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Radicchio rosso di Treviso, origini
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Le voci, le tradizioni e le leggende relative
all'origine del radicchio rosso sono a volte affascinanti, ma per forza di cose
vaghe e indefinite. Impossibile è stato anche trovare notizie certe e
documentate riguardo alla data precisa della sua origine. Nessun atto di
nascita ufficiale, insomma, e neppure un padre certo. Sulla scorta di documenti d'archivio e testimonianze
letterarie, ci si può tuttavia avvicinare con ragionevole precisione al
periodo, attorno alla metà del XIX secolo, in cui il radicchio rosso di Treviso
iniziò ad affermarsi come rinomato prodotto degli orti e dei campi prossimi
alla città. Per certi versi l'origine del
radicchio rosso e la sua rapida diffusione ricordano quella di un altro
prodotto agricolo, invero ben più importante: il mais. Di esso si sa che
proviene dall'America, e si sa anche che verso gli anni '20 del Seicento
era ormai ampiamente diffuso nel Trevigiano visto che era utilizzato per
il pagamento del quartese ai parroci, ma non si conosce l'anno preciso
e la persona che, intenzionalmente, decise di coltivarlo per primo. Tanto
che Agostino Fappani nel suo saggio storico sull'agricoltura trevigiana
(1817) si lamentava: «E perché le patrie storie diligenti, (…)
non ci tramandarono il nome di quell'uomo benefico, che fece per
il primo gialleggiare ne' campi trivigiani il panocchiuto gran-turco,
mentre nel silenzio di queste non è dato a noi (…) di offerirgli l'omaggio
della nostra riconoscenza?» (1). Riguardo al radicchio, Aurelio
Bianchedi scriveva nel 1961: « (…) Se l'origine del Radicchio rosso di
Treviso è tutt'ora avvolta nel buio dell'incertezza, la sua storia diventa
chiara a metà del XVI secolo quando, per la prima volta in Italia, l'ortaggio
meraviglioso venne sottoposto a coltivazione con forzatura in provincia
di Treviso e più esattamente in frazione di Dosson del comune di Casier.
Attestazioni attendibili lo documentano» (2).
Ma non porta a suffragio della sua asserzione nessuna delle “attestazioni
attendibili” che la documenterebbero (3). Per cercare un'eventuale conferma
all'affermazione di Bianchedi, abbiamo consultato il libro di cassa del
monastero di San Nicolò di Treviso, che fino alla caduta
della Repubblica di Venezia possedeva proprio a Dosson oltre a una boaria,
cioè una grossa azienda agricola fatta lavorare in economia da braccianti
e salariati, anche altre possession
lavorate da fittavoli. Ma fra i vari prodotti, di radicchio rosso non
c'è traccia (4). Non c'è alcun accenno al radicchio
rosso neppure nei Discorsi di
Pietro Andrea Mattioli, dove invece, fin dall'edizione del 1568 era descritta,
con relativo disegno, la nuova pianta del fromento
indiano («non turco, per essersi portato dalle Indie Occidentali,
et non d'Asia, né di Turchia…») (5). Del resto, altre erano le specialità
gastronomiche per cui era famosa, sempre nel XVI sec. la Marca Trevigiana.
Scriveva il medico milanese Ortensio Lando nel 1554: «Goderai a Trivigi
Trippe, e Gamberi del Sile; delle quali cose quanto più ne mangi, più
ne mangeresti» (6). E anche il medico-letterato
trevigiano Bartolomeo Burchelati scriveva, all'inizio del Seicento, che
le delizie «molto proprie della nostra terra» erano le « … buone
lamprede, migliori gambari e ottime tripe» (7).
Jacopo Agostinetti, nei suoi
Cento, e dieci ricordi, che formano il buon fattor di villa (1717),
dice al suo fattore di non voler tediarlo, come fanno altri Autori, parlandogli
«della coltura della lattuga, aglio, ruccola e persemolo… » e lo
invita invece ad introdurre nel suo “qualificato orto” cinque “sorti di
frutti”: «… la prima sarà una qualificata persegara, fatta in fili compartiti
per l'orto… , seconda una fragolara qual secondo io stimo la introdurrà
in vaneze nell'istessi fili della persegara, … perché l'ombra delli persegari
non dannifica l'altre piante. Terza una nobilissima sparesara, fatta anch'essa
in belissime vaneze, in parte che non vi caschi ombra di sorte alcuna.
Quarta una melonara, e quinta dell'uva Grespina» (8). Niente radicchi, quindi,
per valorizzare l'orto. E di radicchi non c'è traccia
neppure ne L'accorto fattor di villa, un volumetto
ricco di preziosi consigli agronomici «con la descrizione dei dodici Mesi
dell'Anno e con la dichiarazione di quanto si deve operar in ciascheduno
d'essi Mesi», pubblicato nel 1760 a Venezia (9). Siamo così arrivati all'Ottocento,
e ci vengono in aiuto le risposte (solitamente dettagliate) fornite dai
comuni all'amministrazione del Lombardo Veneto nel corso delle operazioni
preparatorie del Catasto Austriaco (10).
Per il comune censuario di Dosson il questionario, compilato il 24 luglio
1827, alla domanda “Ortaglie, frutteti
e simili” registra come risposta un secco: «Niente». Idem per quanto
riguarda i comuni confinanti. Nel comune di Treviso, il documento
ci fa conoscere con precisione quali fossero i prodotti di quella che
era una delle più importanti ortaglie
esistenti in città: l'orto del Gesù, di proprietà comunale (11). Situato nei pressi dell'attuale
piazza della Vittoria, 5530 m2 di superficie (più di un campo
trevigiano), l'orto del Gesù nel 1826 produceva Bisi (piselli), Fagiuoli, Sparisi (asparagi), Fragole,
Seleno (sedano) Erbagi minuti,
Radichi, Insalate, Creno (rafano), Brocoli,
Pevaroni. I Radichi, evidentemente
non ancora i “radicchi di Treviso”, erano equiparati agli “erbagi minuti”,
e la loro vendita contribuiva al ricavo complessivo di 64 lire: circa
la metà di quanto rendevano i broccoli. Di quale fosse la considerazione in cui all'epoca
erano in generale tenuti i radicchi, abbiamo un paio di testimonianze che, pur
riferendosi a località del Trevigiano lontane dall'attuale “zona Doc” del
radicchio, sono comunque significative. Scrive Agostino Fappani nel 1817: «Tendevano ad un
medesimo fine le cure, e gli studj dell'altro non men benemerito parroco di
Campo di Pietra nel territorio di Oderzo abate
Natale Talier, Accademico trevigiano,
allorché nel 1790 scriveva della coltura della Cicoria erratica, detta volgarmente Radicchio ad uso di foraggio per alimento ai bestiami…». La seconda testimonianza è di
Jacopo Monico, parroco di San Vito d'Asolo (oggi d'Altivole), letterato
e futuro patriarca di Venezia, il quale scrive il 2 luglio 1821 all'amico
Antonio Favero, abate di Castelfranco: «Disgrazia grande mi accadde “da
piangere a cald'occhi, spron battuti”. Nella mia stia viveano da gran
tempo due capponi da buoni fratelli, aspettando ansiosamente il giorno
che tu fossi venuto a manicarne i lombi colla tua buona cognata: ma stanchi
di tanto aspettare, non so come, pensarono di andarsene ambedue a mangiare
il miglio de' campi elisi. La serva li trovò una mattina l'un morto e
l'altro spirante, e credo che li abbia creduti strozzati dal Mazzaruolo.
Intanto addio capponi, e tu quando verrai, troverai forse appena una tecchia
di radicchi pesti; e ben ti starà in pena di tanta pigrizia” (12). Anche in questo caso i radicchi, se non proprio
alimento per il bestiame, erano considerati cibo decisamente ordinario. Facciamo ora un salto all'inizio degli anni '60
dell'Ottocento, quando sono passati poco più di trent'anni dagli Atti
preparatori del Catasto austriaco. Finalmente, dopo tanto cercare fra antiche
carte e vecchi libri, compare il Nostro. A pag. 72 de L'Agricolo, almanacco pel 1862, troviamo scritto che, fra i lavori
negli orti del mese di dicembre «si rincalzano i cavoli ed i broccoli,
s'imbiancano nella terra coperta di foglie secche i radichi bianchi e rossi… ». Una semplice riga di un modesto almanacco; da qui
inizia la storia documentata del radicchio rosso di Treviso. Tornando ai nostri documenti
ufficiali, su indicazione del Ministero dell'agricoltura, industria e
commercio del nuovo stato unitario, nel 1870 vengono incaricati i “Comizi
Agrari” di effettuare un'inchiesta per conoscere lo stato dell'agricoltura
(13). Per il Distretto di Treviso,
la risposta fornita dal locale Comizio al quarto dei quesiti ministeriali
“Frutticoltura ed Orticoltura”,
è la seguente: « … Ciò che forma una buona speculazione sono gli erbaggi
coltivati negli orti suburbani;
la qualità è così distinta che se ne fa ricerca anche fuori della Provincia,
approfittando della facile comunicazione ferroviaria. Nella stagione invernale
specialmente si fa un importante commercio del radicchio rosso, il quale ha già acquistato buona rinomanza in tutta
Italia per la sua bellezza (che somiglia a un fiore) e pel suo gusto… »
(14). Appare qui per la prima volta
quello che diventerà in seguito quasi il logo del radicchio rosso (“somiglia
a un fiore”). Da notare inoltre la locuzione “già acquistato”, che lascia
supporre come, per gli estensori della nota, la diffusione di questo ortaggio
fosse stata rapida e rappresentasse una positiva sorpresa. Non si può
infine dimenticare l'accenno che viene fatto alla facilità dei trasporti
dovuta al nuovo mezzo ferroviario, che certo deve aver avuto una notevole
importanza, fin dall'inizio, nel far conoscere il radicchio anche fuori
dalla sua zona di produzione (15). Dieci anni più tardi Artemio
Vettorussi, vice presidente del Comizio Agrario di Asolo partecipa con
una monografia al concorso bandito dalla “Giunta per l'inchiesta agraria
e sulle condizioni della classe agricola” (Inchiesta
Jacini) (16).
Riferendosi alle Piante ortensi,
così scrive: «Una pianta forzata, che per la sua particolare riuscita
è veramente ritenuta una cosa scelta, è il radicchio, perché serve di
eccellente commestibile nella stagione iemale; pianta che viene coltivata
su larga scala nei dintorni della città di Treviso. Quest'erbaggio d'un
sapore alcun poco amarognolo, ma altrettanto omogeneo al palato e d'una
singolare bellezza per le sue foglie variopinte, è ricercato da chi desidera
nutrirsi di sostanze vegetali diuretiche (17).
Il grande spaccio che se ne fa non tanto per la città e pei centri popolati
dei finitimi distretti, quanto pei paesi lontani col mezzo della ferrovia,
ci dà a credere che esista per tal vegetale una lucrosa speculazione… È dunque mestieri ripetere che
il radicchio trevisano (è questo il nome che gli si
dà) ha una rinomanza notevole. L'alto prezzo di vendita (dai 40 ai 60
centesimi per chilogrammo) è un dato non vago del vistoso traffico che
si va annualmente facendo di questo singolare prodotto degli orti. A Castelfranco
Veneto nelle ortaglie si coltivano pure molte piante fra le quali il colza-incappucciato
trova nella gente, tanto di città che di campagna, molto favore» (18). Vettorussi ci fornisce anche,
ed è la prima volta, ragguagli sulla tecnica di coltivazione del radicchio
(che è ancora limitato agli orti: … «aiuole disposte a colmate»)
e sulle procedure d'imbianchimento, piuttosto grossolane ed effettuate
sul campo (19).
Significativo il fatto che nel 1880 non vi sia
ancora alcun accenno al radicchio di Castelfranco Veneto, città che per il
momento è famosa solo per il suo “colza incappucciato”. Pochi anni ancora e il 31 gennaio 1884 su Il contadino troviamo questo articolo: Il radicchio trevisano
all'estero «Questo Comizio Agrario in seguito
alla corrispondenza passata col Signor Commendatore Francesco Cirio (20)
e di cui Il Contadino si è altra
volta occupato, ha spedito parecchie ceste di radicchio rosso trevisano
alle succursali estere della precitata Ditta. Infatti, oltre che a Roma e a Torino, furono spediti
campioni di detto articolo d'ortaglia, tanto reputato, a Francoforte sul Meno,
a Vienna, a Colonia, a Monaco, a Praga secondo quanto ci aveva indicato lo
stesso Comm. Cirio. Siamo ora in attesa di avere notizie dal più grande
degli esportatori italiani, per sapere se la cosa potrà andare. Certamente per quest'anno non
sarebbe più possibile una commissione ragguardevole di radicchio; ma per
un altro anno non disperiamo di ritentare la prova. Il Commendator signor
Cirio, uomo intraprendente quant'altri mai, potrebbe forse escogitare
modi e mezzi di trasporto per facilitare di molto l'esportazione e arrecare
un vero beneficio al nostro Comune, nel cui suburbio con tanta cura e
passione si coltivano le ortaglie» (21). * Il radicchio rosso di Treviso ha ormai intrapreso la
strada che, sia pure con un percorso non sempre facile, in poco più di un secolo
lo porterà a raggiungere il vertice fra i prodotti orticoli invernali. -------------- Note 1 - Fappani, 1817, p. 147. 2 - Bianchedi, 1961, p. 38. Aurelio Bianchedi era capo dell'Ispettorato Agrario di Treviso. 3 - A
meno che non s'intendano per prove l'accenno a un'insalata «di fusto alto,
grosso e tenero assai», di cui parla Salvatore Massonio nell'Archidipno,
ovvero dell'insalata e dell'uso di essa. Cit. in Rorato, 1991, pp.
45-46. Oppure la lettera del Petrarca, citata da Evaristo Jelmoni nel
Gazzettino del 15-12-1967, con la quale il poeta, volendo invitare a cena
Agapito Colonna scriveva: «sarà un pasto sul gusto di Virgilio, composto
di mele mature, castagne, latte fresco, radice trevisana e ci
sarà anche una lepre venuta chissà donde…». 4 - Archivio
di Stato Treviso, Corporazioni religiose soppresse, S. Nicolò,
b. 41. Anche Giorgio Palmieri, 1992, pp. 5-6, afferma che il radicchio
di Treviso era all'epoca sconosciuto nelle mense dei patrizi veneziani.
5 - Citato
da Maffioli, 1983, p. 120. Anche se non propriamente del radicchio, Mattioli
parla comunque dell'Endivia, che «… è di due sorti. Una selvatica,
la quale si chiama picra, e cicorea, e un'altra che fa frondi più larghe,
che si semina… Restringono e infrigidiscono ambedue, e convengonsi allo
stomaco. Cotte, e mangiate con aceto ristagnano il corpo… Tutte queste
spetie impiastrate per se sole e con polenta, vagliano a dolori della
bocca dello stomaco. Giovano alle podagre, e all'infiammagioni degli occhi.
Impiastransi insieme con le radici, utilmente in su le punture de gli
scorpioni, e in su'l fuoco sacro, mescolate con polenta». Mattioli, 1604,
pp. 527-28. [Nel luglio 1992 l'edizione precedente dei Discorsi
di Mattioli conservata alla Biblioteca Comunale di Treviso era in restauro]. 6 - Ortensio
Lando, Commentario delle cose più notabili d'Italia, Venezia,
1884, cit. in Fappani, 1819, p. 93. 7 - Bartolomeo
Burchelati, Il Ternario overo l'ethimologia di Trevigi – Dialogo,
Treviso, 1612, cit. in Demattè, 1992, p. 149. 8 - Agostinetti, 1717, pp. 191-192. 9 - Benetti,
1760. 10 - Archivio
di Stato Venezia, Atti preparatori del Catasto austriaco, Comuni
censuari di Dosson, San Lazzaro e Treviso. 11 - Verso il 1860, l'Orto del Gesù sarà ceduto dal Comune di Treviso all'Istituto Turazza. Cfr. Semenzi, 1864, p. 352. 12 - Giacinto
Cecchetto, Altivole, 1988, p. 175. 13 - Sui
Comizi agrari, cfr. Lazzarini, 1983, pp. 40-46 e “Rassegna di
fonti”. 14 - Condizione
agricola del distretto di Treviso nell'anno 1870 in risposta ai quesiti
della Circolare Ministeriale N. 151, in “Bollettino del Comizio Agrario
di Treviso”, n. 4-5/1871, p. 70. 15 - Il
viaggio inaugurale della linea ferroviaria Treviso – Venezia avvenne il
14 ottobre 1851, tra due ali di folla valutata in 20.000 persone. (Gazzetta
Uffiziale di Venezia, 19 ottobre 1851). 16 - Il
concorso fu bandito il 24 ottobre 1878 e gli elaborati furono esaminati
dalla Giunta il 15 luglio 1880. Cfr. Lazzarini, pagine 52 e 54. 17 - Recenti
ricerche hanno confermato l'azione depurativa, diuretica e lassativa del
radicchio, dovuta a principi amari terpenici presenti nelle sue foglie.
Del radicchio risulta inoltre essere particolarmente prezioso l'elevato
contenuto di antocianine, che oltre a possedere un'azione antiallergica
, antinfiammatoria e antivirale, hanno dimostrato di essere «sostanze
rilascianti la muscolatura vasale arteriosa e venosa» e di avere
quindi un'azione antitrombotica. Ovviamente queste proprietà vengono
sfruttate appieno da un consumo del radicchio crudo. (Virgilio Bettini,
Mariangela Broi, Roberto Benetti, 1989) 18 - Monografia per l'Inchiesta Jacini, relativa ai Distretti di Asolo, Castelfranco, Montebelluna e Treviso, pubblicata in Lazzarini, pp. 168-221. 19 - «Tal
prodotto forzato si ottiene presso a poco coi mezzi seguenti: 20 - Francesco
Cirio (Nizza Monferrato, 24 dicembre 1836 — Roma, 9 gennaio 1900, fondatore
dell'ominima azienda di conserve. [Wikipedia – Nota aggiunta nel 2008]
21 - Il
contadino, giornale di agricoltura pratica, bimestrale, organo del
Comizio Agrario di Treviso.
-------------- © 1992 Camillo Pavan
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aggiornamento
12/01/09
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