La Prima guerra mondiale sul Sile, a Casier |
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Dopo la rottura del fronte a Caporetto (24 ottobre 1917) e durante la ritirata dell’esercito italiano fino al Piave, il Sile venne utilizzato come via di fuga per migliaia di profughi che non trovavano posto nei treni a Treviso. Salivano nei burci prevalentemente a Fiera, ma anche negli scali intermedi, per raggiungere la laguna ed approdare a Venezia o a Chioggia, da dove proseguivano verso le destinazioni finali dell’esodo. Così ricordano quei giorni due testimoni 1. «(A Fiera) siamo montati in sei sette famiglie su un barcone, saremmo stati in sessanta; era un barcone di legno, dei nostri, qua, un burcio insomma. Dopo abbiamo preso su gli altri a Sant’Antonino e a Casier, e siamo andati a Venezia. Ci hanno messo in treno a Venezia stessa: un treno merci con la paglia sul pavimento dei vagoni; hanno formato un treno e siamo arrivati a Napoli… ». « [… Siamo arrivati a Roncade] e alla mattina siamo partiti e siamo venuti a Casier. A Casier la barca era pronta, era la Gigeta, di Barina, e siamo venuti giù per il Sile, abbiamo passato la conca di Portegrandi e appena di là c’era un rimorchiatore che ci aspettava. (…) Siamo arrivati a Murano, ci hanno preso, con la roba che avevamo, e ci hanno portato all’albergo Luna a Venezia, che è di fronte alla Salute. Siamo rimasti in albergo tre giorni, poi è venuta una barca delle nostre, con il vapore, al comando di Pietro Verroi [Veroi] e ha imbarcato tutte queste famiglie, da Jesolo, da Casale, tutti quelli che erano andati profughi. Ed era gente di tutte le sorti, non solo barcari, tanta gente. Ci hanno portato a Chioggia [dove ci hanno fatto salire] sul treno che va a Rovigo; poi abbiamo cambiato treno e abbiamo fatto la Bassa, l’Adriatica. … Ci hanno portato a Montorio sul Vomàno, vicino là, sul Gran Sasso d’Italia». Da un punto di vista strategico, Casier nel 1917 venne a trovarsi a valle di una delle due linee fortificate poste a difesa di Treviso, primo abbozzo di quello che sarebbe diventato il “Campo trincerato di Treviso”. Partendo dal Sile, le linee si snodavano ad est e a nord della città seguendo la direzione di Piave e Montello. La linea che partiva di fronte a Casier, in località Molinella, era la più arretrata. Consisteva in una trincea, protetta da un reticolato steso per una larghezza di due – tre metri, che risaliva verso nord quasi in linea retta. All’incontro con la Callalta formava un primo caposaldo, proseguiva per San Floriano (altro caposaldo) e da qui raggiungeva la cartiera di Mignagola (all’epoca “Cartiera Reali”), dove le difese erano potenziate. La linea proseguiva poi per Pezzan e Lancenigo, per terminare a Ponzano 2. L’ultimo anno della guerra trascorse comunque relativamente tranquillo per Casier, paese di retrovia, e per la popolazione che vi era rimasta. Ammesso che tranquillo potesse considerarsi il continuo andirivieni di soldati che si accampavano, di ufficiali che alloggiavano nelle case, di alti comandi che si insediavano nelle ville, di feriti dell’ospedale della Repubblica di San Marino, ospitato nella villa di Toso, dove verrà ricoverato anche Hemingway, ferito durante la battaglia del Piave/Solstizio 3. Con una fiammata di grande intensità, però, durante la battaglia del Piave, giugno 1918. In particolare il 15 giugno, primo giorno dell’offensiva austriaca, la città di Treviso, «dalle 3 alle 10… fu addirittura tempestata dalle granate», anche se fortunatamente vi fu un solo morto, come scrisse il vescovo Longhin al papa Benedetto XV 4. Come pure un morto civile ebbe Casier, il cui parroco Antonio Passazi ci ha lasciato una vivida memoria di quella giornata.
«Vi fu un giorno terribile mi pare il 15 Giugno, in cui si prese di mira Casier dai nemici. Le granate piovevano fitte. Quasi ottanta = in 24 ore = ne caddero. Tutti scapparono per i campi e si rifugiarono nelle case lontane dal tiro (…). Dette granate lasciarono fosse tali da starvi in ciascuna comodamente la mia canonica, da sembrare crateri rotondi di vulcani e profonde un cinque metri. Durante tale pericolo il parroco trovava dì e notte rifugio nel campanile a pian terreno tremando sempre per paura che anche la sua Chiesa avesse ad andare in rovina. Sieno grazie a Dio!! La chiesa fu sempre aperta a tutti; un sol giorno non mancò il Sacerdote dal suo posto. (…) Un giorno il Parroco stando nel campanile (…) dovette assicurarsi che una granata era caduta ai piedi del campanile in riva al Sile. Fu tale il colpo da sollevare e terra ed acqua fino all’altezza del campanile, in modo da far entrare nella cella campanaria il materiale e questo ebbe a scorrere per le corde e fori relativi fino a trovar me che stava nel pian terreno della torre stessa. (…) La mia canonica e chiesa sul Sile ambedue circondate da due ponti in terra cotta, con una mitragliatrice a tramontana con trincea sul mio piccolo orto, avevano i ponti minati; ad una avanzata del nemico avrebbero saltato in aria» 5.
------- 1 Rispettivamente: Fortunato Zennaro (Nato Panà), residente a Fiera – TV. (Registrazione del 17.4.1988) e Vittorio Stefanato, residente (all'epoca della guerra) a Corbolone di San Stino di Livenza. (Registrazione del 10.1.1987) 2 Andrea Castagnotto, Il Veneto e Treviso tra Settecento e Novecento, vol. XIV, 1993-94, p. 220, riporta copia della mappa militare con il tracciato delle linee difensive. (L’originale si trova nel Museo della Terza Armata, PD). L’altra linea difensiva partiva da Biancade e finiva a Villorba passando per Spercenigo, quadrivio sulla Callalta ad ovest di San Biagio, Pero, Vacil, Vascon e Catena. Sull’efficacia di queste iniziali linee difensive, cfr. Giuseppe Porta, Con l’82° Fanteria sul Piave, 1934, pp. 17-21. 3 Dotto – Tozzato, Casier e Dosson nella storia, 1988, p. 44. 4 Antonio Scottà, I vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, vol. 2, p. 299. 5 Lettera – relazione del parroco al vescovo Longhin, 21 marzo 1920. Archivio Curia Vescovile di Treviso, b. 51, fasc. Casier.
------- © 2005, Camillo Pavan - Dal libro Sile, la piarda di Casier, pp. 21-23. |
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aggiornamento
12/01/09
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