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Due pagine da "I prigionieri italiani dopo Caporetto" |
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Pag. 46 |
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Dopo la sosta
per la notte a Udine, nella città devastata dai saccheggi, il giorno
successivo riprende il cammino. «Alle ore 10 venne
l’ordine di partire. — A piedi per Cividale, poi si proseguirà
per Caporetto, Tolmino, S. Lucia. — Tutti fummo presi da uno
sconforto tale che il sentimento di ribellione ci sconvolse. Ma ribellione
contro chi? Automi eravamo diventati, nient’altro che automi (…) . Partimmo con poche
sentinelle, imbucando l’ampia strada per Cividale (…) . Nei dintorni
della città incontrammo due morti: soldati nostri di fanteria (…) . Più
avanti, lungo il fosso laterale della strada altri due soldati nostri
sdraiati, immobili. Sembravano morti ed erano invece ubriachi fradici. Non
davano segni di vita. Due sentinelle tedesche si avvicinarono per farli
alzare; non si mossero nemmeno alle spinte ed allora
cominciarono a percuoterli con il calcio del fucile» 7. 14 novembre 1917,
Longarone. Il racconto del capitano medico Michele Daniele. «E’ l’alba di un altro
giorno triste. Visito la città. Sembra sia stata messa a ferro ed a
fuoco. Case con porte
sconquassate, finestre con vetri a pezzi, magazzini e botteghe
saccheggiati (…) prigionieri italiani in cerca di alimenti; soldati
austriaci avvinazzati, intenti a trascinare mucche e maiali sgozzati
(…). I nostri, a frotte, vagano
per ogni dove in cerca di cibi; girano, rigirano, entrano in ogni luogo,
in ogni vano (…) . Gironzano per gli orti in cerca di radici, di
erbaggi, di frutta cadute, di patate non ancora disotterrate, e scavano,
scavano fino a che riescono a procurarsi qualche alimento! Si fermano nei
cantoni, nei cortili, nei giardini, bivaccano in capannelli; accendono
fuochi e improvvisano cucine (…) . Molti sono taciturni e tristi, ma
altri se la prendono in santa pace e ridono con gli austriaci, i quali
menano presso a poco la stessa vita, con la differenza che essi di viveri
ne hanno, perché li hanno requisiti con la forza, e sono quindi meno
parchi, specie nell’impastare farine e friggere frittelle in una nuova
sorta di padelle: catini smaltati! E’ un quadro speciale,
bizzarro, fantastico, mai supposto, mai immaginato, mai visto! (…) » 8. 7
Tacconi,
pp. 64-76. 8
Daniele,
pp. 30-31
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Pag. 108 |
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“Fame continua … fame, orrenda fame” Fra
i molti aspetti della vita all'interno dei campi
di concentramento ci limitiamo ad approfondire quello della fame,
sempre con l’aiuto delle memorie e dei diari di chi visse in prima
persona l’esperienza. «I
medici raccontano che dopo Caporetto gli italiani morivano come le mosche,
per denutrizione. Dalle autopsie praticate trovarono che tutto il grasso
era scomparso dalle fibre muscolari e dal corpo. Il cuore era rattrappito
come un pezzo di cuoio (…)»
10.
La
fame, che era stata una compagna immancabile già nel viaggio verso la
prigionia sia per i soldati sia per gli ufficiali, nel lager diventa la
causa primaria di morte, diretta o indiretta. Ma questa volta solo, o
quasi, per i soldati. Le cause di morte dei circa 550 ufficiali periti in
prigionia furono in genere le conseguenze delle ferite riportate prima
della cattura o complicazioni polmonari. Riguardo ai soldati la CIV, ad onor del vero, parla
di oltre il 50% di deceduti in prigionia a causa della tubercolosi 11.
Ma se si pensa che i prigionieri erano tutti uomini giovani, è difficile
non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi
e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell'Europa centro
settentrionale affrontato senza la più elementare protezione. La parola
“fame” «non doveva essere pronunciata nel Campo; si diceva che le
morti avvenivano per esaurimento, ma guai a chi avesse detto che
avvenivano per fame» 12.
E anche nella registrazione delle cause di morte, come vedremo a Milowitz,
il vocabolo veniva pudicamente escluso: si preferiva usare il termine ödem,
edema. Oppure i responsabili dei campi parlavano di un'altra
malattia che «hanno voluto
astutamente nascondere in un termine nuovo “Gefangenenpsychosis”
che potrebbe essere tradotto in italiano con la parola “Prigionite”, o meglio ancora — per esprimersi chiaramente —
“Malattia della fame”» 13.
10
Procacci, p. 217. 11
CIV, (Commissione d'Inchiesta sulle Violazioni del diritto delle
genti) p. 26. 12
Preliminari, p. 133. 13
Masucci (…), p. 27.
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Ultimo aggiornamento 01/01/09 |