Camillo Pavan

In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni, Treviso, Camillo Pavan Editore, 2004, pp. 160, ill., Euro 18,50

 

Camillo Pavan, libero ricercatore, scrittore ed editore in proprio, ha pubblicato il suo ultimo lavoro dedicato alla grande guerra. Pavan si occupa da vent’anni di storia locale e cultura popolare con grande rigore e partecipazione, senza mai cadere nel provincialismo nostalgico che spesso connota questi studi in ambito regionale. Le sue ricerche, infatti, sono mosse innanzi tutto da una grande curiosità per le persone che incontra, che fa parlare attraverso i documenti o la loro viva voce, e da una notevole capacità di scovare le “fonti”, anche attraverso canali poco frequentati dagli studiosi ufficiali (un catalogo dei suoi libri può essere consultato nel sito http://camillopavan.it).

A lungo, per almeno cinquant’anni dalla sua conclusione, la grande guerra è stata oggetto di molta propaganda e poca storiografia. Solo alla fine degli anni sessanta si cominciò a studiarla per davvero, sulle fonti, e a superare l’immagine che era stata costruita dal fascismo e che per molti aspetti era transitata intatta nei decenni successivi. Caporetto, ad esempio, sino ad allora era stato una sorta di tabù nazionale. Come del tutto rimossi erano stati i casi di insubordinazione dei soldati che si ribellavano agli ordini dei loro superiori e alla vita di trincea, o più semplicemente impazzivano trovando una via d’uscita individuale alla insensatezza della guerra. Né era nota fino a pochissimi anni fa la sorte dei seicentomila prigionieri italiani lasciati morire dal comando supremo italiano per un preciso calcolo politico: far sapere a tutti i soldati che chi si dava al nemico sarebbe andato incontro alla morte più facilmente che se fosse rimasto a rischiare la vita nel campo di battaglia. Poco si sapeva anche del vissuto dei profughi e di coloro che restarono nelle terre invase, subendo spesso le alterne occupazioni dei due eserciti in conflitto.

Più in generale, solo da pochi anni si è ritenuto possibile – e utile – indagare il punto di vista dei civili coinvolti nelle operazioni belliche. Pavan è arrivato in extremis per raccogliere le voci dell’ultima generazione di coloro che vissero quelle vicende, allora come bambini o ragazzi. Ovviamente oggi a parlare sono dei vecchi di ottanta e novant’anni, e insieme a ciò che videro e pensarono allora restituiscono al registratore anche tutti gli strati di deformazioni, omissioni, rielaborazioni, fantasie che la memoria vi ha depositato. Camillo Pavan è consapevole di tutto ciò, e mette in guardia i lettori da un approccio troppo oggettivista alle fonti orali. Ma giustamente non rinuncia a mettere a disposizione dei ricercatori queste affabulazioni che contengono, anche quando “sbagliano”, una diversa verità. «Un anno prima che finisse la guerra – racconta Prospero Vieceli da Fonzaso – il nostro esercito era a pochi metri da Trento. Il General Cadorna li ha fatti tornare indietro… Io gli correvo dietro, scalzo, perché mi piaceva sentirli cantare. Loro venivano giù contenti, poverini, perché marciare via dal fronte è una bella cosa, perché io l’ho provato, nella seconda guerra» (p. 17). Anche Camillo Pavan confida che, dopo undici anni e tre libri, avrebbe tutta l’intenzione di farla finita, con la guerra.

 

[Alessandro Casellato]

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Ultimo aggiornamento 12/01/09