Da Dosson al mercato di Rialto

 

di Camillo Pavan

 

 

 

Da sempre, il gruppo dei più importanti produttori di Dosson portava a vendere i radicchi al mercato di Rialto mentre a Treviso si limitava a partecipare alla mostra di Natale.

Erano le famiglie di: Ernesto, Emilio e Riccardo Biscaro; Giulio Bologna e i figli Manfredo e Rino; Piero e Valentino Cocchetto, detti Cuchetóni; Guglielmo e Gino Cocchetto; Vigilio De Pieri detto Fascio; Emilio Pillon, padre di Onorio; Luigi Sartorato, padre di Bepi: quasi tutti in qualche maniera imparentati fra loro. A turno, ognuna di queste famiglie, andava a vendere a Venezia il radicchio proprio e quello di tutti gli altri.

Di fatto il gruppo agiva come una cooperativa e così viene ricordato dai ‘soci’, anche se in realtà si trattava di una libera associazione fra produttori, sorta spontaneamente per risolvere lo specifico problema del trasporto e della vendita del radicchio nella città lagunare. Un gruppo che si reggeva senza carte scritte e senza notaio, e che rimase in piedi per tre generazioni: il periodo d’oro del radicchio rosso di Dosson.

«A Venezia il nostro radicchio era più apprezzato che non a Treviso, e quindi si riusciva sempre a spuntare qualcosa in più, e soprattutto “se vegnéva casa co i schèi”; si era cioè pagati subito», spiega Luigi Bologna, classe 1957, che da ragazzo ha fatto in tempo a frequentare il mercato di Rialto, assieme al padre Manfredo. Per la verità, anche al mercato di Treviso pagavano subito, ma i dossonesi in genere avevano poca propensione per quella piazza e in particolare le famiglie di cui stiamo parlando preferivano sobbarcarsi la non piccola fatica di portare il radicchio a Venezia e così guadagnare qualcosa in più. «Ai miei tempi questo qualcosa in più si aggirava sulle 50-100 lire al kg», specifica Luigi Bologna.

Questo dato è confermato anche dall’unico accenno al mercato di Rialto rintracciato in bibliografia: Sergio Zani [Aspetti economici della coltura del radicchio rosso e variegato della provincia di Treviso] scrive che nel 1968/69 furono commercializzati a Venezia 1600 q.li a un prezzo medio di 280/290 lire/kg, mentre a Treviso nei mesi di punta (dicembre e gennaio) il prezzo medio fu di 230 lire/kg.

Al pomeriggio, dopo aver pulito (curà) i radicchi in stalla, si provvedeva a lavarli, «all’aperto, sul lèbo (abbeveratoio) in cortile, immergendoli nell’acqua fredda», come ricorda Gina Casagrande ved. Bologna. Appena tolti dall’acqua e sommariamente sgocciolati, i radicchi erano disposti a cerchi concentrici, con le radici verso l’esterno, in una grossa cesta in vimini (corba) che, se riempita a colmo, poteva contenerne fino a due quintali. Si provvedeva poi a chiudere la cesta con un sacco di iuta spessa (el strassón) che, disposto sopra i radicchi veniva poi teso con forza, sospingendone le estremità verso il fondo con l’aiuto di una cortèa (coltellaccio), che riusciva ad infilarsi fra le radici dell'ortaggio e le pareti della corba. El strassón veniva poi fissato all’anello superiore della corba con dello spago grosso infilato servendosi di un apposito ago da corbe, sempre tirando con forza, in modo che, una volta chiusa la cesta, i radicchi al suo interno fossero ben compressi. «Ma non si rovinavano mica», puntualizza Berto Biscaro, «perché i radicchi dell’epoca, maturati nel letame erano molto più resistenti di quelli di adesso, maturati con l’acqua». Ogni corba era poi contraddistinta da una targhetta in legno, legata con uno spago ai vimini, e in cui era scritto il nome o la sigla del proprietario.

Dopo essere stata confezionata, la corba veniva caricata sulla carretta, operazione che richiedeva almeno tre persone: due (o più) a terra, che spingevano dal basso verso l’alto e una sopra il carro che tirava in su.

Ogni giorno  il produttore che era di turno faceva il giro per raccogliere le corbe nelle altre case e si dirigeva verso Mestre. A tirare la carretta era un cavallo, o meglio una cavalla. Ognuna col proprio nome: a Roma, una cavalla bianca, quella dei Bologna; a Lola, la cavalla rossa dei Biscaro, ecc. Tutte ricordate ancora con affetto dai vecchi proprietari.

Fino a prima dell’ultima guerra, il produttore che portava i radicchi a Mestre andava poi anche a venderli a Venezia.

Il viaggio iniziava nel cuor della notte, verso l’una, l’una e trenta, e dietro al carro veniva appeso un lume a petrolio, unica luce in dotazione al mezzo. In un’ora e mezza, massimo due, si giungeva a Mestre, Alle Barche, dove si scaricavano le corbe. «Un’operazione per niente facile, che bisognava saper fare con abilità», ricorda Valentino Cocchetto. «Dapprima si tirava la corba verso l’esterno del carro, facendola sporgere dalla sponda, e poi con un solo colpo, secco e deciso, la cesta veniva fatta cadere in maniera che tutto il fondo toccasse terra nello stesso momento». Un salto di circa un metro che non aveva comunque alcuna conseguenza sulla conservazione dei radicchi. (Ah. Quei radicchi di una volta, come erano forti!)

Poi si attendeva l’arrivo dei barcari dentro allo stallo dei cavalli, Da Zanze. Verso le quattro arrivavano i barcaioli e i contadini, dopo averli aiutati a caricare le corbe, si avviavano assieme verso Rialto.

«Durante la guerra questi viaggi notturni ebbero più di un problema», ricorda Luciano Biscaro, «perché di notte non era permesso circolare e perché non si poteva portare la merce fuori provincia. Una volta a Guglielmo Cocchetto e Giulio Bologna capitò pure di passare una notte in carcere, per non aver rispettato questi ordini».

Dopo la guerra si cambiò orario, partendo verso sera e ritornando a Dosson prima della mezzanotte.

Inutile dire che la tentazione di fermarsi in qualche osteria era forte. «Anche per far riposare la cavalla», si giustifica qualcuno. Normalmente la sosta era Ai Tre Garofoli all’andata, e Alla Ronzinella al ritorno.

La cavalla, dal canto suo, non aveva bisogno di ricevere ordini: sapeva già quali fossero i posti in cui doveva fermarsi. I vecchi raccontano di cavalle rimaste ferme fuori dall’osteria fin quando all’alba il conducente, addormentatosi per la stanchezza o magari per qualche quartino di troppo, non si svegliava. Oppure di quell’altra cavalla che giunta a una certa osteria non voleva più ripartire se prima il conducente non le dava una caramella ‘golia’, perché così era stata abituata.

Ritornato a casa, chi aveva trasportato le corbe a Mestre se ne andava a dormire. L’indomani mattina toccava ad un altro uomo della stessa famiglia alzarsi all’alba. In bicicletta andava a prendere il treno delle cinque alla stazione di Preganziol e, giunto a Venezia, a meno che non ci fosse proprio un gran brutto tempo, si avviava a piedi verso Rialto. Qui si accorgeva subito se il mercato tirava: se le corbe erano già scoperte, significava che quel giorno c’era buona richiesta.

«Noi eravamo soliti portare la merce al banco di Iseo Moschino», racconta Luigi Bologna. «Mio padre Manfredo rimaneva nei pressi della corba ad osservare le contrattazioni. Chi trattava, infatti, era sempre Iseo, che alla fine si teneva il 10% sul venduto. La presenza di mio padre era considerata una specie di garanzia. Egli era noto come El Baffo e ricordo che una volta andai io al mercato al suo posto, e i fruttivendoli chiedevano ad Iseo: “Ma quando arriva El Baffo? Perché noi vogliamo i suoi radicchi”. E Iseo gli rispose: “Sono questi i radicchi del Baffo; oggi non c’è lui, c’è suo figlio”. Immaginarsi la mia soddisfazione… ».

«Prima di Iseo», ricorda Luciano Biscaro, «i radicchi venivano affidati ad altri commissionari. Zennaro, Vendramin, Guardalupi: erano in tanti che volevano avere i nostri radicchi, i radici de a sóma (così era chiamata a Venezia la corba)».

Alle nove, quando le contrattazioni erano ormai terminate, arrivava il momento più atteso della mattinata: quello della trippa. Faceva parte dell’accordo tra le famiglie che chi andava a vendere a Rialto aveva diritto di mangiare la trippa per merenda: il costo veniva trattenuto sul ricavo delle vendite. «Si andava in un'osteria lì vicino, a pochi metri dal mercato, Da Aldo», ricorda Luigi Bologna. E mio padre, che era di bocca buona, ordinava dapprima un bel piatto fumante di trippa in brodo, dentro al quale metteva una ciòpa de pan (un intero panino). Poi chiedeva la trippa alla parmigiana, accompagnata da altre due ciòpe, e da un mezzo litro di rosso».

Il momento culminante della stagione era la vigilia di Natale. Per l’occasione da Dosson partivano sempre almeno due carri con sette-otto corbe ciascuno. Tanto che fra i radicchi provenienti da Dosson e quelli di altri paesi era normale che a Rialto alla vigilia di Natale ci fossero venticinque o più corbe di radicchio. «Solo nel mio banco», ricorda Iseo Moschino, «sono arrivato a vendere anche 40 quintali di radicchio; e oltre a me, in quel giorno vendevano molto anche i colleghi Nadin e Zennaro».

Fra commissionari del mercato di Rialto e contadini di Dosson si era instaurato con il tempo un rapporto d’amicizia, che veniva rinsaldato, all’inizio e alla fine di ogni stagione, da una riunione conviviale. Una consuetudine questa che richiama alla mente analoghi banchetti che ogni anno tenevano i membri delle antiche corporazioni. «Si può dire che eravamo come una famiglia», racconta Moschino: «c’incontravamo, venditori e produttori, una volta in trattoria qui a Venezia e un’altra volta in casa di qualcuno di loro, a Dosson. Anche le spese erano sostenute una volta per ciascuno».

Inoltre era consuetudine che, alla vigilia di Natale, Iseo regalasse una bisàta ai dossonesi. «L’anguilla era il piatto della sera», ricorda Gina Casagrande. «La mangiavamo in umido, con un soffritto di cipolla, un po’ di conserva di pomodoro e tanta polenta. Un mangiare da signori, e consumato con appetito dato che, essendo ‘vigilia’, a mezzogiorno si era fatto digiuno».

Erano gli anni ’70 quando tutto questo finì. Da qualche tempo con i cavalli era diventato pressoché impossibile muoversi lungo il Terraglio. Si era provveduto allora a far trasportare le corbe con il camioncino di Demetrio Feltrin, il latariòl (quello cioè che passava al mattino per le famiglie a raccogliere il latte). Ma il costo di questo trasporto incideva troppo, e per di più anche i barcari avevano aumentato le tariffe. Inoltre il radicchio era sempre meno richiesto dai veneziani, perché la città aveva perso ormai metà dei suoi abitanti. «Invece fino agli anni ’60, Venezia era una città ancora viva», ricorda Iseo Moschino. «C’era tanta gente. Alla vigilia di Natale c’erano delle fruttivendole che si accaparravano anche due quintali di radicchio. Adesso al massimo ne prendono dieci-venti chili».

«Abbandonare Venezia è stata una scelta forzata. Per noi non era più conveniente andare fino a Rialto, oltre tutto i commercianti avevano iniziato a venirsi a prendere i radicchi casa per casa», dice Luigi Bologna, che attualmente conferisce il suo prodotto ad Attilio Tosatto di Scorzè. «Inutilmente Iseo Moschino venne a casa nostra a chiederci di continuare a portarli a Rialto; a cercare un accordo soddisfacente per entrambi. La via per Venezia si era ormai interrotta».

Conclude Luigi Bologna: «Sono tornato poco tempo fa al mercato di Rialto, dove andavo da ragazzo con mio padre. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Era tutto cambiato, tutto fermo. Non c’era più traffico. Non c’era più gente che comprava. L’osteria dove ci fermavamo a mangiare la trippa era chiusa. Me ne sono venuto via con un groppo alla gola».

 

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© 1992, dal libro Raici, Storia, realtà e prospettive del Radicchio Rosso di Treviso

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Ultimo aggiornamento 12/01/09