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16 novembre 2005 – Presentazione del libro SILE. La piàrda di Casier A bordo della motonave Silis, della Navigazione Stefanato, di fronte alla chiesa di Casier (TV)
Trascrizione integrale degli interventi |
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Intervento di Glauco Stefanato, patrocinatore dell’opera
[Avevamo lasciato un’opera] alle spalle, incompleta… allora ho chiamato Camillo Pavan. Sapete come ho conosciuto Camillo Pavan? Vado a comperarmi il giornale, a Casale sul Sile, nel 1987 (1986) e vedo un libro scritto: Drio el Sil. Drio el Sil, ciò, xe roba, a xe aqua, a xe movimento, a xe a me vita. Compro el libro. Leggo il libro, ma non trovo niente di qua della conca [di Silea], tutto su[lle] risorgive e tutto il resto. Allora chiamo questo Camillo Pavan e ghe digo: “Camilo… mi son Stefanato… come mai no te ga scrito niente della navigazione?”. Alora iu me dise: “No go gnente, non ho elementi in mano”. Va beh. Allora vieni a trovarmi. Viene a trovarmi e gli ho presentato [il decano], che era mio papà, della navigazione e dopo… fotografie, e dopo, altre testimonianze… e Camillo Pavan in due anni, assieme ad altri collaboratori ha fatto un’opera bellissima. L’abbiamo sempre presentata a porto di Fiera… vero Camillo?... vero Turchetto? [sì…1989]. Ecco, 1989. Testimonianze e via via di questi barcaioli, lavandaie, … tutto questo settore sociale che si svolgeva lungo la via d’acqua e le altre vie d’acqua, perché i barcaioli qua, da questa piarda, partivano carichi di ghiaia, di mattoni delle fornaci e gli altri andavano, come ho detto prima, lungo altri fiumi. Allora Camillo parte. Dopo, Camillo è pronto con l’opera, con questa [monografia], ma non trova sponsor. Non trova sponsor (…) sponsorizzare la cultura è una cosa interessante, molto valida. Allora l’abbiamo sponsorizzato io e mio fratello, la famiglia Stefanato. Dopo ho raccolto altre testimonianze, nel frattempo. Poi abbiamo fatto quattro ristampe, via, via, via… mi trovo qui con Papparotto in pizzeria, parlo… mi dice, qua, là, su, giù… quelle cose che non abbiamo raccolto prima. E dopo anche con Bruno Gandin, qui, e altri barcaioli… Allora ho chiamato Camillo. Camillo! «Ma ti te si màto, te si màto…», mi fa. Sei pazzo. No, non si può fare, qua e là…. Va bene. Lasciamo stare. Richiamo dopo quindici giorni… «Dai Stefanato che partiamo!». Così, questa è la conclusione. Io ho finito, grazie. |
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Da sinistra: Glauco Stefanato con il nipote Nicolas Cortese, Camillo Pavan e Ivano Sartor (Cliccare per ingrandire) |
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Intervento di Ivano Sartor, storico, direttore di Archivi Contemporanei di Storia Politica della Fondazione Cassamarca di Treviso.
Allora, buongiorno a tutti. Io avrei questo compito, anzi, ho questo compito di illustrare il libro di Camillo Pavan. E, il primo impatto che si ha affrontando questa opera, è il titolo: Sile. La piarda di Casier. Spero di aver pronunciato giusto piàrda. Perché noi che siamo, credo, come la maggioranza, qui, uomini terricoli, di terraferma, ecco, conosciamo poco il lessico particolare del mondo che vive sull’acqua, delle professioni dell’acqua. Ma, a ragionarci un po’, a leggere un po’ le prime bozze del libro, ecco, già vediamo che nel titolo c’è molto del contenuto di quest’opera. Piàrda. Leggo nel risvolto di copertina, nell’interno della copertina: «Termine tipico della navigazione interna con cui viene indicato un tratto di argine posto sulla curva di un canale o di un fiume dove la barca può accostarsi per caricare o scaricare merci». Questa è una definizione tratta da un’opera che si occupa anche di questi aspetti, di idrotoponimi. Ecco, la piarda quindi è in sostanza un approdo fluviale adatto all’attività di carico e scarico… e, mi pare di capire, a naso, io non sono uno scienziato di questo particolar settore, che insomma mi pare chiarissimo il riferimento dal termine pigliare, “piàr”, pigliar… e quindi caricare, scaricare, prendere, metter dentro, ecco…E qua a Casier, ovviamente siamo… basta guardar fuori… qui si svolgeva questa attività come si svolgeva in tanti altri punti strategici del fiume Sile, dalla sua foce, dal suo arrivo in mare fino al centro di Treviso, fino alle immagini che abbiamo e che sono, credo, a tutti note, quei grandi barconi di fronte all’ospedale vecchio di San Leonardo. E quindi da questa attività di traffico, di commercio, di un viavai di vari mezzi, vari natanti, deriva il titolo di questo volume che è anche una sintesi del suo contenuto. È una sintesi del contenuto anche dal punto di vista geografico, perché, appunto, parte da Casier. Questo libro inizia proprio con un affondo sulla storia di Casier; una storia antica, una storia che affonda nelle epoche protostoriche direi, più che preistoriche, dal periodo del bronzo, dei grandi ritrovamenti avvenuti proprio qui a Casier nel periodo paleoveneto. Se voi andate nel museo civico di Treviso, troverete molti pezzi che sono illustrati come provenienti da Casier addirittura c’è un tipo di spade in bronzo che è definito del “tipo Casier”, tipologia Casier. Cioè se le si trova in altre parti d’Italia e d’Europa vengono definite spade “tipo Casier”.E qui, insomma, partiamo da questa epoca antica. Viene in mente quello che ha fatto l’abate Bailo… il fondatore del museo di Treviso con questi pezzi. Andava in giro, pensate, che i cavatori di ghiaia, dei quali parleremo, accenneremo un po’… che era una delle attività principali del fiume Sile… vendevano ai calderai questo materiale perché era rame era bronzo, erano metalli dai quali ricavavano qualche “franco”, insomma. Il vecchio abate Bailo, che è il fondatore del Museo — parliamo della seconda metà dell’Ottocento — e che era una grande figura, grandissima figura di intellettuale di Treviso (era definito dai suoi contemporanei “il più giovane dei vecchi”, perché sapeva vedere più in là degli altri) ecco, andava in giro dai calderai a raccogliere questi pezzi che hanno costituito le prime raccolte per il museo civico, per il nostro museo civico di Treviso. E poi il libro affonda, ecco, questi — molto in sintesi, perché non è questa la finalità di questo volume — sugli altri argomenti della antica Casier, quindi del monastero, del monastero alto-medievale fino alle ville del periodo moderno, fino agli argomenti — li accenno appena perchè sennò andremo troppo per le lunghe — delle due guerre con la presenza di Hemingway, con la presenza degli ospedali, prima quelli militari durante (per esempio quello della repubblica di San Marino) durante la Prima guerra mondiale fino poi all’ospedale civico di Treviso che dopo i bombardamenti di Treviso si trasferisce proprio a Casier il nostro ospedale dei Battuti. E poi c’è una parte del libro che riguarda proprio questa realtà dove siamo adesso: la vita della piazza di Casier, con tutti i suoi protagonisti con tutte le sue realtà che hanno costituito il protagonismo di Casier attorno al porto, insomma. Dalle scuole alla Cooperativa, agli abitanti, agli squeri e a quant’altro. E poi, andando sempre a parlare del titolo, se si legge il sottotitolo, anche questo è molto importante perché è un po’, anche qui… c’è la sintesi del contenuto: Barcari, burci, draghe e squeri. Per la verità non c’è tutto nel sottotitolo. Il libro parla anche di altri aspetti, anche di altre attività, per esempio dei mulini, dei mugnai… ecco, però diciamo che qua c’è l’essenza, con questi barcari, con questa attività di trasporto e quindi con l’attività anche, come si può dire, artigianale di costruzione dei mezzi di trasporto, che è stata fondamentale ed è tuttora una realtà importante nel Sile… tutti i cantieri, tutti gli squeri antichi. Cito alcuni nomi: i Cantieri del Levante, Vezzà, Barina, Ceccotto, Viezzoli, i Piovesan di Fiera, i Rizzetto che avevano anche a Portegrandi dove tuttora ci sono tre cantieri, tre squeri, tre cantieri navali dei Crosera. E, quindi, il libro è molto esteso, per questo io proprio “butto” gli argomenti per incuriosirvi poi alla lettura del volume. E poi c’è tutta la straordinaria importantissima attività delle draghe che hanno fatto disastri, diciamo, chiaramente ambientali sul Sile, però hanno risposto a una domanda che c’era di questo materiale. Voi sapete che fino agli anni ’30 – ’40 dell’Ottocento erano rarissime le strade della zona che avevano ghiaia, inghiaiate. C’era[no] solo la Callalta e il Terraglio, in sostanza. Le altre strade, che erano ovviamente frequentate solo quando non pioveva, quindi in una piccola parte dell’anno — ordinariamente la via di transito normale, più facile, più veloce erano i fiumi — le altre strade erano tutte in terra battuta. E si è cominciato a inghiaiarle tra gli anni ’30 e ’40, cioè durante il Lombardo Veneto; e, proprio parlavano, di costruire le strade che era in pratica l’inghiaiatura, fare i ponti che prima erano di legno… questi passaggi molto provvisori in legno. Allora c’è stato in questo periodo un’esplosione di domanda della ghiaia, e il Sile era una risorsa per i vari appaltatori di queste costruzioni e manutenzioni delle strade. E allora qua abbiamo tutta l’attività delle draghe che iniziano appunto nell’Ottocento, con questi mezzi rudimentali, con questi baióni montati sopra delle chiatte… che poi alla fine si sono evoluti fino ad arrivare alla fine con le grandi draghe meccanizzate, elettriche, con … quelle che un po’ ci ricordiamo un po’ tutti, credo, ecco, qua fra i presenti, e che ancora vediamo all’opera in qualche parte. Tanto per ricordare quelle cave che si son formate, la Barina, Tiso, la Rizzetto… solo per buttare alcuni nomi e non avere la pretesa di essere esaustivo. E poi ci son tutte le attività dell’uomo nel corso del Sile. Qua noi abbiamo i fratelli Stefanato che sono l’epigono, cioè sono gli ultimi operatori che hanno saputo innovare, rimodernare l’attività. Ma loro, con la loro figura, la loro presenza, riassumono tutto questo vissuto antico di un mondo molto particolare, quello di chi vive sull’acqua, di barcari. È ben spiegato nel libro, dove c’è anche un lessico particolare, che noi non capiamo. Il libro ci aiuta anche a capire questo linguaggio particolare che hanno i barcari e che non è comprensibile a noi terricoli. Ecco, e poi il libro, ovviamente non può che prendere atto che alla fine si parla proprio della fine di un’epoca. Si è trasformata la società, la meccanizzazione, la motorizzazione, ha portato alla fine vera e propria di una forma di civiltà di una vita che si svolgeva lungo il fiume dove era prevalente questa attività di trasporto. E trasportavano di tutto. Ecco, per esempio, quando si leggono le memorie di questi barcari che sono state raccolte, chi potrebbe immaginarsi che trasportavano sabbia, Cioè, uno dice, ma… sabbia! La ghiaia va ben… ma la sabbia del deserto… la sabbia del deserto, trasportavano! Uno dice, ma, insomma, è necessario trasportare… io credo che fosse destinata alla Vetrocoke… non l’ho trovato nel libro… [Interviene Stefanato: una fabbrica di perfosfati]… perché immaginavo la sabbia legata alla produzione del vetro, invece, ecco, è una sabbia finissima, che non esiste da noi e che quindi ha un utilizzo chimico, come ha un utilizzo chimico per la realizzazione del vetro, ecco…Ma trasportavano ghiaia, sabbia, frumento, grano, cereali… abbiamo sentito prima i girasoli. Poi viene la stagione della colza, poi viene la crisi, con il famoso caso dell’olio di colza, sul quale ormai si stanno facendo studi, adesso… perché ormai è storia passata, sono passati trent’anni e passa da quella vicenda che ha avuto — partita da Silea, in pratica, da Treviso — ha avuto un rilievo internazionale. Ricordate i ministri del tempo, coinvolti, eccetera. La fine, quindi, la crisi del trasporto dei barcari, rispetto a questa vicenda dell’olio di colza. La lenta dismissione delle attività; morivano i vecchi barcari, nessuno li rimpiazzava. Bruno Stefanato, lui stesso è andato lavorare in fabbrica, perché suo padre diceva: «Qua no ghe xe, no ghe xe prospetíve, no ghe xe pí lavoro». E qui è la fine di un mondo. Io mi avvio — cinque minuti ancora — se me li concedete, mi avvio a fare un commento, al di là del contenuto, sul valore di quest’opera. Il valore fondamentale, io credo, di questo libro, che è realizzato da uno storico, che ha alle spalle una notevole produzione libraria di opere storiche, è soprattutto quello centrato sulla storia orale. Oggi la storia orale è una branca della storia che ha un proprio specifico ruolo e contesto a livello scientifico, a livello di realizzazione, di costruzione, della memoria storica. Ha una sua tecnica. Lo storico deve mediare e verificare quello che gli si dice, e così ha fatto Camillo Pavan, nel senso che la memoria è traditrice. Si raccoglie dopo tempo quello che è stato il ricordo dei fatti passati, e il ruolo dello storico è intanto quello di stanare chi racconta. Stanare, cioè fargli dire anche quello che non vuole dire, quello che vuole nascondere e poi capire qual’era il contesto storico di allora, non di quando si raccoglie la memoria. Perché poi la memoria, appunto, tradisce. Uno accentua di più cose alle quali adesso dà spazio… invece lo storico deve ricostruire il più possibile veridicamente quello che era la realtà sulla quale scrive. Quindi è importante questo aspetto della storia orale, sul quale ormai ci sono specializzazioni a livello anche universitario. L’urgenza di questo ruolo, di questa operazione della memorialistica. Vi è sempre. Ci sarà sempre storia orale, perché adesso ci si sta concentrando sui — per esempio qui in questo libro — sui barcari di prima della seconda guerra mondiale, di dopo la seconda guerra mondiale. Quindici – vent’anni fa lo si faceva sulla Prima guerra mondiale e qua dentro ci sono, Camillo ha recuperato importantissime testimonianze da lui raccolte nell’87 – ’88. Oggi non è più possibile. Non esistono più. Son morti praticamente tutti, insomma, tranne qualche rarissima eccezione i protagonisti della prima guerra mondiale. Quindi ci sarà sempre storia orale. Fra cinquant’anni parleranno di noi, di adesso, e avanti… ci sarà sempre. Però c’è un’urgenza, quando si perde quella (…) generazionale, è persa la storia orale. Restano i documenti, che a volte ci sono e a volte non ci sono. Quindi questo è stato importantissimo, questo lavoro. Perché questo libro è fatto soprattutto di raccolta di memorie, di testimonianze orali, destinate ad essere perse, che invece vanno scritte, sedimentate. Perché un libro resterà per sempre. Noi oggi li ritroviamo. I libri scritti nel ‘400 e nel ‘500 magari in pochissime copie, li ritroviamo, ci sono. I libri restano sempre, perché vanno nelle biblioteche nazionali e in una rete vastissima di biblioteche in tutto il mondo. Adesso poi sappiamo anche dove sono, perché con internet si accede immediatamente [a] sapere dov’è un libro. Ecco che quindi i libri resteranno sempre. Io dico… a volte anche chi fa politica, fa tanta fatica… e poi, così, non resterà niente, di memoria. Noi che siamo storici, è vero? resteremo. Ecco, questo è un po’ un’ironia, un’autoironia… Scusate, era una battuta, anche per far un po’ divertire, insomma… alcuni di voi mi conoscono, e quindi è un’autoironia. C’illudiamo di fare tante robe, amministrando di qua e di là… la memoria… dopo un anno, due, non si ricorda neanche più il nome del sindaco vecchio. Lo storico viene ricordato, viene citato dagli altri storici, perché poi c’è un obbligo di citare. Se io scrivo utilizzando il suo libro, devo citarlo in nota, sennò non sono serio. E quindi, insomma… chiuso qua l’argomento. Un'altra cosa, un altro aspetto importante è quello che in questo libro appare un apparato iconografico importantissimo. Ci sono 90 fotografie… Attenzione! Mai buttar via carte o foto in casa, sempre conservarle, sempre! Nonostante che i figli non sappiano cosa faceva il padre, perchè in genere non lo sanno, se non vagamente, sempre conservare e sempre mettere la data e i nomi dietro… perché poi quando li si prende in mano a distanza di decenni, chi non l’aveva in mano non sa chi sono quelle persone. Sempre la data e sempre i nomi dietro. E allora qui ci sono 90 foto d’epoca, in buona parte inedite e fornite anche da dei collezionisti che vanno nominati: Glauco Stefanato, appunto, Bruno; Renato Papparotto e Bruno Gandin. Che voglio ringraziare per questa opera di raccolta e di conservazione della memoria. Perché anche l’iconografia è fondamentale, è importante, perché a volte si parla… ma non si visualizza. Abbiamo bisogno anche delle immagini, soprattutto oggi che siamo nel mondo delle immagini. E poi, il merito dell’autore, è di aver fatto delle lunghe didascalie alle foto. Perché io lo ripeto tante volte, anche così agli amici e ai giovani che vengono per consigli. Guardate: un libro ha tanti livelli di lettori. C’è chi lo legge tutto, dalla prima all’ultima riga, c’è chi guarda la copertina e lo mette a fare decorazione in salotto, ma c’è anche chi ha poco tempo e si concentra a leggere alcune parti del libro… magari legge le foto con le didascalie. E quando la didascalia, come in questo volume, è piuttosto estesa, esauriente, ecc., è già una cosa importante, della quale voglio dar merito all’autore. Chiudo dicendo a Camillo Pavan, facendogli i complimenti e augurandogli successo per questo libro. Voglio un attimo anche ricordare, ma insomma, qui credo moltissimi sanno chi è Camillo Pavan, che lui è sostanzialmente fedele a due filoni di ricerca. Lui ha scritto sul Sile e sulla Prima guerra mondiale. Questi sono i suoi campi di specializzazione. Ci sono anche altre cose di storia locale, però, ecco voglio citare: [… elenco libri di C.P.] Questi due filoni sono la sua passione, la sua storia… personale. Chi non conosce Camillo Pavan, che va a venderli, proprio, i libri; che li vende, che li cura con molta passione, con questo lavoro di storico e nello stesso tempo anche di editore, sì, anche di editore. In questo caso l’editore è la Navigazione Stefanato, ma lui è un esperto anche lui, come si può dire, di divulgazione del libro. Perché, quello che manca, molto spesso, ai giorni nostri, non sono tanto gli uomini di cultura, sono gli operatori di cultura. Cioè che la cultura esca dai propri ambiti specifici e diventi patrimonio di tutti. Lo si fa in tanti modi. Lo si fa soprattutto divulgando e facendo conoscere libri importanti come questo, per il quale libro ringrazio e mi complimento nuovamente con Camillo.
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Intervento di Camillo Pavan
Dunque, adesso toccherebbe a me, e cerco di essere breve anche perché non credo di essere in grado di parlare molto. Oltretutto mi sono scritto un appunto molto piccolo, non ricordando più che a una certa età, ahimé, gli appunti piccoli si leggono male. Giustamente il mio collega prof. Sartor, ha scritto ben grande quello che doveva dire. Va beh, detto questo, devo innanzitutto ringraziare il padrone di casa… mi sembra fuori [discussione] Glauco Stefanato è un grande signore, è il caso di dirlo, guardate come ci ha ospitato tutti quanti, guardate che viaggio che ci ha fatto … quindi mi limiterò… parlerò dopo, un poco di più di Glauco. Mi limiterò in queste brevissime parole a ringraziare chi mi ha aiutato in particolare in questo lavoro. Innanzitutto la professoressa Laura Martinello, che qualcuno di voi conoscerà, che ancora una volta mi ha incoraggiato, mi ha seguito, mi ha corretto ahimè con quei segni… “via questo che non va bene” … ma alla fine, insomma, il libro, in qualche maniera si presenta accettabile. Molto merito è proprio di Laura Martinello, che fra l’altro è mia moglie. Diciamo che mi segue da vent’anni, come mi segue da vent’anni la tipografia Cooperativa Servizi Culturali Santa Lucia di Piave. Ecco, io ho un rapporto di amicizia con loro, oltre che di lavoro, e posso dire che attraverso loro ho visto anche l’evoluzione dell’arte della stampa. Perché quando la prima volta mi sono presentato, nel 1985-86, con la prima edizione di Drio el Sil, si usava ancora la Linotype. Loro l’avevano appena smessa, ma era lì ancora in bella vista. Io avevo scritto in macchina da scrivere e loro, per la verità, utilizzarono un’altra macchina che si chiamava fotocompositrice, una roba molto grande in blu, non so se qualcuno l’abbia vista, con uno schermo piccolo piccolo, da cui uscivano queste strisce di carta che poi bisognava ritagliar e poi incollare su questo tavolo luminoso. Io ho perso tre mesi per incollare — per risparmiare, ovviamente, siccome ero editore — il primo libro. Tre mesi di lavoro, e dieci chili di peso, che mi farebbe bene anche adesso, perderli, ma pazienza. Questo era il 1986. Un po’ alla volta la tipografia si è evoluta, usa adesso tecniche molto più veloci, molto più rapide, e-mail, programmi di composizione, anche nella stampa sembra di essere nella sala comando di un aereo. Qui c’è [Dino] Gandin … lo ringrazio moltissimo per essere venuto, perché sotto Natale, nel periodo maggiore di lavoro, quando tutti chiedono libri, stampe, pubblicazioni, ha avuto la voglia di farmi questo piacere, di partecipare a questa presentazione. Lo ringrazio molto per essere venuto. Dino è lì, e se avete bisogno di una tipografia, credetemi che la Tipografia Servizi Culturali, di Santa Lucia di Piave vi tratterà molto bene. Poi, a proposito di Gandin, che prima mi sono confuso, devo ringraziare ovviamente Bruno Gandin, che mi ha dato, messo a disposizione con molta generosità, la sua notevole collezione di materiale fotografico, iconografico, libri, pubblicazioni varie sul Sile. Lui abita proprio a Silea, è quindi il fiume che dà il nome al suo paese; lo ringrazio molto, Bruno Gandin. Adesso ricordo i testimoni e li cito nell’ordine con cui appaiono nel libro, non ordine alfabetico e neanche di importanza. Cito per prim[i] Bertilla e Bepi De Pieri, li conoscete certamente, abitano qui, a Ca’ Barbaro … almeno sono nati e mi hanno raccontato le loro testimonianze… nella draga di Rizzetto, praticamente. Il loro padre era Fascio, sopranome Fascio, De Pieri detti Fascio… e il loro padre era capodraga della [cava] Rizzetto. E a proposito di questi scavi, di questi ritrovamenti archeologici di cui parlava il prof. Sartor, loro erano proprio… mi hanno raccontato di come trovassero spade, di come trovassero cocci vari, ma anche alberi, alberi che purtroppo nessuno pensava… ha pensato all’epoca di fare il famoso Carbonio 14, per vedere di che età fossero, anche per il semplice fatto che dovevano fare carbone, legna per la stufa, bruciavano. E così sono andate pers[e] testimonianze che è facile immaginare quale importanza avrebbero avuto se fossero state studiate con le tecnologie moderne che ci sono adesso. Poi ringrazio ancora Bruno Carraro, che non so se ci sia, Bruno Carraro Munaréto, che lui era uno scavatorista, cioè preparava il terreno allo scavo vero e proprio della ghiaia, metteva a nudo il giacimento, perchè di vero e proprio giacimento si può parlare, della ghiaia del Sile. Infatti io parlo del Sile, ad un certo punto, “come una miniera”. Anche perchè chi ha analizzato a fondo queste ghiaie nel 1943 era proprio il direttore delle cave, delle miniere di Predil, a cui il Magistrato alle Acque ha dato l’incarico di vedere da dove venisse fuori questa benedetta ghiaia. Ho riportato qui il suo studio, ed effettivamente usava proprio i termini mineralogici (…) quindi è giusto, secondo me, parlare di Sile “come una miniera”, almeno per l’uso che ne hanno fatto queste draghe per oltre un secolo e mezzo, la cui conseguenza principale è stata l’impossibilità di navigare fino al centro della città di Treviso, come era sempre avvenuto dall’epoca di Altino, si può dire, dall’epoca romana fino alla metà dell’Ottocento. A un certo punto non è più stato possibile navigare in città, perché? Perché il pelo d’acqua si era abbassato, la corrente era diventata vorticosa, la ghiaia qui faceva risucchio, come… e addirittura c’erano dei problemi statici in città a Treviso, hanno dovuto fare delle briglie, per fermare questa vorticosa corrente del Sile… e poi la navigazione si è interrotta. Questa è stata la conseguenza principale e prima degli scavi di ghiaia. Ovviamente gli scavi andavano fatti, ma non sempre — lo dicevano gli stessi scavatori con cui ho parlato a suo tempo, ancora con l’altro libro — non sempre i Disciplinari, che pure c’erano, sono stati rispettati. Questa è una prassi abbastanza normale, purtroppo, perché diceva proprio uno di loro, un certo Dino Milanesi, ben conosciuto… “sémo in Italia”, quindi questo si commenta da solo. Poi volevo ringraziare Giancarlo Pasin, che non mi sembra di aver visto. Noto ristoratore, io l’ho conosciuto come ristoratore, mi ha fatto, quando ero editore — sia pure tra virgolette, ero editore — e quel bellissimo libro Cento facili ricette con il radicchio, che è stata un po’ la mia fortuna, che mi ha permesso di sopravvivere mentre facevo le ricerche assolutamente in perdita sulla Prima guerra mondiale, che nessuno compra, perché ormai nessuno se ne interessa di questo fatto, men che meno gli enti pubblici a cui avevo proposto l’acquisto, per dire, di copie — ci sarebbe un lungo florilegio di contenzioso fra me e gli enti pubblici, lascio perdere, non è questa l’occasione. Comunque, insomma, Giancarlo Pasin mi ha fatto questo libro e lo ringrazio molto e anche per la bellissima testimonianza che mi ha dato, e che qui ritroverete nel libro. Poi Mario Vezzà, che è un mio amico di vecchia data e che qui ho trovato come ultimo erede della famiglia di squeraròli, squerariòi come si dice in dialetto, dei Vezzà. Venuti qui dal Livenza nell’immediato primo dopoguerra. È stato il primo squero proprio qui, dove siamo?, proprio qui di fronte, esattamente lì. Era in territorio di Silea, però il deposito di legname lo avevano di qua e quindi erano un po’ a Silea e un po’ a Casier, e soprattutto venivano a lavorare da Motta di Livenza e dintorni in bicicletta al lunedì e poi ritornavano al sabato e così è andato avanti per anni. Quindi Mario Vezzà mi ha dato bellissime testimonianze di come lavorava suo padre che era stato proprio squeraròlo effettivo, da cui lui ha imparato l’arte, tanto è vero che poi, in prima persona, pur essendo professore di lettere, si è messo a costruire anche lui proprio una barchetta, sia pure piccola ovviamente, ma di quelle che non si vedono più tanto facilmente nel Sile, costruite in legno, costruite con tutte le regole d’arte, piegando il legno con l’acqua e il fògo (fuoco) come fanno i veri squeraròli, ed è una barca che è un vero, piccolo capolavoro. Io ringrazio molto Mario Vezzà. Ovviamente parlando di squeraròli, di gente che ha lavorato nello squero, non posso che parlare di Franco Passerella, che è un vero professionista, che ha lavorato praticamente… non so quanti anni abbia lavorato, ma tanti di sicuro [presso lo squero Crosera di Portegrandi] e mi ha raccontato molti segreti ed era bello sentire parlare lui perché sentivi una lingua antica, era la lingua degli stessi personaggi richiestissimi, l’aristocrazia degli artigiani della Repubblica di Venezia, quelli che lavoravano nell’Arsenale di Venezia. Erano una categoria a parte, gli squeraròli, i maestri d’ascia. Adesso sono si può dire scomparsi, ce ne sono pochissimi. Ci sono carpentieri navali, ottimo lavoro, per carità, il tempo cambia, non possiamo pensare che sempre si fermi, e mi levo il cappello di fronte ai cantieri navali che esistono anche qui sul Sile, e hanno dato anche lustro — non so citarli adesso, eventualmente Glauco li cita — ma Franco Passerella è ancora uno di quelle persone che sarebbe in grado, partendo da un piccolo progetto, di costruire, chiavi in mano, un burcio; un burcio come quelli di duemila anni fa. Onore quindi a Franco Passerella. E ovviamente i due personaggi che, per forze di cose mi hanno detto maggiori informazioni, li cito alla fine sono Renato Papparotto (che prima ha citato giustamente Glauco). Un bel giorno sento questo benedetto Glauco che alle nove di mattina, ora per me antelucana, mi dice: «Camilo, varda che qua bisogna far un libro». E io gli dico, va ben. Avevo finito proprio l’ultimo lavoro sulla guerra mondiale… se lo dici tu, in qualche maniera vediamo… perché si dà il caso che io, “soto paron”, come suol dirsi, non lavoro mai. Ma con un paron come Glauco non potevo dire di no. E quindi ho accettato di lavorare per lui, ed è stata un’esperienza molto, molto interessante. È stato un lavoro, questo qui, abbastanza veloce, e quindi ha molte pecche, anche se il professore non le ha sottolineate, le dico io. Manca soprattutto un lavoro di archivio. Manca un lavoro di archivio anche perché, a essere sinceri, quando a luglio avevo intenzione di iniziare questo lavoro, stavo per iniziare, vengo qui a Casier, e non so se ci sia l’assessore, e chiedo di consultare l’archivio, ahimé l’archivio non era consultabile perché il personale era in ferie. E ho detto: «Vengo io a darvi una mano»… «No, perché… », sta di fatto che l’archivio non ho potuto consultarlo. E questa è una grave pecca del libro, purtroppo. E questa è una pecca anche, molto spesso ho notato, nei piccoli comuni… spero non a Roncade. A Roncade, com’è? [Pavan chiede a Sartor, che risponde]: Ottimo! [Interviene Glauco Stefanato: «Ara che gaèmo anca el sindaco de Silea, qua…» (guarda che abbiamo anche il sindaco di Silea, qui). E a Silea sono sicuro che l’archivio sarà ben messo… non ho dubbi… però a Casier, anche, c’è l’archivio, ed è ottimo… ma purtroppo non era consultabile, quindi… Questa è una scusa, perché se avessi voluto, in qualche maniera, insistendo, l’avrei potuto consultare… però, insomma, io sono andato avanti lo stesso perché potevo contare su Renato Papparotto, il quale è un archivio vivente, il quale mi ha parlato dalla a alla zeta, della vita nel paese di Casier, come si viveva da bambini, come si giocava, come si lavorava, soprattutto. Come lui a tredici anni abbia iniziato a lavorare nei Cantieri del Levante, una grossa entità industriale di oltre duecento operai, qui, in questo paesetto, durante l’ultimo periodo della guerra. E lui ha lavorato dentro. E siccome era piccolo, gli dicevano «cèo va xó ti» (piccolo, vai giù tu) e così doveva fare i lavori più faticosi, a volte, come sempre succede, purtroppo. All’inizio, l’esordiente, lo trattano così. Poi, passata la guerra, ha fatto altri lavori, lavori di pubblica utilità, come si costumava, “a sollievo della disoccupazione” erano chiamati, ha ristrutturato la strada che una volta passava per il centro di Casier, hanno fatto il taglio, la Nuova Trevigiana che va a Casale e poi, soprattutto, ha iniziato assieme a suo fratello il lavoro di officina. L’officina di Casier era ben nota a tutti barcari perché è stata la prima, almeno qui nella zona, a provvedere alla motorizzazione dei burci. Una motorizzazione, ha già accennato… sentivo prima… molto avventurosa, con residui di altri motori, che bisognava recuperare in qualche maniera. Famoso lo Skoda di un carro armato che ha utilizzato il Ticino, che era proprio di Vittorio [Stefanato] e siccome non voleva andare in moto, ecco che ci hanno messo un motore ausiliario, il motore di una Balilla. Allora mettevano in moto la Balilla, quello metteva in moto il motore Skoda e così il barcone poi partiva. Quindi pensate anche l’ingegnosità di questi personaggi, di questi artigiani. E così mi ha raccontato tutte queste cose, Renato Papparotto… ma per chiudere con Renato Papparotto, volevo dire la meraviglia che ha suscitato in me quando mi ha chiamato giù nel suo laboratorio, e ho visto che era lì che trafficava con estrema capacità su DVD, CD, computer. Ma come? Dicono sempre che in questo settore sono i figli che insegnano ai padri, ma qui è tutto il contrario… è lui che potrebbe insegnare ai figli. Perché tutto il suo archivio lo sta digitalizzando. È una cosa veramente meravigliosa, e di questo vorrei fargli proprio i complimenti… e spero che il Comune, o comunque un ente pubblico qualsiasi si degni di prendere sotto tutela questo patrimonio iconografico che Papparotto sta mettendo in ordine, per le future generazioni, è il caso di dirlo, con date, nomi, e tutto. E questo è un lavoro proprio molto prezioso che sta facendo. E qui volevo un attimo accennare… ecco è arrivato il momento di parlare di Glauco [poco, parché i ga fame, a xente (poco, perché la gente ha fame), interviene Stefanato]… il suo racconto di vita, che è stato un racconto… l’autobiografia di un barcaro, l’ho trascritto in una maniera un po’ particolare, che qualcuno mi ha anche contestato, giustamente. Però il fatto è che, parlava Stefanato, e io sentivo dietro di lui il respiro della storia. Scusate se uso termini un po’ retorici. Era sì Stefanato, ma io dietro di lui vedevo generazioni di barcaioli che parlavano. Perché sentivi l’amore per la navigazione, l’amore per il fiume, sentivi che si considerava l’erede di una generazione di barcari e quindi, dentro di me dicevo, quando riascoltavo le interviste e quando dovevo decidere come scriverle: «Quale diritto ho di intervenire, di scrivere in maniera diversa, di mettere del mio, e scrivere della loro storia. Lui la sa, molto meglio di me. Allora io ho messo in ordine, ho montato il racconto, l’ho messo in ordine cronologico, però l’ho lasciato con le sue parole. E a questo riguardo volevo proprio citare una pagina (ho quasi finito) e vedrete … se avevo ragione o no. Sentite come parla delle sue prime esperienze, quand’era piccolo e andava in barca con suo papà. «Durante le vacanze era bello andar via con la barca, perché ovunque andassimo mio papà era conosciuto. Erano amicizie che risalivano nel tempo, vecchie di generazioni, perché mio papà mi portava in viaggio con sé come suo papà aveva fatto con lui e gli altri barcari avevano fatto con i loro figli». Sentite proprio il senso della storia, il senso della continuità generazionale. È una cosa rara, secondo me, fatta da questo ragazzo della prima metà del secolo scorso, anche lui, ormai… come me… che ha fatto la quinta elementare… aver un senso della continuità storica, oltre che un senso della poesia, che l’avete sentito come prima raccontava le poesie. E anche un altro brano che è molto bello, che secondo me è indicativo del personaggio Glauco Stefanato, qui… quando racconta della metà degli anni Sessanta, quando c’è stata la crisi della navigazione, che ad esempio nel libro Canali e burci è molto ben descritta, proprio si vede una tabella … come nel 1962 la navigazione sia improvvisamente cessata [a Battaglia Terme]. Qui invece è continuata perché c’era la Chiari & Forti, c’era[no] poi altre attività… in qualche maniera. Ma a metà degli anni Sessanta, lui è andato a terra, è andato a lavorare e lì ha trovato anche la morosa, la Luisa, che qui vediamo, non so dove sia, ma c’è… E la Luisa raccontava del suo lavoro, che era in vetreria, non so se mi spiego, la vetreria Perziano, un lavoro difficilissimo… «Io lavoravo alle mole, ero sempre in mezzo all’acqua (…) era un lavoro faticoso, arrivavo a casa bónba, non occorre che traduca… [ma = inzuppata] fino a qua, c’era la pialla e compagnia bella… e poi andavamo in una stanza più grande dove ci saranno stati venti fuochi. Un caldo. Là veniva colata la cera che andava su questi piatti… poi si andava fuori all’aria aperta, sotto una tettoietta dove c’erano delle vasche con dell’acido. Noi dovevamo tirar via la colla dal vetro… immergendole dentro l’acido con dei cestini. Se non ci siamo ammalati i polmoni noialtri, chi vuoi che si ammali più!», mi diceva. E Glauco invece risponde. Ho riportato il dialogo: «Il mio invece non era un lavoro faticoso… ma io ero abituato a vedere il sole, vedere la luna, sentire il profumo della nebbia al mattino presto, farmi da mangiare. Io sono nato libero. Così mi sono licenziato e sono tornato in barca». (Applausi) Pensate al coraggio che ci voleva: nel momento di crisi maggiore della navigazione, è ritornato in barca. E infatti in una pagina di diario, una delle tante [ma] ne ho riportato una sola, di qualche anno più tardi dice — era lunedì 28 gennaio 1974 — «Alzato alle quattro e andato a bordo della Roberta [barca]. Partito e arrivato a Malcontenta ore otto. Caricato. Venuto via e restato fermo ai pali di Venezia per nebbia». Io penso che queste quattro righe siano come un trattato di storia della navigazione fluviale. Uno si rende conto proprio delle difficoltà, non c’erano orari, c’era la nebbia e con il motore era già fortunato… suo padre, quando andava via con le vele erano mesi a volte… Ho sentito un’intervista, che purtroppo non ho potuto riportare [Interviene Stefanato: qua ci sono i figli di Picenèi, Vettore]… che raccontava di mesi, di viaggi che duravano… appunto per questi imprevisti, che succedevano, della nebbia. Questo, praticamente è Glauco, quinta elementare, sottolineo non per disprezzo ma proprio per ricordare come non sia il titolo di studio a qualificare una persona, [per] ricordare proprio il suo senso poetico, il suo senso di amore per la storia, il suo senso di amore per il fiume… e l’amico Glauco io lo ringrazio moltissimo per l’opportunità che mi ha dato … e, prima di concludere però vorrei ricordare anche un bambino, che vediamo qui presente, che è Nicolas [Cortese], che è il nipotino… È saltata una generazione, diciamo, dell’antica dinastia di barcari degli Stefanato, i suoi due figli hanno preso altre direzioni, non hanno avuto l’occasione di stare qui in barca, ma si dà il caso che Nìcolas, lui abbia una passione proprio… e l’avete visto prima che armeggiava [col timone]… proprio si vede che è figlio, nipote d’arte… [Fine] |
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