Sul fronte francese

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Eravamo anche contenti perché, ciò, avevamo venti anni. Avevamo la testa per aria. E poi eravamo tanto incoconài, 1 imboniti con la propaganda di Mussolini. Che io non sapevo neanche la Francia dov’era! Giuro, ho fatto la quinta elementare... ecco, faccio per dirti. Poco dopo lo scoppio della guerra ci hanno portato a Cuneo, Limone Piemonte e poi sul Colle di Tenda. Siamo partiti che era giugno, ed eravamo vestiti di panno come a Mantova, ma lassù a duemila metri qualche volta nevicava: il giorno di San Giovanni, il 24 giugno, ha nevicato. C’era un freddo che non ti dico. I nostri cannoni sono stati trainati, dai trattori con le spatole, per trecento metri sopra al forte Taborda, proprio sulla punta che si chiamava Becco Rosso. Hanno dovuto attaccare due trattori davanti e uno dietro ad ogni pezzo, per fare questi trecento metri di strada e superare un pendenza che sarà stata di cinquanta gradi. Hanno dovuto sudare un bel po’, avanti e indietro con ogni pezzo, con tutti quattro i pezzi. Ed era tanto pericoloso perché se scivolava un pezzo faceva un salto di mille metri e passa. Da lassù si vedevano Briga e Tenda. Davanti a noi avevamo i francesi, dalla parte opposta della montagna, a sette otto chilometri. Abbiamo sparato anche qualche colpo di sbarramento, alla cieca, contro gli aerei francesi che passavano per andar bombardare il porto di Genova. Abbiamo sparato solo noi, non credo che la nostra artiglieria da montagna abbia sparato, perché non si è sentito niente. Fra andare e tornare siamo stati sul fronte francese una ventina di giorni, fino a fine giugno inizio luglio, perché la guerra è durata solo quattro cinque giorni.

Avete avuto perdite? No, niente, niente. Abbiamo preso tanto freddo, tanta pioggia e neve, quello sì! Eravamo con le tende da campo, quelle che si montano unendo i teli da tenda che ogni soldato portava con sé. Si attaccavano i teli, si piantavano questi tubi per terra, e quella era la tenda: poco più di un ombrello! Pensa che avevamo l’acqua che ci correva sotto... e vestiti di panno, senza fasce, con i gambali. Una roba! 2

 

Note

 

1      Incoconàr, letteralmente significa ingozzare gli animali per ingrassarli in breve tempo. (Emanuele Bellò, Dizionario del dialetto trevigiano di destra Piave). In particolare il termine viene utilizzato in riferimento alle oche: incoconàr e òche, ovvero alimentazione forzata delle oche mediante un ingozzatoio a forma di imbuto. Pratica utilizzata anche per ottenere il fois gras.

2      Come è noto, l’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, ma l’aggressione alla Francia iniziò alle ore tre del 21 giugno e durò fino all’1,35 (“ora estiva italiana”) del 25 giugno, quando entrò in vigore l’armistizio siglato a Villa Incisa, all’Olgiata (Roma). Principale conquista: Mentone, pochi km oltre il confine. A conferma delle condizioni meteorologiche estreme in cui si svolsero le operazioni belliche contro la Francia, valgano questi dati, relativi alle sole perdite italiane: morti 631, feriti 2631, dispersi 616, congelati 2151. (Mauro Minola, Attacco ad occidente. Guerra sulle alpi 1940-1945, L’arciere, Dronero CN, 2003, p. 128). Su questi primi lampi di guerra, imperdibile il racconto autobiografico “Sul fronte occidentale” di Mario Rigoni Stern, in Quota Albania, Einaudi, 1971, pp. 9-35.

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© 2007 Camillo Pavan– Dal libro Al fronte e in prigionia. (Testimonianza di Guido Granello)

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Ultimo aggiornamento 12/01/09