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La seconda guerra mondiale sul Sile, a Casier |
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Nel corso del secondo conflitto Casier (…) fu soltanto sfiorata, nel tristemente famoso bombardamento del 7 aprile 1944, da una bomba caduta proprio sul confine con Sant’Antonino di Treviso. Ma ancora una volta, nell’ultima fase della guerra, dopo l’Otto Settembre, il paese divenne una base “di retrovia” di grande importanza. Innanzitutto dal 1944 vi si trasferì l’ospedale civile di San Leonardo che, oltre a stabilire la sede principale in villa Carlotta, occupò i locali dell’orfanatrofio femminile Toso gestito dalle suore di Maria Bambina (le ragazze vennero alloggiate all’interno di villa Toso). Anche le scuole elementari furono requisite, ad uso farmacia ospedaliera 1. Gli occupanti tedeschi, da parte loro, avevano posto sotto diretto controllo militare la principale attività produttiva del paese: i Cantieri del Levante. Controllo che, se numericamente e anche qualitativamente era piuttosto modesto: un maresciallo più qualche milite della Territoriale, nondimeno condizionava la vita del cantiere e dei circa duecento operai che vi lavoravano, su commesse quasi esclusivamente tedesche. Malgrado ciò, attiva era la presenza partigiana che puntava al boicottaggio e al rallentamento del lavoro per i tedeschi; boicottaggio che culminò con l’affondamento di due grossi natanti a metà dicembre del 1944 2. Da non dimenticare infine come, a causa del moénte, [mulinello di acqua che esce, rallentando, dal corso principale della corrente e che è una delle caratteristiche delle piàrde], non era raro che sulla banchina, “qua dalle scale”, arrivassero dei morti; morti civili. «Ne sono passati anche sette in un colpo, legati ad un palo», ricorda Renato Papparotto 3. D. Ma cos’erano, partigiani o fascisti? R. Fascisti… ma chi lo sa se erano fascisti o se non erano fascisti (…). Io quando li vedevo mi precipitavo da mia mamma… — Mamma guarda che c’è un grumo di morti! — Mariavergine! diceva, e correva a prendere un forcón 4 per spingerli al largo. Perché se venivano giù i fascisti davano colpa a noi, che abitavamo in piazza e anche ci toccava tirarli su, fargli gli onori, non so cosa. Allora, buttali al largo!» 5. |
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Il maresciallo tedesco e Brassoduro |
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[Testimonianza di Renato Papparotto, nato a Casier nel 1933, registrata l’11 luglio 2005. Le frasi in tedesco sono state trascritte come le ha pronunciate il testimone]
«I partigiani avevano attaccato quattro militi repubblicani che erano di guardia alla catasta del carbone, là nella Bassa del porto di Casier, vicino al frantoio di ghiaia. Dei quattro soldati uno si è salvato, raggiungendo a nuoto la riva di Silea, un altro è stato ferito e l’hanno portato all’ospedale in villa Carlotta e gli altri due sono rimasti a terra, in piazza, quasi davanti alla porta del Palazzo, dove allora abitavamo. Erano due ragazzi e sento ancora i loro urli nelle orecchie. Il giorno dopo le Brigate Nere sono venute dentro a casa nostra con le latte di benzina. Volevano darci fuoco, perché erano convinte che i partigiani fossero usciti da là. Intanto procedevano a un rastrellamento in paese e, mano a mano che prendevano degli uomini, li facevano salire su un camion, che aspettava in piazza. Hanno preso anche mio fratello Toni, che lavorava al Cantiere del Levante. Allora mia sorella è corsa in cantiere, da Viezzoli [Ingegner Lorenzo Viezzoli, direttore dei “Cantieri del Levante”, sede di Casier], e gli ha detto: «Direttore, guardi che hanno preso Toni, e l’hanno messo sul camion!». Viezzoli, cosa fa? Glielo dice ai tedeschi, al maresciallo e ai suoi aiutanti, due soldati austriaci. Il maresciallo prende la pistol massín, si riempie le tasche di bombe a mano e con i due soldati e il direttore si avvia a piedi verso la piazza. Giunto vicino al camion chiede a Toni per quale motivo fosse là sopra. Mio fratello gli risponde: «I me ga ciapà, e qua non so come vada a finire. Dicono che sono stato io… che sono partigiano». Il maresciallo gli ordina: «Ànton, cómm èa!». «E no», gli risponde mio fratello, «non vengo mica giù, perché mi ammazzano». Allora il maresciallo alza la sua pistola mitragliatrice e gli ordina: «Ànton, cómm èa! Arbàit!». E mio fratello a implorarlo: «No maresciàl, i me cópa». Me lo ricordo come fosse adesso, guarda, perché ero ragazzo, ma ero là vicino; me la facevo addosso, ma volevo vedere come andava a finire. E poi noi conoscevamo il maresciallo, che era come di casa, veniva in cerca di uova, a volte si fermava a bere e se si ubriacava non lo fermava nessuno; iniziava a urlare: «Sàise (merda) Hitler, Sàise Mussolini!». E noi a dirgli «Tàsi, che i me cópa tuti». Intanto in piazza arriva Brassoduro, il comandante delle Brigate Nere e urla al maresciallo: «Questo è un partigiano, e deve venire con noi». Ma il maresciallo gli punta la pistola e gli dice: «Iss comando, rauss. Ànton, cómm èa!», e siccome mio fratello non aveva coraggio di muoversi, ordina a un soldato di salire sul camion e portarlo giù. Il soldato ubbidisce: va a prendere mio fratello, tenendolo stretto al suo fianco, e lo accompagna vicino al maresciallo. Poi i tre tedeschi, il direttore e Antonio in mezzo a loro, partono verso il cantiere, non prima che il maresciallo ripetesse ancora una volta: Iss comando!. Quella sera mio fratello è tornato a casa con la febbre, e da quella volta non è stato più bene».
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Tralasciando altre questioni e in particolare il rapporto tra la popolazione civile e gli occupanti, quello che maggiormente colpisce nella testimonianza è il rapporto fra i soldati tedeschi e le Brigate Nere. I tedeschi, presi uno per uno, potevano anche essere (o potevano apparire ai paesani) poveri diavoli, gente alla buona che in cuor loro malediva la guerra, ma quando si trattava di ribadire chi realmente decideva in Italia dopo l’Otto Settembre, non c’era comandante della RSI (Repubblica Sociale Italiana), per quanto dal soprannome altisonante come Braccio Duro, che riuscisse a spuntarla contro un semplice maresciallo tedesco. Un piccola lezione di storia, utile per capire l’espressione “occupazione tedesca” che spesso si sottovaluta, rievocando quel periodo. Magari volendo equiparare i combattenti delle due parti: chi combatteva per la libertà in e dell’Italia e chi combatteva agli ordini dell’occupante nazista. Il che non significa dimenticare l'orrore che accomuna, questo sì, tutte le guerre in special modo quelle “civili”, con le inevitabili rese dei conti finali di cui sono eloquente testimonianza quei morti senza nome galleggianti sul Sile.
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1 Dotto – Tozzato, Casier e Dosson nella storia, 1988, p. 45 e testimonianza di Renato Papparotto. (11.7.2005) 2 Il boicottaggio da parte dei gruppi della Resistenza in accordo con la direzione del cantiere è riassunto nell’opuscolo Collaborazionismo! edito nell’ottobre del 1945 dai Cantieri del Levante per rispondere all’imputazione di aver collaborato con l’occupante nemico, imputazione cui seguì un processo istruito dalla Procura Generale della Corte d’Assise straordinaria di Venezia. 3 Il passaggio lungo il Sile di sette morti legati a un palo trova conferma anche nel racconto di Arnaldo Pagnin, conduttore del passo a barca di Trepalade, pubblicato da chi scrive nel libro Sile, 1989, p. 312. Nella stessa pagina è riportata anche la testimonianza di Virginia Parpinel che ricorda come al Vòlto di Cà Barbaro un gruppo di ragazzi non si limitasse ad allontanare i morti dalla riva ma cercasse (invano) di strappare ad uno di essi l'anello d'oro che portava al dito. Infine riportiamo quanto successe ad Angela Parpinel che, sempre a Cà Barbaro di Casier, si vide arrivare un morto addosso al lampór, la tavola su cui stava lavando i panni nel Sile. (Testimonianza di Bertilla De Pieri, 28.VIII.2005). Ai morti delle due parti gettati nel Sile, fanno cenno anche Ivo Dalla Costa, Pietro Dal Pozzo, 1987, p. 120 e Antonio Serena, I giorni di Caino, 1990, p. 233. Sulla Resistenza nel medio-basso corso del Sile: Ivano Sartor, Altino Contemporanea, pp. 269-283. 4 Robusto ramo di albero (generalmente di salice) con punta a V, utilizzato per sostenere il filo su cui veniva distesa la biancheria. 5 Testimonianza di Renato Papparotto, 11 luglio 2005. --------
© 2005, Camillo Pavan – Dal libro Sile. La piarda di Casier, pp. 23-27. |
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aggiornamento
12/01/09
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