Polesine, l’alluvione del '51

«Alle 20 di questa sera [mercoledì 14 novembre 1951], per tre grandi falle negli argini maestri del Po, prodottesi nella zona di Occhiobello, valanghe di acqua si riversarono nell’Alto Polesine, progressivamente allagando tutta la zona che, tra il Po, la fossa di Polesella e il Canal Bianco, si estende per 40 mila ettari, migliaia e migliaia dei quali già col grano seminato, verdissimo e promettente».
Inizia così la cronaca della rotta del Po pubblicata dal Gazzettino, a firma di Luciano Bergamo. L’accenno al grano appena germogliato non è un vezzo letterario, ma sta a sottolineare come immediata sia stata la rovina della principale e quasi unica ricchezza di quella che all’epoca era una fra le più povere province d’Italia.
L’acqua del fiume in piena aveva iniziato a sormontare l’argine sinistro poco dopo le 14, provocando il panico fra la popolazione. Ovunque s’incontravano «file interminabili di gente in fuga con appena qualche striminzito fagotto, o con niente, o anche con meno di niente, appena vestita (…) tanto era stato lo spavento e l’impulso della fuga immediata».
In poche ore la violenza delle acque, che precipitavano da un’altezza di cinque-sei metri sul piano della campagna, fece dissolvere i pur possenti argini, creando tre larghe falle «in località Mercantone e in località Bosco di Occhiobello (tra questo paese e Santa Maria Maddalena, di fronte a Pontelagoscuro) e ad un chilometro a valle di Santa Maria, in località Vallone di Canaro; brecce enormi incontenibili, l’ultima di circa 150 metri di ampiezza».
La tracimazione del Po e la conseguente rottura degli argini era stata preceduta da una eccezionale concomitanza di eventi meteorologici sfavorevoli che avevano coinvolto, a partire da giovedì 8 novembre, tutto il bacino padano. Masse d’aria tropicali pregne di umidità avevano provocato piogge intense e diffuse. Venti caldi (fhön) ad alte quote, investendo i rilievi alpini, avevano determinato piogge sino ad oltre i duemila metri, causando lo scioglimento delle nevi. I livelli dei laghi Maggiore, d’Iseo e di Como si erano innalzati rapidamente riducendo la capacità moderatrice dei loro serbatoi naturali. Quantità enormi di acqua continuavano a riversarsi sul Po dagli affluenti torrentizi che scendono dagli Appennini. E, come se non bastasse, alte maree eccezionali nell’Adriatico, superiori ad ogni massimo registrato, ostacolavano lo scarico delle acque in mare.
Questo il quadro delle cause immediate dell’alluvione, tracciato dal direttore dell’Ufficio Idrografico del Magistrato alle Acque, Luigi Vollo 1. Ma oltre a tali fattori scatenanti ce n’erano altri “di lungo periodo” che per il tecnico del Magistrato non potevano essere dimenticati.
«I problemi idraulici che assillano la regione veneta (…) vanno sempre più aggravandosi per un complesso di cause (…) di ordine naturale ed umano. Fra le prime ricordiamo il lento innalzamento dei letti fluviali, il prolungamento dei loro corsi ed i dissesti idrogeologici dovuti al degrado e dissolvimento delle pendici montane. Fra i secondi primeggia la fame di terra da coltivare che spinge ad incanalare ed arginare i corsi d’acqua sempre più verso le origini ed a sopprimere tutte le varici ed i bacini di espansione delle acque di piena le quali si riversano nella pianura con crescente irruenza e rapidità». Un’analisi che, ad oltre mezzo secolo di distanza, resta di stringente attualità.
L’alluvione ebbe dimensioni impressionanti. «Si calcola che circa due miliardi e mezzo di mc. si siano rovesciati su un territorio di quasi 100 mila ettari. (…) Immagini un lago di una superficie doppia di quella del Garda e profondo in media due metri e mezzo…» esemplificava Giuseppe Tortarolo, presidente del Magistrato alle Acque, intervistato dal Gazzettino il 28 novembre. «Una piena imprevista ed imprevedibile, che non ha precedenti storici poiché il Po non ha mai compiuto simili misfatti ed anche la storica rotta di Ficarolo che è avvenuta nel 1152 ed ha cambiato il corso del fiume, fu provocata artificialmente dagli abitanti di Stienta per salvare le loro terre», sottolineava Vollo, che oltre ad essere un ingegnere era anche uno storico dei fiumi 2.
L’imprevedibilità e la rapidità dell’alluvione, e il conseguente esodo forzato di circa centoventimila persone ricordano, per certi versi, un altro episodio della storia italiana del ventesimo secolo: la rotta di Caporetto (24 ottobre 1917). Il disastro militare dell’esercito italiano ebbe certamente dimensioni di gran lunga maggiori, coinvolgendo (per restare alla popolazione civile in fuga dai “tedeschi”) l’intero Friuli e il Veneto fino al Piave 3. Tuttavia, molte sono le somiglianze fra i due casi, ad iniziare dalla necessità di dover prendere drammatiche decisioni individuali e collettive nel volgere di poche ore, sotto la pressione degli eventi. Con l’alito sul collo del nemico che, superato l’argine delle Alpi Giulie, debordava nella pianura, durante la Prima guerra mondiale; con il terrore delle “valanghe di acqua” che avanzavano inarrestabili, in Polesine. Partire, abbandonare la propria città e la propria casa, o restare? Interrogativi angoscianti che si posero gli abitanti di Udine o Pordenone nel 1917 come quelli di Rovigo, di Adria e delle altre località che stavano per essere travolte dalla piena, nel 1951 4.
Restiamo al Polesine. L’organizzazione dei soccorsi fu gestita dal ministero dell’Interno, che estese fin dai primi giorni agli alluvionati le misure per i “profughi di guerra” 5.
Per raggiungere le decine di migliaia di persone rimaste isolate si fece largo uso di barche e mezzi anfibi, che il 19 novembre ruppero «l’assedio» di Adria, da due giorni accerchiata dalle acque. Furono impegnati, oltre ai vigili del fuoco, tutti i corpi delle forze armate. Preziosa (e molto pubblicizzata) fu l’azione dell’aeronautica militare con base all’aeroporto di Treviso, sia per le ricognizioni dall’alto, sia per aviolanci di generi di soccorso per uomini e animali. Non mancarono gli aiuti dei militari alleati, tanto da far scrivere all’inviato del Gazzettino, Gino Fantin: «Francesi, inglesi, americani, austriaci: quasi tutto il mondo ha in questi argini un po’ del suo cuore» 6.
Dove indirizzare gli sfollati, dove materialmente alloggiarli e rifocillarli? Una parte furono inviati verso Padova, città che ospitava il centro operativo degli aiuti. Altre migliaia furono condotti a Mantova, Verona, Treviso e un po’ in tutte le province del nord e centro Italia, dove i prefetti si erano attivati, assieme a comitati locali, per recuperare alloggi, coperte, alimenti e generi di vestiario.
Arrivarono volontari da tutta Italia. Utile si dimostrò l’opera dei radioamatori. Ovunque si aprirono sottoscrizioni e lunghe liste con i nomi dei donatori iniziarono a comparire sui giornali. Giunsero in visita alle località alluvionate sia il primo ministro De Gasperi (16 e 17 novembre) sia il presidente della repubblica Einaudi (18 novembre).
L’alluvione fu da subito anche un grande evento mediatico. Tutti i mezzi di comunicazione dell’epoca, (radio in primis, cinegiornali, settimanali popolari, quotidiani) dedicarono ampio spazio a cronache dal forte impatto emotivo. Le storie dei salvataggi, le lacrime di chi era costretto ad abbandonare la propria casa, la dedizione di soldati e volontari, la macchina dei soccorsi… Su tutto aleggiava la tragica fine del camion della morte, scomparso tra i flutti in località Frassinelle fin dalla prima notte con un imprecisato numero di occupanti, che solo quando le acque si ritirarono si venne a sapere essere 90, di cui 84 erano annegati. Intere pagine del Gazzettino diventarono una specie di “bollettino dei profughi”, dove gli sfollati rendevano note le località in cui si trovavano o chiedevano informazioni sui parenti.
Ma oltre alla cronaca e a questa importante funzione di “servizio” emerge, dal giornale che abbiamo analizzato, il costante richiamo a uno spirito di Unione nazionale, che ancora una volta rievoca la chiamata all’Union sacrée presente sulla stampa italiana del dopo Caporetto. «Sia questa tragica prova, cui migliaia e migliaia di uomini di donne e di bimbi sono stati sottoposti, il banco di prova di una unione nazionale fatta più indissolubile dal dolore, abbia questa catena di lutti e questo mare di lacrime la forza di troncare — per non più farla rinascere — ogni faziosa e oggi inumana speculazione». (Il Gazzettino, 20 novembre. “Perché non sia solo morte e pianto”: editoriale non firmato).
Un “serrate le fila” non solo contro il nemico esterno ma anche contro un “nemico interno”, mai nominato in modo esplicito, ma chiaramente individuabile nelle forze di sinistra che reggevano la provincia di Rovigo. Un nemico dipinto come subdolo e spregevole, tanto più che non esitava a trarre vantaggi politici dalla comune sventura. Significativo al riguardo il decreto con cui il prefetto sciolse d’autorità il “Comitato di emergenza” costituito dalla Amministrazione provinciale di Rovigo, colpevole di diffondere «voci false e tendenziose che ostacolano l’attività assistenziale e di soccorso» esercitando «bassa propaganda antigovernativa» 7. Uno scontro fra istituzioni che sarebbe da studiare.
Alla fine l’emergenza cessò 8, lasciandosi alle spalle 88 morti, decine di migliaia di sfollati «il cui ritorno dovrà forzatamente essere ritardato per mesi, date le condizioni di instabilità di molte case» 9, migliaia di ettari che rimasero invasi per mesi dalle acque e dal fango, migliaia di carogne di animali che in certi casi richiesero l’uso del lanciafiamme per essere eliminate.
La situazione del comune di Adria a quattro mesi dalla rotta, descritta dal sindaco in consiglio comunale il 19 marzo 1952, non è sostanzialmente diversa da quella di tutte le altre località alluvionate. « (…) Della superficie totale del territorio Comunale, quello emerso oscilla tra il 50-60% e dei 110 kmq. circa 62 ne sono emersi. (…) Dai dati forniti dal Veterinario comunale, che ha egregiamente diretto il duro lavoro di rastrellamento delle carogne, sinora sono stati rastrellati e sepolti: suini n. 649; bovini n. 422; cani n. 150; gatti n. 77; polli n. 7159; equini n. 49; capre n. 16; conigli n. 55; lepri n. 10; pecore n. 25. (…) Dai dati forniti dall’Ufficio Tecnico risultano accertate: 79 case crollate e 236 case lesionate (…) » 10.
L’emergenza del fiume era cessata, ma si era aggravata la condizione del Polesine e dei suoi abitanti. Nel primo quadrimestre del ‘52 i casi di tubercolosi aumentarono del 33%. La disoccupazione non dava tregua, indicando come unico rimedio la via dell’emigrazione. Dal ‘51 al ‘61 Porto Tolle perse il 69% degli abitanti, Villanova Marchesana il 66%. Adria, dal ‘51 all’80 passò da 34 mila a 21 mila abitanti; Papozze da 5 mila a 2 mila. In vent’anni abbandonarono il Polesine centomila persone 11.

 

Note

1      Il Gazzettino, 1 dicembre 1951, p. 1.

2      Autore del fondamentale Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa. Il Piave, Le Monnier, 1942.

3     Il censimento effettuato dal ministero delle Terre Liberate nel 1918 quantificò i profughi in oltre 630.000.

4      «A Corbola (...) le acque del Po, tracimando prima e sfondando di poi gli arginelli di sostegno, sono penetrate nella grande golena sommergendo 80 campi. Ventiquattro famiglie che si trovavano nell’ex colonia fluviale, salite al primo piano, hanno preferito non abbandonare lo stabile e il sindaco ha provveduto a mantenere i collegamenti, per il rifornimento, con delle barche. Da S. Maria ad Ariano (...) tutti gli abitanti con ogni loro roba e bestiame, si sono trasferiti lungo la strada (...). Ovunque si possono vedere masserizie accatastate, derrate della riserva familiare, bestiame, ecc. sotto la protezione dei capifamiglia armati del fucile da caccia». (Il Gazzettino del 15 novembre, ediz. di Rovigo; articolo trascritto nel sito internet del comune di Adria).

5      Il Gazzettino, 20 novembre, p. 2. Il ministro era Mario Scelba.

6      Idem, 27 novembre, p. 1.

7     Idem, 21 novembre, p. 1. Va sottolineata la coincidenza temporale. Il Gazzettino, all’epoca organo ufficioso del partito di governo (la Democrazia Cristiana) con il suo editoriale del giorno precedente sembra voler indicare la strada alla decisione prefettizia.

8     Un primo accenno al deflusso dell'onda di piena è segnalato il 20 novembre. Ma la situazione resta preoccupante — pur senza raggiungere la pericolosità dei primi giorni — a causa di un nuovo peggioramento del tempo. Sabato 24 novembre il Gazzettino annuncia: “l'avvicinarsi della nuova ondata di piena del Po” che tuttavia è attesa senza preoccupazioni ad Occhiobello”.
Nella stessa data, il quotidiano di Venezia cede parte della prima pagina (da nove giorni riservata per intero alle notizie dal Polesine) a una cronaca da Roma sulla riunione del Consiglio Atlantico.
Il 24 novembre è anche il giorno in cui una carica di 18 quintali di tritolo apre un varco di 80 metri sull'argine di Polesella, rendendo più rapido il deflusso delle acque verso il mare. Altre mine amplieranno nei giorni successivi il varco fino a 300 metri, per meglio governare la piena.
Il 28 novembre, con l'avvio dei lavori di tamponamento delle brecce iniziali sull'argine di Occhiobello, la fase critica dell'alluvione può considerarsi finalmente conclusa.

9      Dichiarazione del ministro Spataro, Il Gazzettino, 5 dicembre.

10    Dal sito internet del comune di Adria.

11    Edoardo Pittalis in<< http://www.gazzettino.it/speciali/polesine  >>.

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© 2006 Camillo Pavan– Dal libro Navigare sul Po.

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Ultimo aggiornamento 27/02/09