Se i “Raici” sono le radici

In un libro di Camillo Pavan la storia del radicchio rosso trevigiano e dei contadini che l’hanno coltivato.

 

La tribuna di Treviso, Giovedì 26 novembre 1992

 

“Io e mio padre caricavamo una decina di grosse corbe, da un quintale – un quintale e venti, su un carretto con quattro ruote di legno cerchiate in ferro (…). Poi mio padre si metteva davanti tra le stanghe a tirare e io dietro a spingere (…). Ma ce l’avevamo fatta a giungere in tempo per l’ultimo treno, che il giorno successivo avrebbe portato i nostri radicchi a Milano”.

Storie legate alla terra, semplici, quotidiane.

Il tutto è conservato nei ricordi dei vecchi e nei racconti che, con parsimonia, riservano a chi sa conquistarsi la loro fiducia.

Dev’essere stato un lavoro di paziente tessitura, quello che Camillo Pavan ha messo nella sua storia del radicchio trevigiano. Tessitura e “raccolta”, in senso metaforico, di una memoria che informa, alla fine la struttura stessa della società trevigiana.

Il libro è stato presentato ieri, con un’introduzione di Danilo Gasparini della Fondazione Benetton, in uno scenario speciale: il Sile. I fratelli Stefanato hanno messo a disposizione il loro Silis, e la profonda conoscenza del fiume che si passano da qualche generazione. A Pavan, che ha già in passato scritto e pubblicato uno studio sul Sile, non potevano fare un regalo migliore.

Sul barcone solo la stampa e la cerchia di amici dell’autore. Lungo il tragitto da Porto di Fiera a Casier, la meraviglia del paesaggio fluviale velato di nebbia. La memoria di Treviso è fatta anche di questo corso d’acqua ancora abitato dalle anatre, un tempo navigato dai “barconi” per il trasporto delle merci. 

“Raici”, è questo il titolo del libro, nomina ogni tanto le vie d’acqua, fiume e mare, che i contadini attraversavano per raggiungere il mercato di Venezia: era lo stadio terminale di tutta una vita messa in quel raccolto.

“Radici”, ma anche radici come memoria e lacci che legano al passato, perché la coltivazione e la cura del radicchio presupponeva l’impegno sulla terra di tutta la famiglia. Non a caso Camillo Pavan ha voluto dedicare il suo libro al padre, morto “all’inizio di un campo di frumento”, mentre si preparava a “cavar radici”.

“Ho voluto raccogliere la storia del radicchio, che è anche un po’ la mia storia, dal punto di vista dei contadini”, ha detto Pavan. Quasi un secolo di vita contadina, infatti, è stato ricostruito attraverso la storia delle mostre annuali del radicchio. Intorno ai banchi dei mercati si intrecciavano allora, gli eventi della grande storia: le lotte agrarie organizzate dalle leghe bianche, la ribellione alle leggi imposte dal fascismo.

Il libro è costato a Pavan un anno di lavoro e qualcosa come dieci milioni di lire. La raccolta, improba, va dalla storia orale, alle tecniche di coltivazione, fino alla gastronomia. Non c’è stato alcun finanziamento esterno. “Raici” sarà in libreria e tutte le domeniche in Piazza dei Signori: dietro il banchetto troveremo Camillo Pavan.

 

Marzia Borghesi

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Ultimo aggiornamento 12/01/09