L'8 settembre 1943

Prima di continuare con il racconto, è necessario dare uno sguardo d’insieme a quanto successe dopo la fatidica data dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati.

I prigionieri dovettero prendere una non facile decisione. Restare fedeli al legittimo capo dello stato, cioè al re che aveva deciso di non proseguire una guerra ormai persa, o restare fedeli all’ex capo del governo, cioè al dittatore Mussolini che – destituito e imprigionato il 25 luglio – fu liberato il 12 settembre dai tedeschi per essere posto a capo della Repubblica Sociale Italiana e continuare la guerra a loro fianco?

La scelta di stare dall’una o dall’altra parte non fu né indolore, né senza conseguenze.

Gli internati italiani nei campi tedeschi, decisero nella stragrande maggioranza (oltre il 90% dei soldati e il 75% degli ufficiali) di non collaborare, preferendo alla continuazione della guerra nei reparti del Reich, il lavoro forzato, e un regime di prigionia delle cui conseguenze abbiamo già detto.

A ragione, tale scelta (pur di rado, almeno inizialmente, frutto di motivazioni politiche) 1 viene considerata come una “resistenza senza armi” al nazifascismo. Sostanzialmente opposta, invece, fu la decisione nei campi di prigionia anglo-americani, dove un numero di prigionieri italiani non quantificabile ma di certo ampiamente maggioritario (negli Usa 36.000 su 50.000) 2 , optò per la collaborazione con gli ex nemici.

Scelta che, ancora una volta, non fu di natura politica se non per un’agguerrita minoranza di convinti fascisti “non cooperatori”. Contarono di più le dinamiche di gruppo tipiche delle società chiuse, la pressante propaganda degli alleati, il comprensibile desiderio di poter finalmente uscire dai reticolati, sia pure solo per il tempo necessario al lavoro, dato che poi si rientrava nel campo.

Perché, per gli italiani in mano alleata, il paradosso dell’8 Settembre fu che, pur non essendo più nemici, ma cobelligeranti, lo status di prigioniero di guerra non cessò. Né per i non cooperatori, né per i cooperatori. Neppure nel ‘45, a guerra finita, malgrado le pressioni del governo italiano.

Troppo utile era una forza lavoro giovane e senza diritti, quale quella dei prigionieri.

E poi l’Italia, non aveva forse perso la guerra?

 

Note

 

1      Rochat, in Fra sterminio e sfruttamento: militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista, 1939-1945, a cura di Nicola Labanca, Firenze, Le lettere, 1992, p. 142.

2      Conti, in I prigionieri militari italiani durante la seconda guerra mondiale: aspetti e problemi storici, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1985, p. 82. Conti enumera inoltre una lunga serie di motivazioni non politiche che spinsero i prigionieri a non accettare la collaborazione con gli americani

------

© 2007 Camillo Pavan– Dal libro Al fronte e in prigionia. (Testimonianza di Guido Granello)

Sul fronte francese ] In Libia: la controffensiva inglese (Operazione Compass) ] La caduta ] In nave da Suez a Durban ] A Zonderwater in Sud Africa ] [ L'8 settembre 1943 ]

Indice generale ] Recensione ] Indice dei nomi ] Bibliografia ] Alcune pagine ]

 

Home ] Al fronte e in prigionia ] Navigare sul Po ] Sile. Piarda di Casier ] L'ultimo anno della Prima Guerra ] In fuga dai tedeschi ] I prigionieri italiani ] Grande guerra in Alto Isonzo ] Grande Guerra - altre pagine ] Caporetto ] Raici, radicchio storia ] Sile città e paesi ] Sile ] Drio el sil ] Dighe e centrali Tagliamento ] Dighe e centrali del Piave ] Duce nelle Venezie ] Porto Marghera anastatica ] Piave anastatica ] Diario ] Aeroporto ] Camillo, mio nonno ] Le interviste dal 1984 al 1992 ] Le interviste sulla Grande Guerra ] Links ] Per ordinare ]

Questo sito — online dal 15 giugno 2000 — è stato ideato, messo in rete e curato da Libero Pavan 
 
Ultimo aggiornamento 12/01/09