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La
Geografia
di
Giuliano De Menech
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Una breve scheda del fiume, illustrata di seguito, mette in evidenza le caratteristiche del Sile, ovvero quell’insieme di connotati che ne fanno un corso d’acqua più unico che raro: uno dei fiumi di risorgiva più lunghi al mondo, con regime molto regolare (non ha affluenti di tipo torrentizio) e pertanto quasi esente da rischi di piene eccessive. |
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Superficie
del bacino idrografico, kmq. 628 Sorgenti,
originariamente a Casacorba (comune di Vedelago, provincia di Treviso) Lunghezza,
km. 84 circa da zona sorgenti a Treviso, ponte
Garibaldi1
km. 21,8 da Treviso, ponte Garibaldi al mare2 km. 62,2 Larghezza,
minima m 10, massima m 40, media m 15 Portata
in mc./sec.3
(a Casier), minima 33, massima 76, media 55 Foci,
nell’Adriatico con l’alveo principale (Piave Vecchia) nella laguna di Venezia con i canali
Sioncello e Silone Quota
di livello tra sorgenti e foce, metri 27 Temperatura
in °C 4,
minima 6, massima 16-17
pH
5, minimo 7,4 massimo 7,8 medio 7,6 Ossigeno
disciolto 6,
minimo 6,6 massimo 9 medio 8,6 Conducibilità
elettrica 7,
minimo 415, massimo 485 medio 445 Profondità,
variabile, con le stazioni di rilevamento Orientamento
dell’asse fluviale, dalle sorgenti a Treviso: ovest - est da Treviso alla foce: nord/ovest -
sud/est -------- 1
Misura indicativa in quanto non esiste una sorgente del Sile ma una
zona delle sorgenti. 2
Rilevazione dell’ing. Francesco Boghetto per il Piano
di Bacino del Sile. 3
Definita come “volume d’acqua che passa attraverso una sezione del
fiume nell’unità di tempo”. 4
La temperatura minima dell’acqua (6 °C) è stata registrata nel gennaio
1985 con temperatura dell’aria di -16 °C 5
Misura che esprime l’acidità dell’acqua, secondo questi parametri: pH
7 = neutralità; pH >7 = basicità (o alcalinità); pH <7 = acidità.
6
Espresso in
milligrammi di O2 per litro d’acqua. 7
Espressa in
microsiemens per cm. ********** Sarebbe
comunque ingiusto concludere una carta d’identità del fiume senza aver
detto qualcosa del suo nome. Tra le varie etimologie proposte non è
difficile scorgere una denominazione comune nel significato di silente,
silenzioso, come può facilmente verificare chi si metta in ascolto del
placido fiume, i cui silenzi sono interrotti soltanto dal fruscio delle
canne palustri o dal canto degli uccelli lungo le sue rive. Non è questa
comunque la sede per un approfondimento storico-etimologico1,
qui ci limitiamo a sottolineare la “silenziosità” di questo fiume, le
cui fonti sono state più volte paragonate -non a torto- a quelle ben più
note del Clitunno. La portata E’
evidente che, trattandosi di fiume di risorgiva, dovrebbe essere logico
considerarlo a portata del tutto costante. Così infatti era alle origini.
Oggi la situazione è un po’ cambiata, sia per il fatto che vi è stata
un’evoluzione nei centri abitati bagnati dal fiume (come ad esempio
Treviso e i comuni limitrofi, zone divenute ad alta densità di
urbanizzazione), sia per l’utilizzazione diversificata delle sue acque
(irrigazione agricola, vasche destinate agli allevamenti di trote e
piscicoltura in generale, utilizzazioni per scopi idroelettrici, ecc...).
Numerosi fattori legati allo sviluppo urbano, come la pavimentazione
sempre più estesa del suolo, la progressiva asfaltatura di vaste aree
abitate, strade, piazze; l’eliminazione e successiva tombinatura di
numerosi fossati, hanno portato ad una situazione nuova. La
portata, quindi, si può definire costante in assenza o scarsità di
precipitazioni, mentre notevoli variazioni si possono verificare in
presenza di eventi meteorici di una certa rilevanza, con piene mediamente
più frequenti di un tempo e punte di massima più marcate (anche se meno
rovinose, grazie all’arginatura e a un certo controllo) 2.
Tra le piene famose citeremo quella del 16 Maggio 1905, in cui
l’idrometro di Trepalade toccò i 3,40 m. contro la normale misura di 1
m. e, indimenticabile, l’alluvione del 4 Novembre 1966. Le magre invece,
generalmente estive, fanno calare mediamente il livello soltanto di mezzo
metro. A
parte i problemi legati alle precipitazioni, gli argini sono comunque
indispensabili 3
a causa del livello di terreno (quasi pari al mare) e della
sopraelevazione dell’alveo (divenuto pensile) dovuta alle torbide, cioè
alle sedimentazioni sul fondo di materiali e detriti. I maggiori problemi
di contenimento delle portate di piena si hanno a valle di Treviso, ove si
cominciano a sentire anche gli effetti della marea (con oscillazioni fino
a 1 m.), che in certi casi si avvertono addirittura fino all’altezza di
Silea. Le sorgenti e gli affluenti Cominciamo
col dire che per certi aspetti le sorgenti del Sile non esistono più ed
anche i più pazienti tentativi di reperimento della primitiva sorgente si
sono rivelati infruttuosi: tra bonifiche e tombinature, dei primi metri
dell’antico letto non rimane che una debole traccia destinata a
sopravvivere soltanto in vecchie mappe o nel ricordo visivo degli anziani
del paese. Ma
sentiamone una breve descrizione fatta da Giuseppe Mazzotti: «Ad un certo
punto, nel fondo di un fossatello, tra due filari di alberi, si vede un
po’ d’acqua. Non stagnante, ma viva. Più
in qua, più in là si vedono bulicare altre polle e presto la natura del
suolo si rivela incerta fra la terra e l’acqua. Sono queste le sorgenti
del Sile, che inizia il suo corso tranquillo fra bassi canneti e erbe
palustri ... il piccolo fiume si allarga presto, senza ristagnare, fra
rive a cui si affacciano gruppi di alberi, e si distende anche in laghetti
formati talvolta da vecchie cave di ghiaia; ma il suo corso, in principio,
è indeciso, quasi che l’acqua fosse stupita di ritrovarsi alla luce
dopo il lungo viaggio sotto terra … Queste fontane, o polle di
risorgiva, chiamate in luogo fontanassi, formano i fiumi e i canali che intridono la pianura
intorno alla città, la circondano e la penetrano con molte vene. Scorrono
le acque nei fossati, muovendo appena le erbe verdissime del fondo. Un
tremito silenzioso passa su quelle erbe, simili a lunghi capelli
accarezzati da una invisibile mano. Le fronde delle siepi, lungo le strade
solitarie, si riflettono nitide sulle acque scorrenti, di una freschezza e
trasparenza incredibili». Dopo
questa meravigliosa descrizione, di una precisione quasi fotografica, ma
poetica nello stesso tempo, dipinta sullo sfondo verde della campagna
trevigiana, torniamo alle origini geografiche del fiume, alle sorgenti
propriamente dette o a ciò che rimane di esse. Il
paese è Casacorba 4
ed inizialmente, tra polle ed acqitrini, era costituito da casolari allora
raggiungibili anche con barche. Comunque la totale tombinatura ha reso
irriconoscibile il regno dei fontanassi,
ora più piccoli e meno profondi, in parte destinati a scomparire,
soffocati da colture e pianificazioni. Tre sono le zone in cui si possono
suddividere i fontanassi,
alcuni tra pioppi e ninfee, altri tra i rovi: tutti comunque, o quasi,
sono in provincia di Padova, con dispetto dei trevigiani, tra Torreselle e
Levada, frazioni di Piombino Dese: il nuovo Sile è quindi, almeno nei
primissimi chilometri, padovano, per diventare trevigiano tra Cavasagra,
Ospedaletto e Badoere. Parlando
di affluenti va detto subito che, essendo la bassura del Sile inclinata da
nord ovest verso sud est e trovando spazio a nord l’alta pianura
trevigiana ed a sud quella più bassa, è logico aspettarsi un più alto
numero di affluenti dalla sinistra idrografica (cioè sostanzialmente da
nord) che dalla destra (cioè da sud). E così è infatti: confluiscono da
destra soltanto il Dosson, il Serva, il Bigonzo e il Fuin, mentre tutti
gli altri provengono dalla sinistra idrografica e precisamente: il Cerca,
il Botteniga, il Giavera, il Pegorile, il Limbraga, lo Storga, il Melma,
il Nerbon, il Musestre, il Vallio ed il Meolo 5. Pure
questi affluenti, generalmente di breve percorso, sono di risorgiva;
originano cioè lungo la linea detta appunto delle
risorgive, di cui parleremo ancora in seguito ma che per ora può
essere definita come la linea (più o meno curva) ottenuta congiungendo i
punti di affioramento delle acque meteoriche filtrate sotto il terreno
fino al loro ritorno alla luce. Nella
zona che a noi interessa, tale linea segue questo percorso: dal
circondario di Castelfranco, verso Cavasagra e Casacorba (zona delle
sorgenti), poi Quinto, la zona sud di S. Bona, S. Pelajo, S. Artemio, poi
in direzione di Carbonera e Breda di Piave. E’
costituita da un insieme di fontanassi,
lungo il confine tra l’alta pianura (più ghiaiosa, secca, a
granulometria più grossolana) e la bassa pianura (umida, ricca di acque,
a granulometria più fine). Va
aggiunto che, oltre questi corsi d’acqua, sostanzialmente
“naturali”, vi sono vari canali (come ad esempio la Piavesella) oppure
derivazioni di uno stesso corso (come avviene per il Botteniga che,
entrando in città, si ramifica in più canali) e mentre di alcuni di essi
l’origine “naturale” è certa, come ad esempio per il ramo
principale del Botteniga-Cagnan, per altri vi sono pareri controversi (cioè
ad esempio per il Cantarane, il Siletto, il Canale delle Convertite,
ecc.). Origine geologica Geologicamente
parlando, le fonti hanno un denominatore comune: (A. Comel, Terreni
agrari della provincia di Treviso, 1971): si tratta di una bassura
sorgentifera, collocata tra ghiaie
di vecchia alluvione con scarsa alterazione o variamente
commiste a sostanze terrose e terreni
argillosi o sabbioso-argillosi di
antica alluvione, in vario stato di
decalcificazione, spesso con caranto 6. Più
a nord prevalgono substrati ghiaiosi
con cappello superficiale di alterazione (ferretto) 7,
profondo in media meno di mezzo metro, ma di maggior spessore nel tratto
Istrana-Paese. Infine,
immediatamente ad ovest di Casacorba
si apre a triangolo una zona, largamente estesa poi verso nord, risalendo
da Castelcucco verso Asolo, caratterizzata da alluvioni
pedecollinari o infravallive, prevalentemente sabbioso argillose, che si dilatano specialmente lungo il corso di
torrenti (in tal caso si tratta del Musone, che trae origine dalle pendici
pedecollinari del massiccio del Grappa, ma situazioni analoghe si
riscontrano lungo il decorso del Meschio, da Vittorio Veneto, oppure del
Monticano, fino a Fontanelle). Per
capire questa sequenza di terreni nelle zone interessate dalle risorgive,
bisogna, per lo spazio limitatissimo della presente trattazione, fare un
riferimento, almeno telegrafico, alla genesi della pianura trevigiana.
Facciamo allora un salto indietro di qualche decina di migliaia di anni,
tornando al periodo della massima espansione glaciale, durante il periodo
più vicino a noi dell’Era Quaternaria (Neozoica o Attuale), iniziata
almeno due milioni di anni fa. Più precisamente quest’Era viene posta
in correlazione proprio con l’espansione delle calotte glaciali, estese
e poi ritirate in un continuo alternarsi di fasi più o meno “fredde”
che ha visto coinvolta buon aparte dell’Europa. L’ultima di queste
glaciazioni è la Würmiana 8
ed è terminata poco più di 10.000 anni fa. Del resto la pianura
trevigiana (sia alta sia bassa) si è formata in tempi geologicamente
molto brevi, rispetto all’età della Terra (4,6 miliardi, cioè 4.600
milioni, di anni); tuttavia questo ha permesso il formarsi di spessori
enormi di sedimenti, dalle Prealpi al mare, fino a centinaia di metri
(secondo gli studi più recenti, ad esempio, nell’alta pianura vi
sarebbero 300 o 400 metri tra ghiaia, sabbia e limo). I
ghiacciai infatti hanno portato a valle enormi quantità di materiale
roccioso sgretolato, proveniente dall’erosione di varie zone
retrostanti, alpine e prealpine. Così anche il cosiddetto Ghiacciaio
del Piave, nella sua lenta ma continua ed inesorabile discesa verso
aree più basse, ha svolto questa funzione di largo nastro trasportatore.
I materiali, dapprima accumulati nelle morene e poi, con le fasi di
disgelo ed i periodi interglaciali più “caldi”, trasportati più giù
dalle correnti fluvio-glaciali e quindi fluviali, sono stati via via
depositati sempre più in basso, a partire dai frammenti più grossi
(ciottoli) in alta pianura, quindi quelli più minuti, verso la bassa
pianura ed il mare (granulometrie più fini, fino alla sabbia). Nella
fase Würmiana il Ghiacciaio del
Piave si spingeva a sud con due rami: quello di Quero, verso ovest ed
il Lapisino, ad est, determinando in seguito delle imponenti correnti
fluvioglaciali, dette principali, che a loro volta si dividevano in altre
più strette, con un certo adattamento alla morfologia del terreno. Si
ebbero così, ad esempio, correnti glaciali e poi fluvioglaciali verso
Vittorio Veneto, Pieve di Soligo, Nervesa, Biadene, ecc…, per dirigersi
poi, attraverso quella che oggi chiamiamo alta pianura, lungo le direzioni
(da est verso ovest): Vittorio Veneto, Colle Umberto, Pieve di Soligo-Falzè,
Nervesa-Ponte di Piave, Montebelluna-Treviso, Cornuda-Castelfranco. In
sintesi, come mostra la figura della pagina seguente, il Piave dava
origine a un gran conoide compreso tra gli odierni corsi del Livenza
(nord-est) e Musone (ovest) 9. Una
di queste correnti principali, incuneatasi attraverso Quero e Vidor, si
estendeva in direzione del bacino del Brenta, lungo l’attuale torrente
Musone, per poi saldarsi alle alluvioni del Brenta stesso, lungo
l’attuale corso del Sile. Si
può notare, anche osservando una semplice carta topografica come una
tavoletta I.G.M. 10,
che le curve di livello o isoipse variano la loro distanza, aumentandola,
in corrispondenza dell’area sorgentifera del Sile: c’è infatti una
diminuzione di pendenza che indica: -
il limite meridionale dell’antico conoide del Piave, di cui si è
parlato sopra; -
il confine tra l’alta e bassa pianura, ovvero l’area in cui si trovano
appunto le risorgive, comprese quelle del Sile. Ciò
è confermato da vari fattori, quali ad esempio: -
la presenza di materiali più grossolani a settentrione del Sile e di
quelli più fini a sud di esso; -
il fatto che, prendendo come riferimento una linea ideale congiungente
Treviso con Castelfranco, vi sono materiali omogenei a nord di tale linea
(ghiaia con sabbia) e materiali più eterogenei, specialmente in profondità,
a sud di essa (ghiaie più sottili, sabbie, limo ed argilla). E’
evidente il legame di stretta connessione tra falda acquifera-freatica 11
ed il corso del fiume Sile, nel senso che la prima viene alla luce
spontaneamente nelle risorgive che poi danno origine al secondo, grazie
alla diminuzione di pendenza ed alla presenza di sedimenti fini a maggior
impermeabilità, fino alle argille (= particelle inferiori a 1/250 di mm.).
Tale falda è alimentata, attraverso il cosiddetto acquifero (= insieme di
sedimenti che, essendo permeabili, permettono il passaggio dell’acqua
sotterranea): -
soprattutto da perdite di portata dell’alveo dei fiumi maggiori (il
Piave e, in misura minore, il Brenta): fino ad oltre il 60%; -
in parte da infiltrazioni di acque piovane, da canali e sorgenti. Il
fiume Piave, quindi, è il principale alimentatore delle risorgive, come
dimostrano varie misurazioni, studi geologici e pedologici, studi
tettonici condotti in particolare dopo l’alluvione del 1966 (cfr.
bibliografia). Praticamente
parte dell’acqua del Piave, infiltratasi sotto l’antico conoide, è
costretta ad un certo punto a riaffiorare (nei fontanili), incontrando gli
strati più fini (quindi impermeabili) degli antichi sedimenti del Brenta. Secondo
gli studi più accreditati la “dispersione in alveo” di acqua,
specialmente a carico del Piave, è consistente, con strette analogie tra
il regime di falda, osservabile nei pozzi, ed il regime dei corsi
d’acqua. La lunghezza di quei tratti che vengono definiti “tronchi
disperdenti” può essere abbastanza rilevante e per il Piave è di una
dozzina di chilometri circa. Un tratto disperdente di una certa importanza
sembra essere proprio quello compreso tra Nervesa e le Grave di Papadopoli,
con dispersioni fino a 14 mc/sec. e medie annue di circa 2 mc/sec. per km.,
che vanno ad alimentare sia la falda sia i fontanili. Questi ultimi, la
cui fascia, larga qualche chilometro, si estende per circa 90 km. di
lunghezza, alimentano vari corsi d’acqua tra cui, appunto, il Sile. Con
questi fiumi viene a giorno la falda freatica che viene drenata dalle
risorgive, mentre la falda più profonda, in pressione, prosegue più a
valle. Secondo studi del decennio scorso, condotti su oltre cento sezioni,
è stato possibile stimare in circa 50 mc/sec. la portata media annua dei
fontanili lungo la zona interessata al nostro territorio, con dei massimi
di drenaggio proprio tra Castelfranco e Treviso: esattamente ove hanno
inizio, oltre il Sile, gli altri fiumi di risorgiva di una certa
dimensione, come il Dese e lo Zero, con raccolta di acque evidentemente
disperse sia dal Piave sia dal Brenta. Ad ulteriore riprova di quanto
affermato, basta citare il fatto che ad ogni fase di piena del Piave
segue, dopo qualche tempo, un innalzamento della falda, rilevabile nei
pozzi, specialmente in zone non molto lontane dal corso del fiume. Riassumendo
quindi: Il
Sile si colloca nella zona di passaggio tra alta e media pianura, alla
base del grande antico conoide creato dalle correnti fluvio-glaciali del
Piave. L’emersione della falda freatica, mediante risorgiva, è favorita
dalla diminuzione di pendenza e dal graduale passaggio di sedimenti più
grossolani, permeabili, a quelli più fini, impermeabili. Si determina così
una bassura sorgentifera inizialmente ad asse ovest-est, caratterizzata da
consistente apporto idrico ed identificabile con il corso del Sile. Il
fiume ha in questo tratto funzione drenante, con livello generalmente
inferiore a quello della falda, acqua quasi esclusivamente di provenienza
sotterranea e portata media, all’altezza di Quinto, di poco più di 6 mc/sec..
Dopo Treviso la quota del fiume va a pari con il livello della falda,
talvolta anzi lo supera e l’asse di scorrimento deve prendere la
direzione sud-est, a causa dello incontro con l’altro conoide del Piave,
geologicamente più giovane, con vertice a Nervesa. La portata nel
frattempo aumenta, anche per l’apporto di un certo numero di affluenti,
principalmente da sinistra. Sotto il fiume: l’alveo Dell’alveo
si è già detto qualcosa precedentemente, soprattutto parlando
dell’origine geologica del fiume e delle sue acque. Rimane qualche altra
spiegazione da dare. Già
qualche secolo fa non sfuggivano, ad un attento osservatore, certe
caratteristiche dell’alveo del Sile. Basterà citare, a titolo di
esempio, qualche frase di uno scritto risalente alla fine del XVIII
secolo: … “Ciò nasce dal fondo del suo alveo formato per dir così a
scaglioni, da’ quali o precipitano velocemente le acque o ne stagnano al
piede. Dove queste passano veloci può l’occhio discernere il fondo del
fiume, e vederlo coperto tutto di ghiaje, e ciottoli di varia natura, e
grandezza. Vedesi ciò con sorpresa, perchè il Sile non mai trascina tali
materie, non le conosce, nè può conoscerle ... come può aversi scavato
un alveo così grande, serpeggiante, profondo, e di più averlo coperto di
sassi, e di ghiaja? … Dunque tutto concorre a persuadermi che per
l’alveo presente del Sile corsa sia altre volte la Piave fino alle
lagune, e che il Silis di Plinio sia l’odierna Piave … 12
”. E’
evidente l’interrogativo dell’osservatore, che parla di “sorpresa”
ma che tenta anche di darsi una spiegazione plausibile (ciottoli e ghiaia
provenienti da un vecchio alveo del Piave, sul quale oggi scorrerebbe il
Sile). Si
sa che il fondale, spesso mascherato da alghe e piante acquatiche, non è
regolare, che anzi presenta a volte delle fosse, la cui profondità è
variabile da 2 a 3 m. a monte della città, con punte di 4 m. da Quinto a
Treviso e di 5 m. in città. La profondità, a parte le fosse, non è
uniforme, nè segue qualche regola: può essere indifferentemente maggiore
sulla sponda destra, come sulla sinistra, senza l’omogeneità nè la
simmetria di un profilo teorico dell’alveo, che si potrebbe immaginare
con un massimo di profondità al centro ed in graduale diminuzione verso
le sponde, secondo un classico profilo ad “U” più o meno aperta. La
profondità sembra piuttosto essere in relazione con diversi fattori,
quali ad esempio la variabile velocità della corrente, l’erodibilità
del fondo, la natura stessa dei suoi componenti (creta, oppure ghiaia, o
terriccio, sabbia … ). Cerchiamo
perciò di completare le spiegazioni con un ultimo riferimento al passato
geomorfologico: come abbiamo già detto, col progressivo ritiro del
ghiaccio plavense, ingenti quantità di detriti appartenenti alle tre
famiglie di rocce vennero a trovarsi nel punto di massima espansione
(morene) e le acque postglaciali provvidero a livellare, sgretolare e
portare sempre più a valle questi materiali, contribuendo così a
determinare un assetto morfologico sempre più simile all’attuale. Il
Piave abbandonò definitivamente le vallata Lapisina, orientando il
proprio corso lungo le direttrici attuali, destinate via via a ulteriori
modificazioni con le successive alluvioni e nuovi coni di deiezione. E
tuttora, nel sottosuolo ghiaioso che fa da substrato alle zone
ferrettizzate, si trovano numerosi ciottoli di natura prevalentemente
calcareo-dolomitica, benché le percentuali di carbonato di Ca non siano
pari a quelle riscontrabili nelle ghiaie del fiume Piave. In prossimità
del Sile, comunque, i terreni perdono la vivacità di certi colori e
divengono più sabbiosi per almeno due motivi: -
maggior percentuale di elementi più sottili nell’alluvione ghiaiosa
(per il rallentamento delle velocità di deflusso fluvioglaciale); -per
un livello della falda freatica anticamente più elevato. Vi
devono essere state ripetute mescolanze tra rispettive correnti
fluvioglaciali, con una successiva predominanza da parte delle acque del
Brenta, su tutta la zona occidentale ed un “ritiro” verso Sud-Est,
delle acque rimanenti (Sile, Zero e corsi minori). Alcune modeste dorsali,
rilevabili ancor oggi dall’analisi delle isoipse, evidenziano una
deviazione assiale verso Sud-Est delle vie di deflusso, una delle quali
puntava su Istrana e poi su Paese, mentre l’altra puntava su Treviso. Potrebbero
essere proprio le vie di deflusso di tali numerose correnti fluvioglaciali,
le responsabili di questo mescolamento di materiali, provenienti da
terreni diversi, per cui si ha quella “convivenza” di componenti
diverse (argille, ghiaie, ciottoli) che ha lasciato perplessi tanti
studiosi del passato ed osservatori di oggi; a tutto ciò si aggiunga la
coltre di strati alluvionali che ha ricoperto più volte gli strati
preesistenti, in occasione di eventi eccezionali (vere e proprie
inondazioni, alluvioni) ed ecco spiegata la varietà nella natura
dell’alveo. E’ evidente perciò che il fondo spesso ghiaioso di cui si
è parlato non può essere certo spiegato con la capacità di trasporto
attuale del fiume stesso, ma con quanto riportato anticamente dalle
correnti fluvioglaciali, vero “filo” geologico che tiene unito il Sile
al Piave, in grado forse di dare una risposta anche alla frase di Plinio13,
il quale afferma che il … “fluvius Silis
[discende] ex montibus Tarvisianis” … ,
così come, più avanti, il “flumen
Liquentia [discende] ex montibus
Opiterginis … ”. E
non è il caso che qualcuno si metta in cerca dei “montes
Opitergini”, perchè sarebbe assai ardua l’impresa … -------------- 1
Giuliano Palmieri, 1980, Treviso
dalla Preistoria all’Età Romana, in Treviso Nostra, p. 160 afferma
che «il Sile, come l’omonimo fiume del pordenonese ed il Silaro
(attualmente Sele) della pianura di Paestum, deriva dal prelatino Sila,
canale». Ed è questa l’ipotesi più accreditata. 2
E, dall’alluvione del 1966, la breccia sull’argine destro (verso la
laguna) del “taglio” fra Portegrandi e Caposile. 3
Soprattutto a valle di Casale. 4
«Il nome Casacorba si presta a discordanti ipotesi sulla sua esatta
derivazione. La forma Casa-curva compare
in un documento del 994: “in
vico qui Casa curva vocatur quem Wangerius aedificavit”
(nel villaggio che si chiama Casa Curva che Wangerio costruì). Sulla base di questa fonte storica sembra plausibile, più di molte
altre spesso fantasiose, la soluzione proposta dall’Olivieri che,
ritenendo l’aggettivo curva
riferibile al nome casa, deduce
l’esistenza nel luogo, intorno al 1000 d’una costruzione con
particolare pianta arcuata, oppure d’un gruppo d’edifici disposti a
semicerchio, forse in relazione ad una particolare conformazione del
terreno, qui ricchissimo d’acque». Giacinto Cecchetto, Dalle
origini al 1813, in Stare a Vedelago, 1980, pag. 97. 5
Sono qui ricordati solo i più importanti. 6
Conglomerato sabbioso-argilloso di antica origine marina. 7
Materiale detritico giallo-rossastro, arricchito di sostanze ferrose
(mediante un processo detto ferrettizzazione), spec. Fe203. E’
praticamente un’ossidazione progressiva, con abbondanza di pigmenti di
ferro. 8
Da Würm. Deriva come gli altri nomi delle ultime glaciazioni, ovvero Günz,
Mindel, Riss, da località della Baviera, Germania meridionale, dove
all’inizio del ‘900 due studiosi “decifrarono” la successione di
alcuni depositi morenici. 9
Area con superficie digradante verso il piano, costituita da ciottoli
fluviali e glaciali trasportati dalle correnti di dilavamento durante
l’era glaciale. 10
Cioè carta di scala 1:25.000 elaborata dall’Istituto Geografico
Militare ed acquistabile in alcune librerie o direttamente dall'IGM, viale
Filippo Strozzi, 14 - 50100 Firenze. 11
Dal greco frèar = umidità. 12
Giacomo Filiasi, Memorie storiche dei Veneti primi e secondi, Tomo II, Venezia, 1796. 13
Plinio, Naturalis Historia, III, 126. Bibliografia AVERONE A., Sull’antica
idrografia veneta, Mantova, 1911. MICHIELI A.A., Il Sile nel
passato e nel presente, in La
geografia, n. 12, 1924. DI COLBERTALDO D., Il
Sile, Rivista geomineraria, V, 1944. COMEL A., I terreni
dell’alta pianura trevigiana compresi nel foglio “Conegliano”. Con
note sui terreni del Montello e dei colli
di Conegliano, Annali della stazione chimico-agraria
sperimentale di Udine, S III, vol. VIII ,Udine, 1955. MICHIELI A. A., Storia di
Treviso, Firenze, 1958. CESSI R., Evoluzione storica
del problema lagunare, Atti del Convegno per la conservazione e difesa
della laguna e della città di Venezia, Venezia, 1960. MIGLIORINI E., Il Veneto,
IV, Torino, 1962. BOSIO L., I problemi
portuali della
frangia lagunare
veneta nell’antichità, Venetia 1°, Padova, 1967 COMEL A., Terreni agrari
della provincia di Treviso, Amministrazione provinciale di Treviso,
2^ed., 1971. DAL PRA A., BELLATI R., COSTACURTA R., SBETTEGA G., Distribuzione
dellle ghiaie nel sottosuolo della pianura veneta, Quaderni Istituto
Ricerca sulle acque, 28 (12), Roma, 1976. Idem, Distribuzione dei
materiali limoso-argillosi nel sottosuolo
della pianura veneta, Quaderni Istituto Ricerca sulle acque, 34
(4), Roma, 1977. AA.VV., Quaderni
del Sile e di altri fiumi, Rivista Italiana di potamologia,
vari fascicoli, ma specialmente il n° 1, Treviso, 1978. CNR, Indagine sulle falde
acquifere profonde della pianura padana, IRSA, 1978. D’ALPAOS L., DAL PRA A., Indagini
sperimentali sulla alimentazione delle falde idriche nell’alta pianura
alluvionale del Piave, Torino, 1978, Atti del XVI Convegno di
Idraulica e costruzioni idrauliche. CNR, Restituzione freatica ai
fontanili nell’alta pianura veneta tra il Piave ed i Lessini, IRSA,
1980. CNR, Distribuzione delle
ghiaie nel sottosuolo della pianura veneta, IRSA, 1976, Evoluzione
neotettonica dell’Italia nord-orientale (Mem. Scienze Geol. Univ. di
Padova, 1982). -------------- © 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume di Camillo Pavan
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aggiornamento
12/01/09
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