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La gelata del 1929 |
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«Correnti molto fredde provenienti dall’Europa nord orientale, con picchi di alta pressione in Scandinavia e Russia, continuano a defluire con persistenza non comune nell’area depressionaria dell’Europa occidentale». Questa, in sintesi, la causa del grande freddo che per una quindicina di giorni attanagliò l’Italia centro settentrionale e gran parte dell’Europa nel febbraio del 1929 (1). Un freddo che solo per consuetudine, in quei giorni, veniva chiamato “polare”, perché — fatto del tutto anomalo — in realtà nella calotta polare il termometro raggiungeva quasi lo zero, in Islanda c’erano 7 gradi sopra zero e in Groenlandia gli eschimesi erano in difficoltà a causa dello scioglimento dei ghiacci e delle nevi che impediva loro «le consuete spedizioni in slitta per procacciarsi con la pesca i mezzi di sostentamento e di commercio» (2). In Italia, le prime anomalie rispetto al consueto andamento stagionale vengono segnalate dal Corriere all’inizio di febbraio. Il giorno 3 sono registrati –18 gradi a Udine e –16,3 a Padova. Il giorno successivo il freddo intenso persiste in tutto il Veneto. Ovunque temperature eccezionali. A Venezia la laguna è in varie zone gelata, specialmente verso la terraferma. Per il rifornimento del latte si incontrano grosse difficoltà e «i barcaioli ad un certo punto hanno dovuto farsi strada rompendo lastre di ghiaccio di notevole spessore». A Mantova il termometro segna –12, a Perugia – 9,8 e a Roma –5. Il 5 febbraio il record viene raggiunto a Padova con –16,4 e anche in Polesine si toccano i –16 ad Adria. Dal 6 febbraio la morsa del gelo si allenta: il termometro scende sì sotto lo zero durante la notte, però di giorno si avvicina allo zero, quando non lo supera. A Treviso, ad esempio, il 7 febbraio la temperatura oscilla tra i – 3,5 e i + 3,7. Ma la pausa dura poco. Da lunedì 11 febbraio, giorno del Concordato fra l’Italia e il Vaticano, il gelo riprende a farsi sentire in maniera eccezionale. In tutta Europa infuria la bufera e la colonnina scende drasticamente ad iniziare dalla Polonia, con – 53 a Cracovia e –52 a Varsavia; in Ungheria raggiunge – 41 a Budapest; in Cecoslovacchia – 35 a Praga; in Germania – 30 a Berlino. Amburgo, Lubecca, Stettino e gli altri porti del Nord sono bloccati dai ghiacci. Nella “meridionale” Vienna la colonnina si ferma a – 21, ma le uova si spaccano, frutta e verdura si congelano e non sono più commestibili, le condutture di acqua e gas sono bloccate; in compenso il Danubio ghiacciato rappresenta un grande spettacolo di massa, con centomila persone che accorrono ad ammirarlo. Anche in Italia l’11 febbraio segna l’inizio del grande gelo accompagnato da “venti forti da est”, come annota l’Osservatorio meteorologico del Seminario di Treviso (dove il termometro oscilla tra i –10,6 e i –8,2). Ma è Trieste la vera porta d’ingresso dell’ondata siberiana. Sul Carso, dove la neve raggiunge i due metri, «sembra di essere in Lapponia» mentre in città imperversa una tempesta di inaudita violenza: la temperatura scende a meno 16 e la bora raggiunge i 120 km/h, provocando numerosi feriti per la «pioggia di tegole, grondaie e comignoli». A Udine (–10) le rogge cittadine iniziano a ghiacciarsi. A Venezia mancano latte e uova perché il gelo ha bloccato del tutto i canali percorsi dalle barche dei fornitori provenienti da Campalto e San Giuliano. Martedì 12 febbraio (ultimo di Carnevale) il ghiaccio blocca il bacino di carenaggio delle Grazie al porto di Genova, mentre a Venezia le barche funebri che «procedevano nel canale dei Santi Apostoli per portare le salme al cimitero hanno dovuto tornare indietro», di conseguenza nella chiesa dell’ospedale «si sono formate cataste di feretri in attesa di poterli trasportare al cimitero». Completamente ghiacciate anche le rogge di Udine (–15,5). Il 13 febbraio è il giorno in cui l’ondata di freddo si fa maggiormente sentire in tutta Europa. A Berlino, in crisi per i mancati rifornimenti di combustibili e il congelamento di molti prodotti alimentari «l’ufficio di assistenza ha fatto aprire numerosi locali riscaldati da grandi bracieri allo scopo di offrire un sicuro ricovero ai senza tetto» (3). Il Danubio è ghiacciato per oltre 500 km con uno spessore che in Romania raggiunge i due metri. Tutta la navigazione sui fiumi del nord della Francia (compresa la Senna) è bloccata dai ghiacci.
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Temperature del 13 febbraio 1929 (Corriere della Sera, 14.II.29). L'Italia è tagliata in due dall'ondata di gelo.
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In Italia il giornale milanese segnala che a Roma è caduta la neve per la terza volta, sottolineando con una punta di malizia che l’altezza ha raggiunto i due centimetri. Ben diversa la situazione al nord: ormai è il terzo giorno di bufera a Brescia e a Pavia, dove oltre al blocco delle tubature di acqua e gas «a parecchie automobili, sebbene fossero in moto, sono scoppiati per il gelo i radiatori». A Milano “sotto il turbine della neve”, mentre squadre di spalatori cercano di mantenere libera la circolazione nelle strade, i tram sono presi d’assalto e le vetture sono “spaventosamente gremite” da “grappoli umani”. A Venezia la neve che continua a cadere non fa che aumentare lo strato di ghiaccio in laguna e la città è immersa nel “pack”. Trieste è sferzata da un vento di “inaudita violenza”; l’altopiano del Carso è irraggiungibile e in città manca la legna. Il 14 febbraio viene segnalato un inizio di rialzo della temperatura nell’Europa continentale, ma continua la paralisi quasi totale delle comunicazioni e la carenza di combustibili e alimentari. A Londra (–11), nel porto del Tamigi ghiacciato, «sui barconi è fissata da poppa a prua una ringhiera alla quale s’aggrappano due squadre di uomini che imprimono un movimento ondulatorio allo scafo cosicché rompa il ghiaccio». A Berlino (–10) nevica, le scuole sono state chiuse fino al 25 del mese, mancano patate e «si è giunti al punto che l’acqua [in certi quartieri] è divenuta oggetto di vendita da parte di commercianti ambulanti». In Austria le autorità hanno concesso di attraversare il Danubio a piedi, mentre centinaia di militari sono inviati a liberare l’Orient Express bloccato dalla neve. In Italia continua su gran parte del nord la “terribile bufera di vento e di neve”. Branchi di lupi compaiono in Val Trebbia. L’Arno è gelato in centro a Firenze, dove 1315 uomini provvedono alla spalatura della neve. Il fiume è gelato per oltre due km anche a Pisa. Per tutta la settimana il freddo si mantiene costantemente sotto zero ovunque, dalla linea Firenze-Ancona in su (4), e il freddo si accanisce il giorno 15 lungo sulla valle del Po: – 18 a Torino, – 21 a Cremona, – 18 a Mantova. Il giorno 16 si registra ghiaccio sul Po già a partire da Cremona, dove la gente assiste sul ponte allo spettacolo dei grossi lastroni trasportati dalla corrente nella parte centrale non ancora ghiacciata. A Pontelagoscuro (– 23) il Po è totalmente gelato. Anche gran parte dei fiumi veneti sono ghiacciati via via che si avvicinano alla foce. L’Adige è ghiacciato per un km già a Rovereto (5). In Umbria è completamente gelato il lago Trasimeno. Il 19 febbraio a Occhiobello si improvvisa una festa danzante sul Po, che viene attraversato a piedi da centinaia di persone, compreso il podestà. A Pontelagoscuro “una folla di fotografi e turisti” vengono ad ammirare lo spettacolo del grande fiume gelato (6). La temperatura, che sta lentamente risalendo sul resto dell’Italia, persiste sotto zero lungo l’asta del Po. Il fiume è saldamente bloccato dai ghiacci a partire da Ostiglia dove, in località Rocca – un km a monte del ponte ferroviario – viene segnalato il suo attraversamento da parte di un’automobile. Nella stessa località un rimorchiatore è bloccato dai ghiacci e l’equipaggio cammina tranquillamente all’esterno. Più a monte, a San Benedetto Po e a Borgoforte il fiume è ridotto a uno stretto canale centrale dove l’acqua corrente trasporta enormi blocchi di ghiaccio di mezzo metro di spessore che «cozzano fra loro, si spaccano, si uniscono […] e la popolazione della pianura mantovana accorre ogni giorno per assistere il singolare spettacolo». Ma ormai la tendenza dell’anticiclone, all’origine del grande freddo, è di spostarsi sempre più a sud, verso le regioni danubiane. Il maltempo in Italia si concentra nel Mezzogiorno, con forti nevicate che il 23 febbraio provocano ovunque interruzioni e ritardi dei treni. Nella stessa data al nord si registra invece una circolazione pressoché regolare ovunque, anche al Brennero, mentre l’altro valico con l’Austria (il Resia) è mantenuto “slittabile”. Cominciano a contarsi i danni del disgelo soprattutto in città, dove molte condutture degli acquedotti sono scoppiate provocando allagamenti. Ed è proprio con una “breve” da Zagabria, dove si registrano esondazioni della Sava a causa del sovrapporsi di blocchi di ghiaccio in disgelo, che il Corriere chiude le cronache dall’Italia e dall’Europa sull’inverno più freddo del ventesimo secolo.
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Note
1 - L’analisi è del prof. Filippo Eredia, capo dell’Ufficio Presagi della Regia Aeronautica di Roma, intervistato dal Corriere della Sera del 16 febbraio 1929. 2 - Corriere della Sera, 15 febbraio 1929. 3 - Va ricordato come in Germania ci fosse una collaudata tradizione di assistenza sociale, risalente ai tempi di Bismark, che nel 1883 emanò la prima legge europea sull’assicurazione obbligatoria per gli infortuni, malattia, disoccupazione e pensionistica. (Libero Pavan, Welfare e Occupazione. Storia, teoria e analisi “fuzzy”, mediante Self-organizing maps, dei sistemi di welfare e dei modelli occupazionali, Tesi di laurea, Trento - Sociologia, a. a. 2002-2003, pp. 21-23). Provvedimenti analoghi a quelli di Berlino vengono adottati anche a Vienna e – unica città italiana citata dal Corriere – Trieste, non a caso storicamente legata alla Mitteleuropa. 4 - Tranne un timido + 2 di massima a Firenze il giorno 16. 5 - A Begosso, un paese della Bassa veronese sulla sinistra dell’Adige, mi raccontò Neri Martinello, mio suocero, (1919-1990) che lui ed altri bambini in quei giorni avevano trovato modo di raggranellare qualche lira posizionandosi nei pressi del passo a barche bloccato dal ghiaccio e aiutando a trasportare sull’altra riva le biciclette dei passanti in cambio di 20 centesimi. «Quando mio padre venne a saperlo, mi picchiò di santa ragione, ma i schèi no ghe i gò miga dati!». 6 - Meno lieti i ricordi del barcaro Fortunato Zennaro (Nato Panà), bloccato “per un mese” con un carico di riso “ai Bonelli”, sul delta del Po. Rimasto senza soldi per comprare il cibo per sé e l’equipaggio dovette mandare una lettera-espresso al padrone della barca minacciandolo di abbandonare il carico se non avesse provveduto a pagarlo al più presto. Il padrone mandò sì i soldi ma, quando finalmente Zennaro arrivò a Venezia col barcone, glieli detrasse dal pagamento del nolo, così che gran parte del guadagno di quel viaggio avventuroso andò perduto. (Intervista del 17 aprile 1988).
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Il ricordo di mia madre
Il grande gelo del '29 (Pagine 17-18)
«Nell’estate è venuto l’àrso, e l’inverno dopo è venuto il gelo. Un freddo di 20-25 gradi sotto zero che ha durato quasi tutto il mese di gennaio del '29. Ha cominciato sotto Natale, e la neve è venuta alta così. Passavano i carrettieri con gli asini e ce n’erano di quelli che scivolavano nella neve e poi stentavano a venir fuori, da quanta ce n’era.
La nostra casa era poco
distante dall’argine del Piave e
sulla rampa di questo argine c’erano tante gasíe (acacie),
belle grosse, che venivano su che era un piacere. Dal potente freddo,
quando venivi su dal letto alla mattina sentivi crúc cròc…
scoppiavano i rami delle acacie
*.
Crepavano i rami. Il fusto stava in piedi e i rami si spaccavano dal
gran freddo e venivano giù de pico Noi per fortuna avevamo messo da parte una buona scorta di legna e col freddo ci si arrangiava, e poi avevamo la stalletta, con le vacche (…) ».
* Vedi anche la testimonianza di Giacomo Valeri (1917, Sant’Anastasio di Cessalto) da me raccolta il 22 gennaio 1987. «Insomma, dal freddo che c’è stato sono morte tutte le viti, le piante di fico, i salici, morto tutto. Alla notte, nelle ore più fredde, si sentivano di quelle schioccate provenienti dagli alberi che crepavano dal freddo; crepavano, proprio. Si formavano dei “crepi” che si poteva entrare dentro con una mano. Si sentiva proprio crén, crén, ogni tanto. Sembrava che dovesse succedere chissà cosa. E le viti lo stesso, erano tutte quante crepate, dall’alto al basso. I crepi partivano dalla terra e andavano fino a su, tutta la massa crepata; però le viti non facevano tanto schiocco, perché erano piccole. Ma gli alberi… si sentivano di quegli schiocchi che mai più!». Anche nella cronaca nazionale del Corriere della Sera viene segnalata «una grande strage di viti» nel Trentino (7 febbraio 1929) mentre a Codroipo «tutti i grandi platani di un viale si sono spaccati» (14 febbraio 1929).
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Un barcone bloccato dal ghiaccio sotto il ponte di San Donà di Piave (Il Gazzettino Illustrato, 24.2.1929)
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© 2008 Camillo Pavan Dall'opuscolo Camillo, mio nonno. In occasione del primo compleanno della nipote Elettra
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Ultimo aggiornamento 27/02/09 |