Un fià de la me tera
 

Una poesia e il suo autore: Alberto Albanese Jr.

 

 

Alberto Albanese Jr. (Luglio 2008)

Nel dicembre del 1969, organizzato dal Club Cento Barbe (segretario-animatore, Giuseppe Raffele) si svolse a Treviso un concorso di poesia in dialetto dedicato al radicchio rosso, e riservato ai poeti delle Tre Venezie e dell'Istria. S'impose su una rosa di quarantaquattro concorrenti, — “esaminati” da una giuria composta fra gli altri dal romanziere Enzo Demattè e dal poeta e giornalista Gino Tomaselli — il trevigiano Alberto Albanese Jr., all'epoca poco più che trentenne.
«Fra l'altro», ricorda Albanese, «era anche la prima volta che componevo una poesia in versi liberi, e quando ci fu la premiazione nel salone della Cassa di Risparmio in piazza San Leonardo, ero talmente emozionato che non me la sentii di recitarla. La lesse al mio posto un altro poeta, Marcello Cocchetto».
Qui sotto pubblichiamo l'opera vincitrice, da allora riproposta molte volte, nelle più svariate sedi, e ormai giustamente considerata un classico della poesia in lingua veneta.

Un fià de la me tera

Lontan da la me tera,
tra tanta zente
che no' gera la me zente,
solo,
co' 'l cuor desfà,
me consolavo
vardando le vetrine
iluminae.

Aria de Nadal,
festa par tuti,
ma no' par mi
lontan da la me casa,
lontan da la me tera.

Caminavo fiaco
in mezo a quela zente
indafarada e contenta
quando che l'ocio
el s'ha fermà de boto:
in te 'na vetrineta,
ben in mostra,
ghe gera un bel çestel
de radici rosso fogo.

Me son fermà… li go vardai…
no' me pareva vero.
Radici trevisani?…
Se me ga verto 'l cuor,
l'emossion la gera granda…

Sonava le campane,
gera Nadal, festa par tuti
e festa anca par mi
che più no' me sentivo
perso pa' 'l mondo.
Me tegneva compagnia
me confortava 'l cuor,
me dava contentessa
aver nel me disnar
un bel piatel
de radici trevisani:
un fià de la me tera.
 

 

Era da tempo che volevo conoscere l'autore de Un fià de la me tera. Sedici anni, per la precisione. Da quando nell'estate del 1992 scrissi il libro Raici, in cui avevo brevemente ricostruito quanto letterati, artisti e poeti avevano dedicato al radicchio di Treviso.

Colgo in questa poesia di Alberto Albanese un che di familiare. Mi riconosco nella sua condizione di uomo solo, che passeggia in una città lontana, triste "tra tanta gente che non era la sua gente" e che all'improvviso scorge qualcosa che gli ricorda la sua terra: una piccola confezione di radicchio rosso.
Mentre scrivevo quella sezione del libro sul radicchio immaginavo che Albanese abitasse in qualche metropoli industriale del Nord italiano o del centro Europa, forse emigrante come all'epoca lo erano tanti nostri fratelli e parenti.
E mi piaceva pensare che i radici rosso fogo di quel piccolo çestel fossero usciti proprio dalla nostra stalla dove negli anni '60 trascorrevo ancora - non per obbligo, ma per intimo bisogno di sentirmi parte di una famiglia patriarcale ormai in estinzione - lunghe ore nelle sere d'inverno a curar raici. Ore che, all'avvicinarsi del Natale, si inoltravano sempre più nella notte perché quella era la stagione del radicchio e bisognava intensificare il lavoro, e perché in agguato c'era sempre il ghiaccio che minacciava di chiudere il campo nella sua morsa.
I soldi che si guadagnavano erano sempre scarsi, e poche erano le volte che mio padre o mio fratello più grande tornavano soddisfatti dalla piassa, il mercato.

Eppure, mi dicevo, tutti li richiedono, questi radicchi, e chissà che giri faranno …

 

In un mezzogiorno di fine luglio 2008 ho finalmente incontrato Alberto Albanese. Un uomo di esile struttura, dall'eloquio pacato e dai modi che rispecchiano un'innata gentilezza.

Seduti su una panchina nell'area verde del quartiere popolare in cui abita (San Paolo, Treviso) i minuti scorrono veloci e piacevoli, con il poeta che di tanto in tanto, mentre mi parla della sua vita, controlla l'orologio perché teme di non riuscire a comprare il pane prima della chiusura del fornaio.

Racconta dell'emigrazione.

Al tempo dell'episodio rievocato in Un fià de la me tera, Albanese era in effetti emigrante da sei anni, a Neuchâtel, in Svizzera. Aveva iniziato nel 1956 come muratore.

«Però non avevo il fisico per quel mestiere. Ho resistito un paio di mesi e poi sono tornato a casa. Ho dovuto aspettare a Treviso che trascorressero i tre mesi necessari per rifare le carte e poi sono ritornato a Neuchâtel, appoggiandomi sempre all'abitazione di mia sorella Luigia, che già da tempo abitava in Svizzera col marito; entrambi operai. Questa volta trovai lavoro come fattorino, attività che conservai per tutti i sei anni di emigrazione. In pratica facevo consegne a domicilio – dapprima in bicicletta e poi in motorino – per la ditta Bell, una grossa macelleria-salumeria con sette succursali sparse per la città».

Un pomeriggio di dicembre del 1962, passeggiando per la città, Alberto scorse del radicchio trevigiano esposto in un negozietto di frutta e verdura. La cosa da una parte gli toccò le corde profonde dell'orgoglio: “Guarda un po' dove mi capita di vedere il nostro radicchio…”, dall'altra lo indispettì, perché il fiore di Treviso era indicato come “Salade de Venise”.

«Mi son fatto coraggio», racconta. «Sono entrato nel negozio e indicando il radicchio al proprietario gli ho detto: “Guardi che quanto è scritto nel cartello non è giusto, perché quello è Radicchio di Treviso, non Salade de Venise”. E siccome un po' anche ci conoscevamo, il negoziante mi ha ascoltato. Difatti, il giorno dopo ha esposto il cartello con scritto sempre Salade de Venise ma con aggiunto in bella evidenza Radicchio di Treviso».

Ma ormai la vita dell'emigrante era sempre più difficile da sopportare, «anche se non posso certo dir male della ditta che mi ha dato lavoro. Solo che era un anno iniziato per il verso sbagliato. Mi ero lasciato con la morosa e, non bastasse, aveva anche iniziato a nevicare già da ottobre. Insomma, non vedevo l'ora di tornare a casa».

Poco dopo l'episodio del radicchio, Albanese ritornò a Treviso, dove lavorò per trent'anni nel settore della ceramica: cinque anni nel reparto decorazione da Tognana e venticinque come magazziniere da Pagnossin.

«Cioè assunto con funzioni da impiegato?», gli chiedo.

«No, no, come operaio», puntualizza, a conferma di una modestia che non fa sconti.

Ora è pensionato ed ha più tempo da dedicare a quella poesia che è parte connaturata della sua esistenza, e di cui parla con naturalezza, senza enfasi.

Orgoglioso di essere tornato a far parte della redazione de El Sil (1) e soprattutto fiero della sua creatura: il Premio letterario San Paolo, fondato nel 1977 «per portare un po' di cultura anche in questo quartiere».

Adesso, per la verità, ha un po' ridotto il suo impegno per il Premio. Non per dissapori, ma perché «l'hanno preso in mano i giovani, ed è giusto che vadano avanti loro».

Camillo Pavan

(Agosto 2008)

 

Nota bio-bibliografica

 

Alberto Albanese Jr. è nato il 12 agosto 1936 a Treviso nel quartiere di San Nicolò (2) quinto dei nove figli di Alberto Albanese Sr., (1903-1972) pure lui noto poeta. È quindi figlio d'arte, e come lui si sono cimentati con la poesia quasi tutti i fratelli e le sorelle: Carlo, (poeta, ma anche autore di un romanzo e di una storia dei birilli), Lidia (morta a 16 anni), Bertilla, Mario.

Alberto ha iniziato a pubblicare le sue prime poesie in giovane età su Il Vittorioso, in italiano, continuando poi, durante l'emigrazione, sul Corriere degli Italiani, il giornale degli italiani in Svizzera. Ha partecipato fin dalla fondazione (1971) all'attività poetica del periodico El Sil e ha edito, sia pure in poche copie autoprodotte, due opere: Un altro dì de la me vita, 1997, in dialetto e Poesie [1999], in italiano.

Sposato con Elide, ha due figli, Fabio (1969) e Laura (1972).

 

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Note

 

1«Periodico del circolo “Amissi de la poesia”, Treviso, fondà nel 1971 da A. Albanese Sr. e da A. Cason», come recita la testata.

2 – Quartiere popolare e sottoproletario di Treviso, visto da sempre come un problema per i benpensanti della città. Subì pesanti distruzioni a causa dei bombardamenti dell'ultima guerra e venne definitivamente “bonificato” a metà degli anni '50. I suoi abitanti furono trasferiti in periferia, alla Fiera o in Borgo Mestre; alcuni in aperta campagna, a Borgo Capriolo - Santa Bona. (Cfr. Bepi Stocco, Gente delle calli, Cierre, 2000, p. 247).

© 1969 Alberto Albanese Jr. (per la poesia)

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Ultimo aggiornamento 12/01/09