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L’erede dei Vezzà |
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I miei vecchi, mio nonno e certamente anche mio bisnonno (più indietro non so risalire), avevano uno squero sul Livenza. Mio padre Domenico [Motta di Livenza 1905 – Casier 1978] mi raccontava che, nei primi anni del Novecento, quando il Livenza era in piena e allagava la campagna, quelli che lavoravano negli squeri erano chiamati dalle autorità a portar soccorso alle case isolate. Una specie di protezione civile, si direbbe oggi. Ma entrare in quell’enorme distesa d’acqua, con le barche a remi, con le “rapide” prodotte dalle strade, dai fossi, dai dislivelli della campagna… era tale la paura che mio padre a volte se la faceva materialmente addosso, pur essendo un ragazzo nato nel fiume. Poi il Livenza venne deviato. Rimasti senza acqua, mio nonno Luigi, mio padre e suo fratello trasferirono l’attività qua nel Sile continuando però a risiedere nei pressi di Motta. Venivano a Casier, con le maestranze, il lunedì mattina e tornavano a Motta il sabato sera. Sempre in bicicletta. Il bisnonno, che non poteva sobbarcarsi tale trasferta, non accettava la sua nuova condizione di disoccupato, anche se ormai aveva più di ottant’anni. Allora tanto brigò che riuscì a farsi assumere da un altro squero della zona. Non riusciva certo a lavorare in maniera produttiva, così il padrone, d’accordo con mio nonno, lo assunse come “apprendista”, e poi mio nonno passava al padrone i soldi per pagare suo padre. Sul Sile, mio nonno Luigi aprì lo squero davanti alla piazza di Casier, sulla riva di Melma, mentre sulla riva destra rimase il deposito di legname, che veniva portato giù da gente del Cadore. Con i buoi trasportavano i tronchi; erano soprattutto di larice; larice e abete. E, una volta arrivati, gli stessi cadorini si mettevano là sul posto a segarli. Non c’era segheria. Sistemavano un tronco sopra due cavalletti, e in due uomini, uno sopra e uno sotto, si mettevano a segare a mano, preparando tavoloni di cinque-sei centimetri di spessore e lunghi anche una ventina di metri. Nello squero davanti alla piazza a un certo punto fece la sua comparsa Piovesan, l’armatore di Fiera. Non so se si fossero messi in società o se i miei avessero costruito un barcone per Piovesan che poi l’armatore non pagò, fatto sta che in quell’occasione lo squero Vezzà andò in fallimento, e i miei si trasferirono nella cava di Barina, dove ne aprirono un altro. Ma neppure là durarono molto. Alla fine cedettero l’attività a Barina stesso e mio padre continuò come dipendente. Durante l’ultima guerra mio padre lavorò nel Cantiere del Levante; poi ritornò da Barina, e infine passò sotto Ceccotto, sempre come squerariòl. E posso dirti di essere stato uno degli ultimi ad aver lavorato, insieme a lui, alla manutenzione di quei burci là, che ora sono nel cimitero. Avevo sui sedici-diciassette anni ed ero alle superiori, ma d’estate «non andavo né ai monti né al mare, ma andavo a lavorare!». E dove? Con mio padre, allo squero di Ceccotto. Io ero poco più che un ragazzo, non ero un esperto, perciò venivo messo al “lavoro di mazza”. Cioè dovevo piantare i ciòdi da péso, che sono quelli con la punta quadrata, lunghi così, una ventina di centimetri. Mio padre mi faceva l’invito, e dopo io li buttavo giù con la mazza. Lui invece faceva il lavoro “di fino”, cioè la manutenzione vera e propria, e se nel fasciame esterno c’era una tavola marcia, la tirava via. Dopo di che, prendeva una tavola che andasse bene. Ma… una tavola che andasse bene voleva dire una tavola lunga anche quindici metri, venti metri e dallo spessore di cinque centimetri. E quello che più mi impressionava, e che ancora ricordo, è che lui — ormai vecchio di 60-65 anni — se la prendeva su da solo, questa tavola, la trasportava, la girava, la metteva al suo posto. Tutto da solo!
Ed è nel ricordo e nell’ammirazione per suo padre, che Mario Vezzà non volle separarsi dagli attrezzi che gli erano appartenuti. Conserva ancora l’ascia dello squero, i fèri da calafà, el soramàn (cioè la pialla grande), a cagna (cioè la mazza di legno). Attrezzi che non si limita a conservare, ma che anche usa.
La prima occasione è stata con la Giada, un battello da pesca che aveva costruito ancora mio papà assieme a mio fratello Gastone, che dopo un po’ volle a tutti i costi rivestirla in vetroresina. Gli dissi che era la roba più sbagliata che avesse potuto fare. In effetti, dopo due-tre anni la barca si era quasi completamente marcita. A quel punto dissi a lui e all’altro mio fratello: «Adesso siete contenti? È marcia? Sì? Bene, allora me la tiro su e me la aggiusto come voglio io. E così ho fatto». |
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La figlia di Vezzà, Francesca, con il suo amico Libero, sulla Giada. (1985 - Cliccare per ingrandire -). |
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La Giada durò diversi anni ancora, finché volli costruirmi un battello ex novo: tutto opera mia, dal progetto al varo. E tutto in larice. Ho comprato le tavole alla segheria di Silea, le ho piegate alla vecchia maniera con aqua e fògo, ho dato el calafà. Le ho messo nome Claudia, quello di mia moglie, come un tempo facevano i barcari. È più di dieci anni che è in acqua, ed è ancora perfetta. Il problema, adesso, è trovare la pégola (la pece), indispensabile per la calafatura. La pece è una specie di catrame. È nera, dura, e va scaldata fino a liquefarla, ma senza bollirla. È la stessa “tenace pece” di cui parla Dante quando descrive le operazioni di calafatura “nell’arzanà de’ Viniziani”. È la stessa con cui spalmavano i burci, perché quel nero che avevano non era mica vernice, era pégola. È vecchia come l’arca di Noè, ma ora non si trova più. Dicono che è cancerogena. Sono riuscito a trovarne un po’ in una bottega di Venezia una quindicina di anni fa. Ne avevano ancora in un angolo, con tanto di simbolo della morte dipinta sopra. Il padrone me l’ha data di nascosto, perché già allora sarebbe stata fuori commercio. D. E allora, adesso, cosa si usa? R. Beh, io me la faccio bastare. Ma tu, vedi ancora qualcuno che fa burci? ------ Mario Vezzà, nato nel 1951 a Casier, insegnante di lettere. Testimonianza registrata il 28 luglio 2005. ------ © Camillo Pavan, 2005 – Dal libro Sile. La piarda di Casier, pp. 74-77. |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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