Alcune pagine

La partenza per il Belgio

C’era un bando in Comune, che offriva lavoro come minatore in Belgio 1. Attilio si è iscritto e l’hanno chiamato. Mi ricordo che quel giorno non aveva neppure preparato la valigia. Aveva preso due tre capi di biancheria e li aveva messi dentro a un fazzoletto nero della sua povera mamma, annodato alla buona.
Poi mi ha detto: “Provo ad andare, tanto io sono in più, ma se manca il numero…”. Si è presentato a Rovigo e appena l’hanno visto l’hanno preso. Saranno stati in duecento che aspettavano, ma lui l’hanno chiamato subito.
È venuto uno del bar Marzola di Donada, che aveva il telefono pubblico, ad avvertirmi. “Signora — ha detto — c’è suo marito che la chiama, venga”. Sono partita di corsa: saranno stati cinquecento metri di strada, da casa al bar, e ricordo che avevo le ciabatte ai piedi. Ero disperata e mi dicevo: “Chissà che non lo chiamino, qualcosa salterà fuori anche qui, oppure andremo ad abitare verso Treviso, che là c’è modo di trovare lavoro”. Invece arrivo al telefono e lui mi dice: “Guarda che parto”. Mamma mia, mi sono sentita morire.
È partito così, col suo fagottino, e io sono tornata a casa dai miei bambini, a piangere. Il bambino più grande non aveva neanche due anni e mezzo; la bambina aveva sei mesi. Mio suocero e mio cognato erano via con la barca, fermi a Chioggia. Era la primavera del 1951.
Da Rovigo sono andati a Milano, dove c’è stato lo smistamento. Ricordo che mi ha telefonato da Namur, e poi è arrivato a Charleroi. Ma Charleroi è la città; lui l’hanno portato a Goutroux, nelle miniere di Goutroux, che è un paese a cinque sei chilometri dalla città dove c’erano anche le casette delle miniere. Ma agli italiani appena arrivati davano le baracche: le chiamavano “cantine”, e là mangiavano e dormivano. (…)

A Charleroi

Due anni sono rimasta in Belgio. All’inizio ho dovuto ambientarmi, non capivo niente, perché non parlavano neanche il francese, parlavano un dialetto, il patuà. Ma Attilio mi incoraggiava: “Vedrai che impari, se stai attenta”.
Andavo a bottega e sai cosa facevano quelli della bottega? Mi facevano segno di prendere quello che volevo…
Pian pianino ho imparato i nomi, ho imparato a muovermi per le strade, a prendere il mio tram per andare in centro a Charleroi, per andare in comune o al consolato, dove parlavano anche l’italiano.
“I mangiari” erano tanto diversi dai nostri! Mangiavano roba grassa, tanto maiale, tanto burro; anche minestroni e verdura, ma tanto maiale. E poi non ci si fidava a bere acqua, si beveva birra. Sa che mi ero ingrassata di venti chili? Ero arrivata a pesare novanta chili, mi facevo paura. Appena mi sono un po’ ambientata, con Attilio abbiamo deciso di ospitare in casa nostra altri minatori che erano scapoli. C’erano sei sette uomini foresti che venivano da noi. Avevamo una casa abbastanza grande, abbiamo recuperato dello spazio per metterli a dormire e io gli facevo da mangiare: una specie di pensione. Almeno potevano vivere da cristiani, e non nelle baracche! Ce n’erano da Pesaro, ce n’erano dalla Toscana… io cercavo di capirli, perché ognuno aveva le sue abitudini. Li tenevo anche puliti, gli lavavo la biancheria. Avevamo comprato una lavatrice e affittato una baracca che ci serviva da magazzino e da lavanderia. Insomma ci eravamo organizzati e in questa maniera riuscivamo a pagarci l’affitto e a risparmiare. Perché Attilio aveva sempre quello in mente: star presto a risparmiare i soldi, venir via, comprarsi la barca e vivere all’aria aperta.
A Goutroux anche d’inverno non era mai quel gran freddo. Al massimo erano sei – sette gradi sopra zero. Dappertutto c’ erano queste montagne di rifiuti di carbone. La gente era tutta pallida. Ti accorgevi subito quando arrivavano quelli nuovi dall’Italia, perché avevano il viso col suo bel colore. Ma stavano poco a perderlo, e dopo non ne vedevi uno che non fosse pallido.
Una volta sono andata giù anch’io in galleria a vedere dove lavoravano, e dentro di me pensavo “ma qua se una persona è debole scappa subito” 2. E Attilio si faceva otto ore, là sotto, tutti i giorni. Tante volte mi diceva, questa non è vita per persone normali. È roba da galera, andrebbe bene per metterci a lavorare i condannati a vita.
Una sola cosa le dico: che il giorno di Santa Barbara c’era la festa 3, là fuori nel cortile della miniera, e vi ho portato i miei figli. Quando sono venuti su questi minatori, tutti neri, io ho visto il sorriso di mio marito e l’ho riconosciuto, ma mia figlia non ha neanche voluto andare vicino a suo papà, e neanche Adriano, che era più grandicello. Si sono aggrappati alle mie gonne e non volevano staccarsi per andargli incontro. Lui ci è rimasto male.
Adriano. «Ricordo quella volta. Non riuscivo a capire quale fosse mio papà, perché erano tutti scuri, neri dal carbone e gli vedevi solo i denti, se aprivano la bocca, e gli occhi. E basta. Ma è stato giusto che mi abbia portato a vedere che tipo di vita faceva, almeno uno si rende conto, anche se è bambino… ».
Però Attilio appena poteva, quando aveva un giorno libero ci portava in gita. Siamo stati a Bruxelles, siamo stati ad Anversa. Siamo stati al giardino zoologico, perché c’erano anche posti belli e lui voleva che vedessimo, voleva che i figli conoscessero.
Lui stesso voleva progredire. Quando hanno aperto la scuola per minatori, per diventare capi, si è iscritto. La frequentava due giorni alla settimana e dopo ci sono stati gli esami e li ha superati. Da allora lavorava sempre con gli ingegneri, conosceva le “taglie”, lavorava con le mappe e tutto, gli avevano dato l’istruzione, mi capisce? Era una soddisfazione, ma anche guadagnava di più, così avrebbe potuto scappare prima, tornare a casa.
Adriano nel frattempo, dopo aver frequentato la prima elementare (in lingua francese) ed essere stato bocciato, l’abbiamo mandato a casa dai miei a Silea, accompagnato da un minatore che abitava dalle parti di Pordenone e vi tornava per ferie. Mio marito aveva capito che se il figlio restava là non avrebbe avuto scampo, da grande il suo destino sarebbe stato la miniera 4.
Adriano è tornato a casa nel 1955 e io sono rimasta là un altro anno. Nel 1956 Attilio era in ferie proprio nei giorni in cui è successa la disgrazia di Marcinelle 5, e sono morti tanti dei suoi amici e minatori che anch’io conoscevo.
Ritornato dalle ferie mi ha detto: “Finora mi è andata bene, ma questa non è vita. Qua bisogna andar via. Adesso tu vai a casa e io provvederò a mettere a posto la gente che abbiamo qua a pensione e anche a vendere quello che c’è da vendere”. Insomma, mi son presa la bambina e un pochi di stracci e sono venuta a casa, a Silea.
Adriano. «Ma hai anche spedito a casa dei mobili, della roba… ».
Sì, è vero. Ho mandato in Italia la lavatrice, che nessuno ancora ce l’aveva. Era in due pezzi, uno che lavava e un altro che asciugava. Poi anche una cucina economica, bella, smaltata e un salotto in pelle, bello, proprio. Insomma, la roba più bella l’abbiamo spedita a casa.
Mentre ero a Silea e aspettavo che Attilio finisse il suo contratto in Belgio, capita che si ammala la perpetua del parroco. Allora mia mamma, che è sempre stata di chiesa, mi fa: “Maria, questa è una bella occasione. Potresti andar tu dal monsignore. I bambini li guardiamo noi, e chissà che lui trovi il posto al tuo uomo, quando viene a casa”.
Io ci sono andata, in canonica, a fare i mestieri al parroco, a fargli da mangiare; e il monsignore aveva anche trovato un posto fisso per mio marito alla Chiari & Forti.
Ma quando Attilio è tornato ha detto: “Io, sóto parón? Mai e poi mai. Io mi compro la barca!”. E pensare che mi ero sacrificata quaranta giorni a fare la perpetua al prete… ma, niente, caro! (…)
 

 

Note

1      Il reclutamento avveniva sulla base dell’accordo Italia Belgio del 23 giugno 1946. Accordo uomo-carbone, come fu eloquentemente chiamato, in quanto prevedeva che per ogni minatore italiano il Belgio fornisse all’Italia, al prezzo di mercato, due quintali di carbone al giorno. Nei fatti l’Italia si avvalse poco di questa possibilità poiché costava meno importare carbone americano o polacco; l’accordo rappresentò comunque una valvola di sfogo per l’enorme massa di disoccupati presente in un paese stremato dalla guerra. L’emigrazione — da qualcuno chiamata senza mezzi termini “deportazione economica”, viste le condizioni in cui vennero a trovarsi i minatori, alloggiati inizialmente negli ex campi di concentramento abbandonati dai tedeschi (si veda il dibattito sulla stampa belga in occasione del 40° anniversario di Marcinelle, riportato da Daniele Rossini in << http://www.grtv.it/www/1996/27sett96/173.html >>) — portò al trasferimento in Belgio di decine di migliaia di italiani. Di essi oltre 800 furono vittime di incidenti mortali sul lavoro. (Cfr. << http://www.cgil.cremona.it/archiviostorico/Miniere/Miniere-indice.htm  >> e la rivista online Veneti nel Mondo - anno VII - n. 6 - luglio/agosto 2003).

2      «Infatti — ricorda Adriano Gnan — mio zio Guido ha provato a stare un mese in miniera, perché mio papà l’aveva chiamato su. Ma poi ha detto: “Io no che non voglio perdere la vita su un pozzo a mille e cento metri di profondità”, e assieme ad altri barcaioli del Polesine è andato in Germania, in navigazione sul Reno. Vi è rimasto fino a quando mio papà è tornato a casa. Si trovava bene, anche perché in Germania i marinai da fiume italiani erano molto richiesti, perché sapevano che erano validi…».

3     La festa di Santa Barbara, patrona dei minatori, ricorre il 4 dicembre.

4     Secondo la storica Anne Morelli, docente dell’Università libera di Bruxelles, le condizioni economiche e sociali degli immigrati italiani sono rimaste inferiori rispetto a quelle di altrie nazioni e “un’indagine ha dimostrato che l’andamento scolastico dei discendenti di italiani è più scarso rispetto ai figli di immigrati turchi”. <<www.scanner.it/flash/473.php>> (4 luglio 2005).

5   L’8 agosto 1956, a dieci anni dagli accordi “uomo-carbone”, 262 minatori rimasero intrappolati nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle. Di questi, 136 erano italiani. Uno scoppio, e immediatamente le fiamme invasero i cunicoli. L’11 agosto i soccorritori riuscirono ad estrarre i primi due corpi a quota -835. Ma solo dopo undici giorni di duro lavoro i corpi degli altri 260 minatori vennero restituiti alle famiglie.
La miniera di Bois du Cazier, il cui sfruttamento era iniziato nel 1822, aveva già registrato nel 1930 un altro grave incidente (16 morti per un’esplosione di grisou). L’estrazione del carbone riprese, a ritmo ridotto, nel 1957 per essere definitivamente sospesa nel 1967. Cfr. <<http://members.xoom.virgilio.it/irrefare/L2/percorso_storico_sociale/sicurezza_lavoro.doc >> e <<http://www.mineshainaut.belgique.com/Societes_Charleroi.htm >>.

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© 2006 Camillo Pavan– Dal libro Navigare sul Po.

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Ultimo aggiornamento 12/01/09