alluvioni del Brenta stesso, lungo l’attuale corso del Sile.

Si può notare, anche osservando una semplice carta topografica come una tavoletta I.G.M. 10, che le curve di livello o isoipse variano la loro distanza, aumentandola, in corrispondenza dell’area sorgentifera del Sile: c’è infatti una diminuzione di pendenza che indica:

- il limite meridionale dell’antico conoide del Piave, di cui si è parlato sopra;

- il confine tra l’alta e bassa pianura, ovvero l’area in cui si trovano appunto le risorgive, comprese quelle del Sile.

Ciò è confermato da vari fattori, quali ad esempio:

- la presenza di materiali più grossolani a settentrione del Sile e di quelli più fini a sud di esso;

- il fatto che, prendendo come riferimento una linea ideale congiungente Treviso con Castelfranco, vi sono materiali omogenei a nord di tale linea (ghiaia con sabbia) e materiali più eterogenei, specialmente in profondità, a sud di essa (ghiaie più sottili, sabbie, limo ed argilla).

E’ evidente il legame di stretta connessione tra falda acquifera-freatica 11 ed il corso del fiume Sile, nel senso che la prima viene alla luce spontaneamente nelle risorgive che poi danno origine al secondo, grazie alla diminuzione di pendenza ed alla presenza di sedimenti fini a maggior impermeabilità, fino alle argille (= particelle inferiori a 1/250 di mm.). Tale falda è alimentata, attraverso il cosiddetto acquifero (= insieme di sedimenti che, essendo permeabili, permettono il passaggio dell’acqua sotterranea):

- soprattutto da perdite di portata dell’alveo dei fiumi maggiori (il Piave e, in misura minore, il Brenta): fino ad oltre il 60%;

- in parte da infiltrazioni di acque piovane, da canali e sorgenti.

Il fiume Piave, quindi, è il principale alimentatore delle risorgive, come dimostrano varie misurazioni, studi geologici e pedologici, studi tettonici condotti in particolare dopo l’alluvione del 1966 (cfr. bibliografia).

Praticamente parte dell’acqua del Piave, infiltratasi sotto l’antico conoide, è costretta ad un certo punto a riaffiorare (nei fontanili), incontrando gli strati più fini (quindi impermeabili) degli antichi sedimenti del Brenta.

Secondo gli studi più accreditati la “dispersione in alveo” di acqua, specialmente a carico del Piave, è consistente, con strette analogie tra il regime di falda, osservabile nei pozzi, ed il regime dei corsi d’acqua. La lunghezza di quei tratti che vengono definiti “tronchi disperdenti” può essere abbastanza rilevante e per il Piave è di una dozzina di chilometri circa. Un tratto disperdente di una certa importanza sembra essere proprio quello compreso tra Nervesa e le Grave di Papadopoli, con dispersioni fino a 14 mc/sec. e medie annue di circa 2 mc/sec. per km., che vanno ad alimentare sia la falda sia i fontanili. Questi ultimi, la cui fascia, larga qualche chilometro, si estende per circa 90 km. di lunghezza, alimentano vari corsi d’acqua tra cui, appunto, il Sile.

Con questi fiumi viene a giorno la falda freatica che viene drenata dalle risorgive, mentre la falda più profonda, in pressione, prosegue più a valle. Secondo studi del decennio scorso, condotti su oltre cento sezioni, è stato possibile stimare in circa 50 mc/sec. la portata media annua dei fontanili lungo la zona interessata al nostro territorio, con dei massimi di drenaggio proprio tra Castelfranco e Treviso: esattamente ove hanno inizio, oltre il Sile, gli altri fiumi di risorgiva di una certa dimensione, come il Dese e lo Zero, con raccolta di acque evidentemente disperse sia dal Piave sia dal Brenta. Ad ulteriore riprova di quanto affermato, basta citare il fatto che ad ogni fase di piena del Piave segue, dopo qualche tempo, un innalzamento della falda, rilevabile nei pozzi, specialmente in zone non molto lontane dal corso del fiume.

Riassumendo quindi:

Il Sile si colloca nella zona di passaggio tra alta e media pianura, alla base del grande antico conoide creato dalle correnti fluvio-glaciali del Piave. L’emersione della falda freatica, mediante risorgiva, è favorita dalla diminuzione di pendenza e dal graduale passaggio di sedimenti più grossolani, permeabili, a quelli più fini, impermeabili. Si determina così una bassura sorgentifera inizialmente ad asse ovest-est, caratterizzata da consistente apporto idrico ed identificabile con il corso del Sile.

Il fiume ha in questo tratto funzione drenante, con livello generalmente inferiore a quello della falda, acqua quasi esclusivamente di provenienza sotterranea e portata media, all’altezza di Quinto, di poco più di 6 mc/sec.. Dopo Treviso la quota del fiume va a pari con il livello della falda, talvolta anzi lo supera e l’asse di scorrimento deve prendere la direzione sud-est, a causa dello incontro con l’altro conoide del Piave, geologicamente più giovane, con vertice a Nervesa. La portata nel frattempo aumenta, anche per l’apporto di un certo numero di affluenti, principalmente da sinistra.

 

Sotto il fiume: l’alveo

 

Dell’alveo si è già detto qualcosa precedentemente, soprattutto parlando dell’origine geologica del fiume e delle sue acque. Rimane qualche altra spiegazione da dare.

Già qualche secolo fa non sfuggivano, ad un attento osservatore, certe caratteristiche dell’alveo del Sile. Basterà citare, a titolo di esempio, qualche frase di uno scritto risalente alla fine del XVIII secolo: … “Ciò nasce dal fondo del suo alveo formato per dir così a scaglioni, da’ quali o precipitano velocemente le acque o ne stagnano al piede. Dove queste passano veloci può l’occhio discernere il fondo del fiume, e vederlo coperto tutto di ghiaje, e ciottoli di varia natura, e grandezza. Vedesi ciò con sorpresa, perchè il Sile non mai trascina tali materie, non le conosce, nè può conoscerle ... come può aversi scavato un alveo così grande, serpeggiante, profondo, e di più averlo coperto di sassi, e di ghiaja? … Dunque tutto concorre a persuadermi che per l’alveo presente del Sile corsa sia altre volte la Piave fino alle lagune, e che il Silis di Plinio sia l’odierna Piave … 12 ”.

E’ evidente l’interrogativo dell’osservatore, che parla di “sorpresa” ma che tenta anche di darsi una spiegazione plausibile (ciottoli e ghiaia provenienti da un vecchio alveo del Piave, sul quale oggi scorrerebbe il Sile).

Si sa che il fondale, spesso mascherato da alghe e piante acquatiche, non è regolare, che anzi presenta a volte delle fosse, la cui profondità è variabile da 2 a 3 m. a monte della città, con punte di 4 m. da Quinto a Treviso e di 5 m. in città. La profondità, a parte le fosse, non è uniforme, nè segue qualche regola: può essere indifferentemente maggiore sulla sponda destra, come sulla sinistra, senza l’omogeneità nè la simmetria di un profilo teorico dell’alveo, che si potrebbe immaginare con un massimo di profondità al centro ed in graduale diminuzione verso le sponde, secondo un classico profilo ad “U” più o meno aperta. La profondità sembra piuttosto essere in relazione con diversi fattori, quali ad esempio la variabile velocità della corrente, l’erodibilità del fondo, la natura stessa dei suoi componenti (creta, oppure ghiaia, o terriccio, sabbia … ).

Cerchiamo perciò di completare le spiegazioni con un ultimo riferimento al passato geomorfologico: come abbiamo già detto, col progressivo ritiro del ghiaccio plavense, ingenti quantità di detriti appartenenti alle tre famiglie di rocce vennero a trovarsi nel punto di massima espansione (morene) e le acque postglaciali provvidero a livellare, sgretolare e portare sempre più a valle questi materiali, contribuendo così a determinare un assetto morfologico sempre più simile all’attuale. Il Piave abbandonò definitivamente le vallata Lapisina, orientando il proprio corso lungo le direttrici attuali, destinate via via a ulteriori modificazioni con le successive alluvioni e nuovi coni di deiezione.

E tuttora, nel sottosuolo ghiaioso che fa da substrato alle zone ferrettizzate, si trovano numerosi ciottoli di natura prevalentemente calcareo-dolomitica, benché le percentuali di carbonato di Ca non siano pari a quelle riscontrabili nelle ghiaie del fiume Piave. In prossimità del Sile, comunque, i terreni perdono la vivacità di certi colori e divengono più sabbiosi per almeno due motivi:

- maggior percentuale di elementi più sottili nell’alluvione ghiaiosa (per il rallentamento delle velocità di deflusso fluvioglaciale);

-per un livello della falda freatica anticamente più elevato.

Vi devono essere state ripetute mescolanze tra rispettive correnti fluvioglaciali, con una successiva predominanza da parte delle acque del Brenta, su tutta la zona occidentale ed un “ritiro” verso Sud-Est, delle acque rimanenti (Sile, Zero e corsi minori). Alcune modeste dorsali, rilevabili ancor oggi dall’analisi delle isoipse, evidenziano una deviazione assiale verso Sud-Est delle vie di deflusso, una delle quali puntava su Istrana e poi su Paese, mentre l’altra puntava su Treviso.

Potrebbero essere proprio le vie di deflusso di tali numerose correnti fluvioglaciali, le responsabili di questo mescolamento di materiali, provenienti da terreni diversi, per cui si ha quella “convivenza” di componenti diverse (argille, ghiaie, ciottoli) che ha lasciato perplessi tanti studiosi del passato ed osservatori di oggi; a tutto ciò si aggiunga la coltre di strati alluvionali che ha ricoperto più volte gli strati preesistenti, in occasione di eventi eccezionali (vere e proprie inondazioni, alluvioni) ed ecco spiegata la varietà nella natura dell’alveo. E’ evidente perciò che il fondo spesso ghiaioso di cui si è parlato non può essere certo spiegato con la capacità di trasporto attuale del fiume stesso, ma con quanto riportato anticamente dalle correnti fluvioglaciali, vero “filo” geologico che tiene unito il Sile al Piave, in grado forse di dare una risposta anche alla frase di Plinio13, il quale afferma che il …  fluvius Silis  [discende] ex montibus Tarvisianis” … ,  così come, più avanti, il “flumen Liquentia [discende] ex montibus Opiterginis … ”.  E non è il caso che qualcuno si metta in cerca dei “montes Opitergini”, perchè sarebbe assai ardua l’impresa …

 

 

 

 

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1 Giuliano Palmieri, 1980, Treviso dalla Preistoria all’Età Romana, in Treviso Nostra, p. 160 afferma che «il Sile, come l’omonimo fiume del pordenonese ed il Silaro (attualmente Sele) della pianura di Paestum, deriva dal prelatino Sila, canale». Ed è questa l’ipotesi più accreditata.

2 E, dall’alluvione del 1966, la breccia sull’argine destro (verso la laguna) del “taglio” fra Portegrandi e Caposile.

3 Soprattutto a valle di Casale.

4 «Il nome Casacorba si presta a discordanti ipotesi sulla sua esatta derivazione. La forma Casa-curva  compare in un documento del 994:  in vico qui Casa curva vocatur quem Wangerius aedificavit  (nel villaggio che si chiama Casa Curva che Wangerio costruì).

Sulla base di questa fonte storica sembra plausibile, più di molte altre spesso fantasiose, la soluzione proposta dall’Olivieri che, ritenendo l’aggettivo curva riferibile al nome casa, deduce l’esistenza nel luogo, intorno al 1000 d’una costruzione con particolare pianta arcuata, oppure d’un gruppo d’edifici disposti a semicerchio, forse in relazione ad una particolare conformazione del terreno, qui ricchissimo d’acque». Giacinto Cecchetto, Dalle origini al 1813, in Stare a Vedelago, 1980, pag. 97.

5 Sono qui ricordati solo i più importanti.

6 Conglomerato sabbioso-argilloso di antica origine marina.

7 Materiale detritico giallo-rossastro, arricchito di sostanze ferrose (mediante un processo detto ferrettizzazione), spec. Fe203. E’ praticamente un’ossidazione progressiva, con abbondanza di pigmenti di ferro.

8 Da Würm. Deriva come gli altri nomi delle ultime glaciazioni, ovvero Günz, Mindel, Riss, da località della Baviera, Germania meridionale, dove all’inizio del ‘900 due studiosi “decifrarono” la successione di alcuni depositi morenici.

9 Area con superficie digradante verso il piano, costituita da ciottoli fluviali e glaciali trasportati dalle correnti di dilavamento durante l’era glaciale.

10 Cioè carta di scala 1:25.000 elaborata dall’Istituto Geografico Militare ed acquistabile in alcune librerie o direttamente dall'IGM, viale Filippo Strozzi, 14 - 50100 Firenze.

11 Dal greco frèar = umidità.

12 Giacomo Filiasi, Memorie storiche dei Veneti primi e secondi, Tomo II, Venezia, 1796.

13 Plinio, Naturalis Historia, III, 126.

 

 

Bibliografia

 

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MICHIELI A.A., Il Sile nel passato e nel presente, in  La geografia, n. 12, 1924.

DI COLBERTALDO D.,  Il Sile,  Rivista geomineraria, V, 1944.

COMEL A., I terreni dell’alta pianura trevigiana compresi nel foglio “Conegliano”. Con note sui terreni del Montello e dei colli  di Conegliano, Annali della stazione chimico-agraria sperimentale di Udine, S III, vol. VIII ,Udine, 1955.

MICHIELI A. A., Storia di Treviso, Firenze, 1958.

CESSI R., Evoluzione storica del problema lagunare, Atti del Convegno per la conservazione e difesa della laguna e della città di Venezia, Venezia, 1960.

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Idem, Distribuzione dei materiali limoso-argillosi nel sottosuolo                 della pianura veneta, Quaderni Istituto Ricerca sulle acque, 34 (4), Roma, 1977.

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CNR, Restituzione freatica ai fontanili nell’alta pianura veneta tra il Piave ed i Lessini, IRSA, 1980.

CNR, Distribuzione delle ghiaie nel sottosuolo della pianura veneta, IRSA, 1976, Evoluzione neotettonica dell’Italia nord-orientale (Mem. Scienze Geol. Univ. di Padova, 1982).

 

 

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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume di Camillo Pavan

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Ultimo aggiornamento 12/01/09