L'uso dell'acqua potabile

nella forzatura del radicchio rosso di Treviso  

 

di Camillo Pavan

 

Da circa un trentennio è diffusa la pratica della forzatura del radicchio con l’acqua corrente prelevata dalle falde profonde per mezzo di fontane a getto continuo.

Questo procedimento, che ha indubbi vantaggi di praticità, ha avuto uno sviluppo rapidissimo: nel giro di pochi anni tutti i produttori di una qualche importanza lo hanno fatto proprio

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Tunnel per la forzatura del radicchio rosso tardivo di Treviso con acqua corrente di falda, che sgorga dalle fontane a getto continuo a una temperatura costante di circa 13-15°C. (cliccare per ingrandire)

Contemporaneamente agli agricoltori, anche molti altri abitanti dei paesi della media pianura veneta, in prevalenza non serviti da acquedotto pubblico, hanno iniziato ad utilizzare questo sistema sia per l'approvigionamento idrico sia per l'abbellimento del giardino.

Ognuna di queste fontane ad erogazione libera che preleva l'acqua ad una profondità variabile fra i 90 e gli oltre 200 metri sotto il piano campagna viene di solito lasciata funzionare ininterrottamente. Notte e giorno, 365 giorni all’anno. Per una portata media di 100 litri al minuto, 6.000 litri all’ora, 1.440 ettolitri al giorno 1. Di purissima acqua potabile. Che va a finire nei fossi.

Non c’è persona di buon senso che non trovi la cosa scandalosa.

Basta guardarsi attorno un attimo per rendersi conto dei problemi di carenza idrica che attanagliano larghe aree del pianeta, oppure osservare la corsa di grossi gruppi economici all’acquisto delle fonti di acqua minerale (evidentemente considerate un settore strategico), per capire che importanza abbia oggi, per il nostro sempre più affollato pianeta, la risorsa acqua.

E senza andare troppo lontano — per restare nel Veneto — basta guardare in che stato si trova il rifornimento idrico nella nostra fascia pedemontana, oppure nel Polesine, per comprendere come questi pozzi a getto continuo abbiano bisogno di essere urgentemente regolamentati. L’acqua è un bene troppo prezioso per lasciare che venga utilizzata e sprecata senza alcun controllo.

Si dirà: «Ma a noi serve per il lavoro».                      

Appunto. Se entra a far parte di un processo produttivo che procura del reddito, come nel caso del radicchio di Treviso, è evidente che l’acqua deve entrare nella voce «spese» 2.

Allo stesso modo chi la usa solamente per il consumo familiare, deve capire che l’acqua non può essere utilizzata gratis.

A maggior ragione chi utilizza l'acqua potabile per abbellire il proprio giardino — è in corso una specie di gara a chi ci mette la fontana più bella e con il getto d'acqua più potente deve essere costretto a pagarla come il bene di lusso che, di fatto, essa è in altre realtà geografiche. E, oltre a una certa quantità, deve esserne in ogni caso proibito il prelievo.

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Una delle centomila e più fontane a getto continuo che "abbelliscono" i giardini delle villette nella fascia delle falde in pressione della pianura veneta.  (cliccare l'immagine per ingrandirla)

L’attuale legislazione in materia — come spesso accade — dice e non dice. L’art. 93 del R.D. 11-12-1933 n. 1775 afferma che «il proprietario di un fondo... ha facoltà, per gli usi domestici, di estrarre ed utilizzare liberamente, anche con mezzi meccanici, le acque sotterranee del suo fondo... Sono compresi negli usi domestici l’innaffiamento di giardini ed orti, inservienti direttamente al proprietario ed alla sua famiglia e l’abbeveraggio del bestiame». Uso strettamente domestico, quindi.

Tutti gli altri usi rientrano infatti nell’art. 95 dello stesso RD, che obbliga chi vuole scavare un pozzo a «chiederne l’autorizzazione all’ufficio del Genio Civile, corredando la domanda del piano di massima dell’estrazione e dell’utilizzazione che si propone di eseguire». Cosa che, ovviamente, nessuno fa.

L’art. 106 dello stesso Regio Decreto, concede la possibilità al Genio Civile di « ...disporre che sia regolata la erogazione dei pozzi salienti a getto continuo».

A quanto ci risulta, questa norma non è stata di fatto — mai messa in pratica. Il Genio Civile di Treviso, ad esempio, solo il 27 gennaio 1989, dopo mesi di persistente siccità, ordinò che in tutto il territorio della provincia i pozzi salienti a getto continuo fossero regolati «con idonee saracinesche, in modo da eliminare qualsiasi erogazione a bocca libera priva di immediata utilizzazione».

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Inutile dire che questa ordinanza rimase lettera morta perché nessuno si preoccupò di renderla operativa.

Veniamo ora alla legislazione più recente. Parte molto bene la legge Merli (L. 10 maggio 1976, n. 319) che, all’art. 7 recita, senza mezzi termini che: «Entro due anni... Tutti i soggetti che, al di fuori dei pubblici servizi, provvedono autonomamente all’approvigionamento idrico devono provvedere all’installazione ed al buon funzionamento di idonei strumenti per la misura della portata delle acque prelevate e farne denuncia ai competenti uffici delle province, dei consorzi e dei comuni con periodicità non superiore all’anno».

Ma le organizzazioni del mondo agricolo riuscirono, con il successivo D.L. 30 dicembre 1981, n. 801, a far aggiungere alla precedente formulazione dell’art. 7 le seguenti righe: «I soggetti contemplati dall’art. 93 del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, e le imprese familiari coltivatrici, che utilizzano l’acqua per uso agricolo, sono tenuti esclusivamente alla denuncia ai competenti uffici delle province, dei consorzi e dei comuni».

Ci sarebbe inoltre la Legge regionale (del Veneto) 16 aprile 1985, n. 33 (Norme per la tutela dell’ambiente), che all’art. 6 assegna, fra le Competenze del Comune, l’esercizio del ‘controllo successivo’ «sull’installazione e funzionamento dei sistemi di misura dell’acqua prelevata dai titolari di approvigionamenti idrici autonomi». Però non precisa a chi spetti il ‘controllo preventivo’ di questi sistemi di misura.

Al di là delle sottigliezze giuridiche, resta il fatto che ad essere assente è la volontà politica, sia a livello nazionale (al fine di arrivare ad una integrazione dell’art. 93 del RD del ’33), sia a livello locale. Perché è indubbio che, se realmente si volesse, una soluzione al problema potrebbe essere trovata da comuni e Genio Civile.

Qui non si tratta di voler criminalizzare una categoria produttiva, gli agricoltori, alla quale fra l’altro chi scrive è particolarmente legato. Si  tratta semplicemente di guardare le cose un po’ oltre il proprio naso, e pensare alle generazioni future, alle quali nessuno di noi vuol certo lasciare in eredità oltre all’aria che diventa ogni giorno più irrespirabile e a un terreno sempre più avvelenato anche un’acqua che, oltre ad essere giorno dopo giorno più inquinata, rischia di diventare anche sempre più scarsa.

 

*

 

Qualcuno dirà: «Ma l’acqua usata poi ritorna in circolo».

Cerchiamo allora di verificare se tale affermazione, teoricamente corretta, è valida anche nel nostro caso e analizziamo, con l’aiuto della Fig. 1, la struttura idrogeologica della media pianura veneta 3

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Fig. 1 - Ubicazione della fascia delle falde acquifere in pressione. (cliccare per ingrandire)

«I caratteri idrogeologici della pianura alluvionale veneta, che si estende dai monti Lessini ad ovest fino a poco oltre il Piave ad est, ... sono soprattutto determinati dalla presenza e dai rapporti reciproci di grandi conoidi alluvionali ghiaiose deposte dai corsi d’acqua che attraversano la pianura provenendo dalle prealpi venete: il Leogra, l’Astico, il Brenta ed il Piave.

Lungo la fascia pedemontana, per una larghezza di 5-20 km, la sovrapposizione diretta delle conoidi determina un sottosuolo interamente ghiaioso per tutto lo spessore del materasso alluvionale (alcune centinaia di metri).

Verso valle le conoidi ghiaiose, non più direttamente sovrapposte, si trovano innestate entro materiali fini limosi-argillosi; ne risulta un sottosuolo a struttura differenziata costituito dall’alternanza di livelli ghiaiosi alluvionali e livelli limoso-agillosi di origine prevalentemente marina o lacustre. E’ questa struttura caratteristica della fascia mediana della Pianura Veneta, che occupa una larghezza di 8-10 km. Man mano che ci si sposta verso sud i letti ghiaiosi si assottigliano fino ad esaurirsi entro materiali fini».

In pratica, come si può capire dalla successiva Fig. 2, «Si passa... da un sistema acquifero indifferenziato di tipo freatico a monte, ad un sistema multifalde a valle, in stretta connessione l’uno con l’altro».  

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Fig. 2 - Schema idrogeologico dell'alta e media pianura veneta. (cliccare per ingrandire)

La fascia delle falde in pressione attraversa tutta la pianura veneta. Complessivamente è lunga un'ottantina di km e vi si contano «circa 100.000 pozzi».

Nella zona a sud di Treviso la fascia delle falde in pressione coincide con la tipica area della coltivazione del radicchio.

L'indagine di Antonio Dal Prà, Paolo Fabbri e Giamberto Bellenghi si è concentrata nel territorio di Candelù e Roncadelle dove sono situati 15 pozzi di prelievo dell’Acquedotto del Basso Piave. In questi due soli comuni del medio corso del Piave — posti rispettivamente a destra e a sinistra dell'asta fluviale — sono stati censiti, alla fine degli anni Ottanta, ben 917 pozzi artesiani a getto continuo, dai quali scorre nei fossati, inutilizzata, poco meno di 1 mc/s di acqua 4.

In territorio di Candelù il Consorzio per l’Acquedotto del Basso Piave, ha inoltre predisposto, fin dal 1952, un pozzo di osservazione alla profondità di 36 m, nella prima falda artesiana, che in quel punto si estende fra i 35 e i 60 m sotto il piano di campagna. Tramite questo pozzo si è tenuta sotto costante controllo la pressione della falda, rendendo così possibile una interessante ricostruzione storica delle variazioni di tale pressione, sulla base delle medie mensili ed annuali.

A partire da poco prima della Grande Guerra, e fino agli anni ’70, questa è la falda che fu maggiormente interessata alla costruzione di pozzi artesiani. «Nel 1918 se ne contavano 3 per una portata di un litro al secondo. Per i successivi 40 anni l’incremento del numero raggiungeva le 80 unità per una portata di 32 l/s. Un notevole aumento è venuto nei successivi 25 anni: nel 1978 si contavano 314 pozzi per una portata complessiva di 161 l/s. Dal 1978 al 1988 l’incremento si è sensibilmente appiattito, poiché la domanda è stata indirizzata su falde più profonde. Infatti nel 1988 si sono individuati complessivamente 338 pozzi con una portata di 186 l/s: pertanto negli ultimi dieci anni su questa falda sono stati perforati solo 24 pozzi ... ».

La stretta relazione fra l’aumento del numero dei pozzi a getto continuo e la progressiva e rapida depressurizzazione della falda è ben documentata dalla Fig. 3.  

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Fig. 3 - Oscillazioni piezometriche al pozzo-prova di Candelù nel periodo 1952-1988. 

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Una figura eloquente. Dimostra come, all'aumento del numero dei pozzi che sfruttano l'acqua nella stessa falda del pozzo di prova passati da 80 nel 1953 a 314 nel 1978 — corrisponda una drastica diminuzione della pressione della falda. Il valore della depressurizzazione è valutabile  in circa 2,5 m.

Il grafico dimostra anche, a chi vuol vedere, che se è vero che l’acqua utilizzata ritorna in circolo, è altrettanto vero che non necessariamente ritorna nelle falde da cui è stata prelevata. E che comunque, se il prelievo è maggiore della ricarica, alla lunga anche la più ricca delle falde tende ad esaurirsi.

Questa non è un’opinione, ma un fatto scientificamente dimostrato.

 

Per concludere, non resta che ribadire ancora una volta la necessità di urgenti e drastici provvedimenti atti a porre un freno a questo ormai insostenibile e scandaloso  spreco di acqua.

Provvedimento risolutivo sarebbe la costruzione di una capillare e razionale rete di acquedotti pubblici. Nell'attesa: applicare ad ogni fontana a getto continuo un contatore che permetta di far capire a chi la usa che l'acqua potabile non è res nullius, una cosa di nessuno, ma un bene di tutti.

 

 

 (27 gennaio 2002)

 

 

 

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Note

 

1 Ma sono cifre per difetto; in realtà la portata media di queste fontane è attorno ai 200 litri al minuto. E chiunque può osservare come siano — di norma — sempre aperte. Quasi che la possibilià di buttare nei fossi migliaia di metri cubi di acqua potabile rappresenti uno status simbol.

2 E i soldi che si ricavano siano investiti nella costruzione, razionalizzazione e corretta manutenzione delle reti idriche pubbliche, che attualmente o non ci sono o — quando ci sono — non di rado hanno delle perdite d’acqua che arrivano al 50%.

3 Le figure riprodotte e i testi tra virgolette sono tratti dalla ricerca di Antonio Dal Prà, Paolo Fabbri e Giamberto Bellenghi, Esempi di sfruttamento delle falde artesiane nella media pianura veneta in aree non servite da acquedotti pubblici, Modalità di utilizzazione, quantità dei prelievi, vantaggi ed effetti negativi, pubblicata nel luglio 1989 nel vol. XLI delle Memorie di Scienze Geologiche (Università di Padova).

4 Commentano i tre ricercatori: «Per apprezzare lo spreco in atto verificato in queste due aree ristrette, ma diffuso con pari intensità su tutta la fascia delle falde in pressione, è sufficiente considerare che la portata di scarico non utilizzata delle zone di Candelù e Roncadelle basterebbe ad alimentare una popolazione di 300-400 mila unità».

 

P.S.

 

Il corpo centrale di questo articolo è stato scritto nel 1992, e non è stato aggiornato. Era pronto per la pubblicazione nel libro Raici. Non lo pubblicai perché mi pareva un atto d'accusa eccessivo nei confronti dei «miei» contadini. Fu una forma di autocensura cui pongo rimedio ora, dopo dieci anni, visto che la situazione — di fatto — non è cambiata. Anzi, è peggiorata.

 

 

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© 1992 - 2002, Camillo Pavan

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Ultimo aggiornamento 12/01/09