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E’
uscito in questi giorni
“Al fronte e in prigionia. La seconda guerra mondiale nel racconto
dell'artigliere Guido Granello”, un volumetto edito dalla CSC di Santa
Lucia di Piave.
Si tratta di una “storia di vita” raccolta da Camillo Pavan, studioso
trevigiano che nelle sue ricerche sul fiume Sile e sulla Grande Guerra
ha sempre dato largo spazio alle testimonianze orali.
In questo lavoro Pavan riporta, sotto forma di racconto in presa diretta,
la sintesi di una serie di conversazioni con un reduce dell'ultima
guerra, chiamato alle armi a vent'anni nel marzo del 1940 e ritornato
al paese settantadue mesi più tardi, nel marzo del 1946.
L'artigliere Granello, inquadrato a Mantova nel IV Reggimento contraerea,
partì per le esercitazioni a fuoco nelle montagne fra Liguria e Piemonte.
Allo scoppio della guerra si trovava sul Colle di Tenda per contrastare
col cannone 75/46 dell'Ansaldo gli aerei francesi e inglesi che andavano
a bombardare il porto di Genova. Dopo i pochi giorni nelle Alpi occidentali,
la guerra di Guido continuò
sulla sabbia infuocata
del deserto libico. “E sempre con la stessa divisa di panno -, ricorda.
- Si moriva dal freddo in montagna, si moriva dal caldo nel deserto”.
In Libia, le truppe italiane guidate da Rodolfo Graziani dapprima avanzarono
per 120 km in territorio egiziano fino a Sidi el Barrani, ma all'inizio
di dicembre del 1940 subirono la controffensiva della Western Desert Force
inglese che, nel giro di due mesi, sbaragliò la Decima Armata italiana
(oltre 130.000 uomini) e occupò l’intera Cirenaica.
Catturato a Bardia il 5 gennaio 1941, il nostro artigliere fu rinchiuso
per una ventina di giorni nelle “gabbie di reticolato” (e chèbe) presso
Alessandria d'Egitto e poi trasferito in Sudafrica nella stiva di
una nave da carico inglese. Un viaggio che durò ventisette interminabili
giorni, con un trattamento ai limiti della sopravvivenza, in spregio
alle più elementari norme della Convenzione di Ginevra.
In Sudafrica Granello venne destinato al campo di Zonderwater, insieme
a migliaia di altri soldati catturati in Libia e in Africa Orientale.
Il campo di concentramento era enorme, forse il più grande fra i campi
della Seconda guerra mondiale. Tuttavia una gestione sostanzialmente
corretta vi rese sopportabile la permanenza, pur con tutta la durezza
di una vita tra i reticolati. Basti pensare che fra i 92.000 prigionieri
che transitarono a Zonderwater si contarono circa trecento morti:
una cifra ben lontana dagli impressionanti tassi di mortalità dei
prigionieri italiani nella Russia comunista (oltre il 75%), nella
Germania nazista (7,5%) o in mano ai democratici “alleati” francesi
(7,3%) .
Proprio con una nave francese avvenne il ritorno in patria. L'equipaggio
“ce l'aveva su a morte con gli italiani perché gli avevamo dato “la pugnalata
alla schiena” all'inizio della guerra”, ricorda Granello, e pur essendo
la nave sotto l'egida della Croce Rossa e la guerra ormai finita da un
anno “ci hanno fatto patire la fame per diciassette giorni, fino a Suez”.
Qui i prigionieri furono consegnati agli inglesi per l'ultima tappa, il
porto di Napoli.
Da Napoli, con un viaggio avventuroso sulla dissestata rete ferroviaria
che risale l'Italia su un unico binario (con precedenza per gli Alleati),
Granello giunse finalmente a Mestre e poi a Treviso la notte dell'11
marzo 1946.
GUIDO GRANELLO
E’ nato nel 1920 a Canizzano
(TV), dove vive. Alla fine della guerra lavorò per un triennio con
gli inglesi. Poi emigrò in Canada. Ritornato a Treviso lavorò come
mugnaio e in fornace. Nel 1960 fu assunto dall’Edison di Marghera
in un reparto particolarmente nocivo, tanto che andò in pensione nel
1979 con il 60% di invalidità permanente.
ZONDERWATER
Il campo di prigionia di
Zonderwater sorgeva a 1500 metri sul mare, nella provincia del Transvaal,
antica repubblica boera. Fu scelto per la sua favorevole posizione geografica
e logistica: al contempo isolato e vicino alla capitale Pretoria e inoltre
facilmente raggiungibile dal porto di Durban mediante la ferrovia. Con
la sua capienza di 112.000 unità e un picco di presenze di oltre 90.000
uomini, (Gazzini) si ritiene che Zonderwater sia stato il più grande campo
di prigionia della Seconda guerra mondiale. A dirigerlo nei primi due
anni fu il col. De Welt e, dall’inizio del 1943 fino alla sua chiusura
nel 1947, il col. Hendrik Frederik Prinsloo. Per l’umanità e il senso
di giustizia con cui resse il difficile incarico, il col. Prinsloo fu
premiato con alte onorificenze dalla Repubblica italiana e dal Vaticano.
A ricordare il campo c’è ora un piccolo museo e un cimitero con le
tombe di 252 militari deceduti durante la prigionia e altri 12 ex
prigionieri che hanno voluto essere sepolti vicino ai loro commilitoni.
Ogni anno, all’inizio di novembre vi si svolge una cerimonia ufficiale
di commemorazione alla presenza di reduci, autorità sudafricane e
italiane.
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