|
La cattura |
|||
|
[...] Il giorno dopo gli inglesi hanno attaccato, e a me, pensa, mi viene il pelo dritto anche adesso. Davanti a noi c’era questa corazzata, quattro incrociatori di scorta, e ci saranno stati altri dieci caccia, e poi quelli per le mine, insomma... ci siamo visti davanti, così, col sole della mattina, ventisette navi da guerra. E sparavano, e quando arrivava il 381 era il terremoto... e noialtri eravamo a poca distanza, a difesa della Cirene. Insomma era peggio dell’inferno 1. C’era il sergente che diceva: «Dai, dai, bisogna farcela». Ormai “eravamo dentro”, e più di tanto non si pensava, non si aveva paura. C’era sì qualcuno che si buttava per terra quando sentiva il rumore di un aereo o lo scoppio di una granata; chiamava sua moglie e i bambini. Era un cadavere quello là. E noi a dirgli: «Ma dai, cosa vuoi che sia». Siamo stati presi dai carri armati australiani, belli, grandi, nuovi... e dalla fanteria indiana. Avanzavano pezzetto dopo pezzetto. Noi abbiamo sparato, finché il tenente ci ha ordinato di star fermi: «Bisogna arrendersi, non state toccare niente, andiamo là, su quel posto là». Siamo andati fuori dal pezzo con le mani in alto e ci siamo diretti dove già si trovava un altro gruppo di italiani. In tutto saremo stati un quattrocento, fra fanteria, contraerei e un pochi di bersaglieri. Loro ci hanno accerchiato, la fanteria sempre di fianco a questi carri armati. Saranno state le nove della mattina, del 5 gennaio 1941. Il tenente Fois, che comandava la nostra batteria (la 1a del 22° gruppo), era un sardegnolo e non voleva consegnare la pistola, perché lui era di quelli crucchi, sai... era uno che andava a fare lo spadaccino con Umberto, il principe. E poi era un disonore per lui, dargli la pistola di fronte a tutti noi. Per fortuna che uno di quelli dei carri armati, un australiano di origine italiana, gli ha detto: «Guarda che quello ti ha chiesto la pistola», indicando l’indiano che ormai gli aveva puntato la baionetta sul fianco. E così il tenente ha dovuto tirarla fuori e dargliela, ma non dal lato della punta, ma da quello dell’impugnatura. Non c’era “sostanza” in quell’attacco, troppa differenza fra noi e gli australiani, che avevano i carri armati tutti nuovi. E gli indiani con i gambaletti, vestiti in tela, quella coloniale... non come noi che avevamo le divise di panno, che poi hanno dato quella estiva a quelli che sono andati in Russia e sono morti a 30 gradi sotto zero. Gli australiani sembravano tutti ufficiali. Bella gente, grande, tutti bei lucidi, con questo cappello. Guarda, mi viene il pelo diritto... tutta gente scelta! Pensa, sono usciti in quattro dai carri e si sono messi sopra i cingoli. Avevano la macchinetta “a spirito”, quei fornelletti che andavano ad alcol, con la fiamma, e si sono fatti il te. Hanno mangiato un pochi di biscotti e si sono bevuti il te. E noialtri là, con le mani alte, pieni di pidocchi, a guardare. Senza moschetto. Senza tascapane, che te lo avevano levato e fatto mettere per terra. Sono stati là un quarto d’ora circa, poi sono arrivate due tre autoblinde, e quelle erano inglesi. Allora i carri armati e gli indiani sono andati avanti e le autoblinde sono rimaste con noi. |
|||
|
Note
1 Una delle navi inglesi schierate davanti a Bardia, un “monitore” armato di due cannoni da 381, aveva l’evocativo nome di Terror. ------ © 2007 Camillo Pavan– Dal libro Al fronte e in prigionia. (Testimonianza di Guido Granello) |
|
||
|
|
|||
|
|
Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero
Pavan |
|
| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
|
|