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La sfida
di un produttore
biologico
di
Camillo Pavan
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Lorenzo Pistolato, classe
1951, abita vicino al Terraglio, nell’ultima casa del comune di Mogliano
prima del confine con Preganziol. Diplomato ragioniere, dal 1981 ha
iniziato la trasformazione biologica degli otto ettari dell’azienda di
famiglia. Questa è la sua storia. «Sono figlio di contadini e
quando andavo a scuola me ne vergognavo un po’. I compagni infatti ci
prendevano in giro, noi che venivamo dai campi. Per questo ho voluto
continuare gli studi e mi sono diplomato. Non vedevo l’ora di andarmene
da casa e di avere anch’io un bel lavoro pulito, da impiegato.
Finalmente ci riuscii e venni assunto come ragioniere al Consorzio
Agrario. Ma una volta raggiunto l’obiettivo che mi ero posto, mi accorsi
che il richiamo della terra era ancora forte e quei campi che avevo
rifiutato da ragazzo ora mi attraevano sempre di più. Lì al Consorzio sentii per la
prima volta parlare di agricoltura biologica. Ovviamente se ne diceva
tutto il male possibile. Fu forse per questo che mi avvicinai ad essa.
Iniziai a frequentare i primi corsi di agricoltura biodinamica organizzati
a Casier da Giovanni Possamai verso il 1977, e mi entusiasmò questa
sfida, questo tentativo di produrre senza chimica, la cui possibilità era
tanto violentemente negata dai sostenitori dell’agricoltura moderna,
razionale ed avvelenata. Dal 1981 iniziai la
riconversione biologica dell’azienda. Niente concimi chimici, ma cumulo
a base di letame e preparati biodinamici. Niente insetticidi e
anticrittogamici di sintesi, ma prodotti naturali. Il terreno, un po’
alla volta ha iniziato a rivitalizzarsi e a rispondere positivamente: ora
tutta la nostra azienda è coltivata in maniera naturale e tutti i nostri
prodotti hanno il marchio biologico, garantito dal Coordinamento veneto
‘Terranuova’. Per quanto riguarda il
radicchio, ne coltivo un ettaro all’anno e devo dire che da questo
ettaro mi deriva la principale fonte di reddito. Nel 1991/92 ne ho infatti
raccolto circa 60 q.li e la Spiga
d'Oro e gli altri negozi di prodotti naturali cui l’ho conferito mi
hanno sempre garantito un prezzo superiore alle 5.000 lire». Problemi tecnici? «Nessuno. Per quanto riguarda
il diserbo, che ovviamente non può essere chimico, ho adattato allo scopo
il motocoltivatore, regolando il passo delle ruote in modo da poter
entrare tra le righe. Per quanto riguarda i famosi attacchi di malattie
fungine finora non ho mai avuto problemi, oppure, se proprio qualche
attacco a volte c’è stato, non ha mai superato l’1% del raccolto: una
stupidaggine. Ma visto che tutti i miei
colleghi coltivatori tradizionali tanto temono questa "sclerotinia"
e questo "marciume del colletto", ecc., mi sembrava impossibile
poterli sempre evitare anch’io. Così, in quest’ultima stagione, ho
voluto fare un trattamento preventivo, sul campo. Questa la composizione del
prodotto irrorato: per ogni ettolitro d’acqua 1 etto di propoli, 1 etto
di solfato di rame, 300 grammi di Sulfar, un preparato a base di zolfo
prodotto dall’Agricom,
industria torinese creata dal prof. Garofalo, fondatore
dell’Associazione Suolo e Salute. Questa formula è la stessa usata per
i trattamenti alle viti». — Qualche coltivatore riesce anche ad ottenere 100
quintali di radicchio tardivo per ettaro. Lei cosa ne pensa? «Non riesco proprio a capire
come facciano, perché anche il mio radicchio è molto bello. Anzi,
quest’anno sono stato pure premiato (terzo posto) alla mostra di
Mogliano. Mah! Il fatto è che è facile essere bravi con l’aiuto delle
sostanze chimiche!...». Fin qui Lorenzo Pistolato. I
genitori assentono con convinzione, e guardano con orgoglio questo loro
‘ragazzo’ che ha voluto ritornare alla terra dopo aver studiato. Il padre Guerrino, classe
1917, un tempo anziché il radicchio coltivava le pesche, le famose pesche
di Mogliano. E’ stata sua moglie Elena (Nori) a convincerlo a provare
anche il radicchio. «Sono una Carraretto, una Buffettona
da Dosson», dice la signora Nori, esibendo il suo soprannome e il suo
paese d’origine quasi fossero un blasone nobiliare, «e fin da piccola
ho sempre coltivato radicchi. Anche adesso», sottolinea, «l’ultimo
passaggio in stalla, al momento della toelettatura, voglio farlo io, ne
sono gelosa». E la moglie del ragionier
Lorenzo? Per il momento lavora alla Sip di Treviso, come impiegata. «Però
è sempre lì che insiste, perché vorrebbe licenziarsi e venire a
lavorare in campagna anche lei», dice Lorenzo. «Mah! siamo un po’
titubanti. Il reddito dei campi è sempre incerto. Ma forse potrebbe anche
decidersi a venire ... basterebbe coltivare un campo in più di radicchi». -------------- © 1992, dal libro Raici, Storia, realtà e prospettive del Radicchio Rosso di Treviso |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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