| Il ruolo del Comizio Agrario
e di Giuseppe Benzi
per lo sviluppo
del radicchio rosso di Treviso
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Abbiamo visto che Van den Borre non può essere
considerato il padre del radicchio rosso per il semplice fatto che è egli
stesso a non considerarsi tale. Ma allora, qual è l'origine di questo ortaggio? È evidente che si tratta di
una pianta endemica o comunque naturalizzata in loco ormai da secoli.
È noto altresì che le tecniche dell'imbianchimento e della forzatura erano
conosciute anche in Italia e non solo nel Belgio. Giorgio Palmieri, direttore
del mercato ortofrutticolo di Treviso, cita al riguardo l'opera di Ottaviano
Targioni Tozzetti Istituzioni botaniche (Firenze, 1813) nella
quale si dice esplicitamente: «Sanno i nostri ortolani imbiancare e far
divenire quasi dolce l'amaro radicchio, con sotterrarlo nelle cantine
per l'inverno» (1). Quando non si sa, ma per uno di quei processi
collettivi di miglioramento tecnico che sono tutt'altro che rari nella storia
dell'agricoltura e delle attività ad essa collegate (chi è stato, ad esempio,
l'inventore dell'aratro, oppure della ruota idraulica dei mulini?), ad un certo
punto ci si accorse che anche la selvatica cicoria dei campi trevigiani
opportunamente trattata poteva cambiare gusto e colore. Come poi si sia arrivati da questa conoscenza
diffusa e probabilmente ben poco apprezzata in loco, alla valorizzazione
commerciale, qui sta il nodo della questione. Perché è da questo momento che si
passa dalla preistoria alla storia del radicchio rosso. Non è un caso comunque che del radicchio rosso
inteso come prodotto di pregio dell'orticoltura trevigiana s'inizi a parlare
verso gli anni '70 dell'Ottocento. Da circa un ventennio Treviso era collegata alla
ferrovia e la verdura trevigiana, all'epoca unica cicoria fresca invernale
ricca di colore (in contrasto con la bianca witloof belga), grazie alla
comodità del nuovo mezzo ferroviario iniziava a farsi notare fuori dallo
stretto circondario di produzione e soprattutto nei mercati delle più grosse
città del nord Italia e del centro Europa. Nel frattempo si era giunti
all'annessione del Veneto all'Italia, e il nuovo stato rivolse da subito
particolare attenzione ai problemi dell'agricoltura. Da qui la nascita
dei “Comizi Agrari”. I quali, per la verità, essendo un'istituzione calata
dall'alto, ebbero in genere una vita piuttosto grama.
Ma non a Treviso, dove alla presidenza si venne a trovare Antonio
Caccianiga, possidente e scrittore attento ai problemi del mondo rurale.
«Chi sa coltivare la terra sa difenderla, chi migliora la terra migliora
l'uomo e la patria», scriveva nella presentazione del primo numero del
Bollettino del Comizio trevigiano
(2).
E a Caccianiga, che ben presto abbandonò l'incarico, si affiancarono alla
direzione del Comizio altri, anche se pochi, personaggi entusiasti ed
attivi, che iniziarono a diffondere in periodiche riunioni con i coltivatori,
i principi di una corretta agricoltura. Fra questi un ruolo particolare
ebbe Carlo Salsa, che diresse il Bollettino fra il 1869 e il 1876, permettendo con la sua opera al Comizio di Treviso di «essere
annoverato fra i vivi in mezzo ad un'ecatombe di fratelli morti» (3). Segretario-cassiere del Comizio
era Silvio De Faveri, altro uomo di spicco della vita culturale trevigiana,
direttore della Gazzetta di Treviso e autore di quel Le
nostre Industrie, che è stato considerato «una specie di manifesto
dell'industrialismo nostrano» (4). E a tutti questi uomini si aggiunse
Giuseppe Benzi. Agronomo, lombardo di origine, Benzi, giunto a Treviso
nel 1876 come insegnante al Riccati, per mezzo secolo sarà il deus ex
machina dell'agricoltura trevigiana. A lui, fra l'altro, si deve l'istituzione
[sotto la Loggia a Treviso] della Mostra del radicchio, che a partire
dal 20 dicembre 1900 rappresenta il momento culminante della stagione,
vetrina e passerella in cui far conoscere a consumatori e commercianti
la rossa e prelibata cicoria. -------------- Note 1 -
Palmieri, 1992, p. 7. Ad una tecnica di imbianchimento aveva accennato
anche, nel '600, il medico e letterato abruzzese Salvatore Massonio. Nel
suo Archidipno parla di un'indivia soggetta a trapianto, dopo
di che «restringendo, e legando il cesto [cespo] con un giunco, gli hortolani
li ricoprono al principio del Verno col terreno degli horti, per farli
diventare bianchi e teneri». Cit. in Rorato, 1991, p. 46. 2 - Numeri
1, 2, 3, 4 (Gennaio, febbraio, marzo, aprile) 1868, Treviso, Tipografia
Luigi Priuli. Per un giudizio complessivo sulla figura e l'opera di Antonio
Caccianiga, il suo “ruralismo paternalista laico”, la sua «scontata rettorica
della sana vita di campagna contrapposta a quella logorante della città
(…) costantemente e inopinatamente accoppiata a viscerali e reiterate
espressioni di disprezzo verso i contadini», cfr. Livio Vanzetto, 1988,
in partic. pp. 64-70. 3 - Bollettino
del Comizio Agrario di Treviso, Maggio 1876, in morte di Carlo Salsa.
4 - Brunetta,
1991, p. 95. -------------- © 1992 Camillo Pavan
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aggiornamento
12/01/09
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