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Vincenzo
Schiavato e
l'orto
di via Ghirada
di Camillo Pavan
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Uno dei produttori che più si
fecero onore alle mostre del radicchio di Treviso nel periodo a cavallo
dell’ultima guerra fu Vincenzo (Cencio)
Schiavato. Era nato a S. Bortolo di Piave
nel 1902 ed era cresciuto come salariato agricolo nelle proprietà dei
Torzo e dei Marinello, nel cui vivaio si era anche specializzato come
innestatore. Durante la prima guerra mondiale la sua casa venne a trovarsi
sulla linea del fuoco. Fu costretto ad abbandonarla e a partire, profugo,
per una destinazione lontana: Benevento, dove arrivò dopo tre giorni di
viaggio su un carro bestiame. Ritornato al paese alla fine della guerra
non trovò più la sua casa. Gli fu assegnata una baracca che occupò per
un po’ di tempo, per poi trasferirsi in un’azienda di Fontane. Qui
rimase fino al 1928, quando gli capitò la buona occasione: una
‘campagna’ di sei ettari in affitto a San Lazzaro di Treviso (via
Ghirada), dove si trasferì assieme al padre, al fratello e alle relative
famiglie: in tutto quindici persone. Proprietario era il signor
Agostini di Treviso cui gli Schiavato corrispondevano un affitto ‘a
generi’. «Si stava bene», ricorda il figlio Angelo, «non era come con
la mezzadria, con il padrone sempre per casa e metà dei prodotti da
consegnargli. Il nostro contratto prevedeva di versare ogni anno al
proprietario una quota fissa di raccolto: 9 quintali di frumento, 9
quintali di granoturco, 9 ettolitri di vino e 62 kg di gaéte (bozzoli del
baco da seta) 1.
Tutto quello che riuscivamo a produrre in più era nostro e per quanto
riguarda il tipo di coltivazione da effettuare avevamo la più completa
libertà; l’unica clausola era che tutto l’erbaggio rimanesse in
azienda 2. Per questo mio padre pensò
bene di riservare ogni anno un campo alla coltivazione del radicchio e di
dedicare quasi altrettanto terreno all’orto 3». Tutta la campagna degli
Schiavato era circondata da folte siepi ed ogni campo 4
era delimitato da due filari di gelsi che sostenevano le viti. Fra le due
‘piantate’ si estendeva il terreno coltivabile 5.
«E’ vero che i gelsi
facevano ombra alle coltivazioni», spiega Angelo Schiavato, «ma in
compenso si guadagnava sui bachi da seta. Noi siamo arrivati ad allevare
anche sei-sette once di cavalieri ed ogni oncia aveva una produzione che nelle buone annate
arrivava fino a 80-90 kg. di bozzoli»6.
Anche nell’orto c’erano le piantate, e vicino ai filari venivano
coltivati ortaggi che non temevano l’ombra, come gli stakis 7,
o le insalatine, oppure gli asparagi, già pronti a giugno.
Non mancava la stalla: era un
grande ambiente in cui le loro quindici bestie («vacche, non buoi, perché
così avevamo anche il latte e i vitelli») occupavano solo metà dello
spazio disponibile. Quindici capi di bestiame erano un numero molto
elevato da mantenere con soli dodici campi di terreno. Per questo gli
Schiavato andavano a volte ad arare il terreno di qualche vicino in cambio
degli strami (pa i strami )8.
Ma erano soprattutto l’orto
e i radicchi a tener occupata l’intera famiglia. «Mio padre una volta
partecipò alla mostra di Treviso con ben 42 ortaggi», ricorda Angelo. «Noi
ragazzi dovevamo lavorare fin da piccoli e ad ognuno di noi veniva
preparato un attrezzo, la zappa o il vanghetto, con l’impugnatura
adeguata alla sua statura. Angelo (classe 1935) a causa
della guerra aveva perduto un anno di scuola. Nel ’45 infatti
l’edificio delle elementari di S. Lazzaro era stato occupato dai soldati
tedeschi e vi aveva trovato posto anche un gruppo di ferrovieri della
vicina stazione. Appena finita la quinta, a 11 anni, iniziò a lavorare a
pieno tempo nei campi e nell’orto. I ragazzi di casa avevano
anche un altro compito: quello di pescare il pesce, con lo schirale, nei fossati. «Via Ghirada», racconta Angelo, «era
allora fiancheggiata da fossi profondi ai lati dei quali s’innalzavano
delle fitte siepi (sièsóni).
Nei fossi l’acqua non mancava mai, e neppure il pesce, che risaliva dal
Sile lungo il canale Fuin (le cui sorgenti sono nei paraggi) 9.
Ricordo che una volta, era
agosto, prosciugammo un tratto di fosso nei pressi del ponte della Ghirada.
Io ero piccolo ed andai sotto il ponte a
gattagnao 10,
e in brevissimo tempo riempii un mastello da bucato dalla capienza di
oltre un ettolitro con tinche e anguille, che poi in buona parte vendemmo». Nell’orto, il lavoro più
impegnativo, dopo quello di vangare, era annaffiare le piante, (dar
acqua). «D’estate, ogni santo giorno a meno di qualche provvidenziale
acquazzone, dalle quattro del pomeriggio fino a notte fonda, in sette-otto
persone si andava a prendere l’acqua dal fosso (il cui livello si era in
precedenza fatto innalzare mediante una piccola diga in terra) e si
abbeveravano le piante». Oltre ad un’incredibile
varietà di verdure, non mancavano nell’orto e nella campagna degli
Schiavato gli alberi da frutta. Ciliegi innanzi tutto. «Crescevano lungo
le rive e li lasciavamo andare alti cinque-sei metri e, per scoraggiare i
furti, avvolgevamo il tronco con dei reticolati posti sotto
l’impalcatura dei rami. In tal modo si poteva arrivare alle ciliegie
solo utilizzando le scale. Poi i peschi, nelle piantate,
intervallati ai gelsi; così quando si dava il solfato alle viti si
irroravano anche loro. Erano di una varietà particolare e producevano
pesche bianche e rosse, grosse e gustosissime, che chiamavamo perséghi carrari. L’oste della Colonna veniva quasi ogni giorno a
trovarci, perché di pesche buone così non ne trovava in tutta Treviso. Moltissimi erano i fichi. In
stagione raccoglievamo qualcosa come tre quintali di fichi alla settimana.
E ancora: peri e meli, i cui
frutti arrivavano normalmente a maturazione senza alcun trattamento. Se
proprio subivano un attacco di afidi, mio padre usava l’estratto di
tabacco, oppure metteva in infusione nell’acqua un pacchetto di
‘trinciato forte’ o, più semplicemente, delle cicche di sigaretta.
Fra i peri c’erano i moscatelli, quelli di San Piero e quelli
d’inverno, mentre dei meli ricordo quelli del Canada, i sampierini
con frutti grossi e farinosi, e i pomi dell’oio
così chiamati perché quando si tagliava una mela sembrava che fosse
ghiacciata e impregnata d’olio. Non mancavano gli azeruoli, i cui frutti
noi chiamavamo pomi asariòi o stropacùi, mentre in città erano chiamati pométi lazarini. Questi piccoli frutti, gustosi, ma pieni di semi e
con poca polpa, venivano venduti dai fruttivendoli per pochi soldi a
branche, in cartocci, come i bagigi».
Nel campo in cui veniva
coltivato il radicchio, la rotazione prevedeva frumento, radicchio e poi
granoturco, in mezzo al quale venivano seminati — ogni tante piante —
dei fagioli rampicanti, varietà montagnoli,
giallini e saporiti. Si attorcigliavano alla gamba di granoturco e
procuravano la mancata maturazione della pannocchia. «Certo», commenta
Angelo «perdevamo qualche sacco di pannocchie, ma in compenso
guadagnavamo un quintale abbondante di fagioli, che bastavano per il
consumo familiare di tutto un anno». Di norma al radicchio era
riservato un campo. Dopo aver mietuto il frumento, si concimava spargendo
sul terreno l’intero letamaio (a
corte). Poi si arava con tre paia di bestie e si passava con
l’erpice (a gràpa), infine Vincenzo Schiavato seminava a mano, «ma così
bene che nessuna macchina avrebbe fatto altrettanto». Dopo la semina il
terreno veniva nuovamente sottoposto ad una leggera erpicatura... e si
aspettava la pioggia che, quasi mai, nei giorni attorno a San Pietro si
faceva attendere. Sullo stesso campo del
radicchio, veniva seminato anche il granoturco cinquantino, interrando i
grani col vanghetto, seguendo i solchi segnati dal diavolo,
un attrezzo con tre assolcatori trainato da un paio di bestie. Il cinquantino, giallo e della
varietà Brigantino, «una vera specialità», veniva interamente
destinato alla vendita e il suo prezzo era di solito quasi il doppio di
quello del granoturco normale. Quando il radicchio era nato e
sufficientemente cresciuto, si entrava nel campo a togliere le erbacce,
lavoro cui era dedicato l’intero agosto: un mese di ‘spiaggia’. Gli
Schiavato eseguivano l’operazione a petto nudo, calzoni corti e cappello
di paglia in testa (mentre le donne indossavano una camiciola a maniche
corte e i calzoni lunghi). Per meglio estirpare le erbacce, si servivano
di un rudimentale attrezzo: una specie di zappetta da adoperare con una
sola mano, ottenuta con la parte iniziale (el
da drio) di una falce (falsìn),
lunga una decina di centimetri e avente per manico il ferro con cui la
falce veniva applicata al suo sostegno (el
falchèr). A metà novembre
s’iniziavano a cavare i
radicchi dal campo (cavar radici).
In precedenza si era provveduto a tagliare il cinquantino con la messóra
(falce messoria) e a portarlo a casa, dove veniva descapà (spannocchiato). Normalmente si raccoglieva dal
campo la quantità di radicchi che serviva per riempire lo spazio (a busa) loro riservato in stalla, dove avveniva il processo di
forzatura e imbianchimento. L’operazione di estirpatura
veniva effettuata a mano, col vanghetto. Una volta tolti dal terreno, i
radicchi venivano lasciati in piccoli mucchi sul campo. Alla fine della
giornata erano poi raccolti in grandi ceste (crìvoe),
che venivano caricate in un carro, e portate in stalla dove più tardi i
radicchi erano legati e posti direttamente in busa. Questa busa era un
riquadro appositamente preparato e delimitato su un lato dal muro e su due
lati da tavole fissate a dei listoni di legno, che partendo da terra
venivano inchiodati alle travi della stalla. La superficie complessiva di
una busa, che conteneva
un’ottantina di mazzi, era di circa 20 mq. I mazzi venivano adagiati sul
pavimento, dove in precedenza era stata stesa un po’ di paglia e, ogni
due giorni, passati uno ad uno ed immersi con le radici in un secchio
d’acqua. Dopo una settimana, giorno più, giorno meno, i radicchi erano
pronti (fàti) e si procedeva
alle operazioni di toelettatura, che si svolgevano ovviamente in stalla.
Ognuno si procurava un mazzo e lo disponeva vicino alla sedia. Lo apriva e
prendeva un radicchio. Ad ogni radicchio erano tolte le foglie esterne
appassite fino ad incontrare il rosso germoglio centrale. Alla radice
veniva eliminata la terra e la parte superficiale con un apposito
coltellino ben affilato. Il vecchio Vincenzo invece, anche per questa
delicata operazione, usava la sua immancabile roncoletta (brítola).
Finita la pulizia si versavano i radicchi in una grande vasca piena
d’acqua, posta sotto il portico, dove venivano rapidamente risciacquati
e poi disposti nelle ceste, pronti per essere portati al mercato. L’indomani mattina, sveglia
all’alba per caricare le ceste sul carretto. Una tazza di caffè, e alle
cinque si partiva per il mercato. «Il carretto, che era costituito da un
piano di carico di circa due metri di lunghezza, con grandi ruote di legno
cerchiate in ferro, era predisposto solo per il traino a mano. Mio padre
si sistemava davanti, impugnando le stanghe fisse (bràncoi),
aiutandosi con una fune legata alla parte anteriore del carretto e fatta
passare attorno a una spalla (la giacca in quel punto era sempre lisa).
Noi ragazzi invece si spingeva dietro. Si percorreva via Ghirada e via
Cavini, che all’epoca non erano asfaltate, e giunti sul Terraglio si
affrontava il cavalcavia. Si passava davanti alla stazione e si percorreva
la circonvallazione fino al mercato di viale Cairoli. Poi mio padre
restava lì a vendere mentre noi si tornava a casa, sempre a piedi. Si
faceva colazione con polenta e latte ed era già l’ora di andare a
scuola». Vincenzo Schiavato non aveva
difficoltà a piazzare la merce. Suoi clienti fissi erano i fruttivendoli
della loggia di piazza San Vito. Ci fu inoltre un periodo, durante la
guerra, in cui gli fu assegnato un banco in piazza Rinaldi per la vendita
diretta. In quell’occasione in meno di un’ora finiva tutto il
radicchio, che andava a ruba fra le sioréte
della città. Schiavato produceva da solo il
seme di radicchio che gli era necessario. Quando andava a cavar radici,
individuava le 70-80 piante che riteneva più belle, e le lasciava sul
campo. Alla fine dell’inverno, quando il terreno si era sgelato, le
piante-madri venivano trapiantate con la loro zolla, in un pezzo di terra
allo scopo preparata, e lì erano lasciate fiorire. Una cura particolare,
quando alla fine di luglio il seme era maturo, era rivolta ai nemici che
venivano dal cielo: i cardellini e soprattutto i voraci saràntoi
11.
Contro di loro si innalzava uno spaventapasseri e si tendevano sopra i
radicchi delle funicelle con appesi degli stracci colorati. Solo quando era sceso il terso
avàsso (terza rugiada) dopo
el primo de agosto le piante erano pronte. Venivano tagliate al
mattino presto, in modo da conservare un po’ di umidità, legate in
fasci e messe in màsara (a
macerare) in un angolo del portico, coperte da sacchi. Vi rimanevano per
sette-otto giorni e ogni tanto si controllava che la maturazione
procedesse regolarmente, quindi i fasci di radicchi venivano portati
sull’aia e battuti con un bastone, come quello un tempo utilizzato per
il frumento (il correggio). Dopo averli battuti, veniva effettuata una
prima sommaria cernita con un crivello. «Poi mio padre si metteva sotto
il portico, in un angolo in cui molto spesso c’era una corrente d'aria
come quella dei Soffioni di Treviso. E lì prendeva una manciata alla
volta di seme, lasciandolo scivolare lentamente (come si fa con la farina
da polenta nel paiolo) su un sacco posto per terra. I semi buoni cadevano
diritti sopra il sacco; invece quelli vuoti, o le impurità di vario
genere volavano via». I semi erano poi conservati in
sacchetti di cotone, appesi ad una trave in granaio; pronti per essere
utilizzati nel proprio campo (o, in parte, venduti). Non solo dei radicchi, ma
anche di quasi tutti gli altri ortaggi Vincenzo Schiavato si produceva i
semi. Raramente li comprava, e mai si serviva dei produttori di sementi
della zona. Una volta all’anno invece
inforcava la bicicletta e si recava a Padova, da Sgaravatti, dove era
sicuro di trovare sementi garantite e le ultime novità con cui poi
presentarsi alla grande mostra di Natale, sotto la Loggia, dove per tanto
tempo fu uno dei dominatori. -------------- Note 1 Nella
pratica, al padrone non veniva consegnata la merce, ma i soldi
corrispondenti. 2 In modo che
non venisse ridotta la sua capacità produttiva a causa della diminuzione
del bestiame allevato e del relativo letame prodotto. 3 Quasi tutti
i primi coltivatori di radicchio erano, come gli Schiavato, dei fittavoli
(tranne i pochi piccoli proprietari); pochissimi erano i mezzadri. 4 Un campo
trevigiano misura 5.214 metri, convenzionalmente arrotandati a 5.000: due
campi = un ettaro. 5 Fino a metà
Ottocento le piantate erano formate nella zona a sud di Treviso, patria
del radicchio, da filari di viti maritate prevalentemente ad ópi (aceri campestri) o frassini. Solo in seguito presero sempre più
piede i gelsi, che negli ultimi anni dell’agricoltura pre-industriale
diventeranno i protagonisti assoluti del paesaggio agrario. 6 Normalmente
la resa era attorno ai 60 kg., tanto è vero che nel contratto d’affitto
gli Schiavato dovevano consegnare 62 kg. di bozzoli (cioè la resa
convenzionale di un’oncia di bachi). 7 Gli stakis
sono «dei tubercoli d’una varietà labiata assai apprezzata come
nutrimento dai giapponesi che la chiamano Choro-Gi … [Fu] importata in
Francia nel 1882 dalla Società nazionale d’acclimatazione francese …
Pianta di grande rusticità, di considerevole produzione, e la cui coltura
non richiede cure speciali... In febbraio si piantano due o tre tubercoli
in cespuglio, distanti quaranta centimetri in ogni senso … Si estrae a
fine novembre - inizio dicembre … i rizomi sono di un bianco
madreperlaceo, di sapore poco marcato ma gradevole e che ricorda uniti i
sapori del carciofo, della sassifraga e della patata ... ». (Il
Contadino, 30-11-1887, p. 174) 8 Ad esempio,
se nel campo arato veniva seminato granoturco, i proprietari si tenevano
il mais e gli Schiavato si portavano a casa le canne. 9 E’ la
stessa acqua che ora, tombinati i fossi, allaga ad ogni acquazzone via
Ghirada. 10 A gattoni. 11 Verdone (Carduelis
chloris). -------------- © 1992, dal libro
Raici,
Storia, realtà e prospettive del Radicchio Rosso di Treviso |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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