Prologo

“Mi ricordo come fosse adesso” 

Isolina Polita, Romanziol

Adesso sembra una favola

Lido Fattori, Udine

Tra realtà e favola. I due estremi entro cui scorrono le testimonianze raccolte. Precise fino al più minuto dei particolari, ma rivissute quasi come una favola. 

Testimonianze che non hanno, né possono avere, la ponderatezza (ma neppure le ruvidità e le aspre prese di posizione politica) di quelle coeve, pubblicate da adulti, in memorie, diari, inchieste note e meno note. 

I protagonisti di questo libro erano allora bambini, al massimo adolescenti; nessuno arrivava ai vent’anni. Sono donne e uomini qualsiasi, ma sono gli ultimi ad aver vissuto in prima persona quell'evento lontano, straordinario e terribile che fu la Grande Guerra. 

Nei loro racconti non mancano ingenuità, imprecisioni, esagerazioni e rielaborazioni a posteriori di episodi da loro stessi mille volte ascoltati.

Leggendo con attenzione si riuscirà a distinguere il vero, il vissuto come vero e il fantastico. 

Lasciandoci andare al ritmo della narrazione si entrerà “dal vivo” in un’epoca, in luoghi e in avvenimenti da lungo tempo ormai consegnati alla storia. 

Note tecniche

 

Le interviste sono state registrate su audio-cassette nell’arco di un quindicennio (1984-1999). Le prime, nel corso di ricerche su altri argomenti; a partire dal 1993, con il proposito di capire come fu vissuto dalla popolazione civile l’ultimo anno della guerra. 

La maggioranza delle interviste sono state effettuate in Veneto e in lingua veneta, la mia lingua materna (1). Ho usato invece l’italiano quando mi sono trovato in contesti linguistici diversi: in Friuli e (per il primo volume su Caporetto) in Slovenia.  

Nella trascrizione ho cercato di riproporre il ritmo e gli stilemi della parlata di chi avevo intervistato. Quindi: quasi mai il passato remoto; “qua” e “là” piuttosto di “qui” e “lì”; “ho dovuto partire”, anziché “sono dovuto partire”; ecc. 

Ovviamente quello che è stato pubblicato non è la trascrizione integrale e letterale di quanto è stato registrato: traduzione, selezione e montaggio sono operazioni per loro natura non asettiche. 

Ma «non ho messo una sola parola in bocca ai narratori che non fosse loro» (2), o quantomeno che non rappresentasse il significato reale del loro pensiero (3), desunto da successive domande o richieste di delucidazioni. 

Presentando nel 1989 il mio libro sul Sile, Cino Boccazzi scrisse che mi ero comportato come «quegli amanuensi dei momenti oscuri che chiusi nelle loro celle trasmettevano la sapienza antica, salvando così pagine altrimenti destinate alla distruzione e all’oblio». 

È stata la più bella definizione del mio lavoro. Spero di continuare a meritarla. 

“Tedeschi”, perché?

 

È noto che l’offensiva di Caporetto e la successiva occupazione furono opera della XIV armata austro-tedesca, cui parteciparono combattenti della Germania unitamente a ciascuna delle molteplici nazionalità dell’impero austro-ungarico. Natasa Nemec la definì “la battaglia delle nazioni” (4), ricordando che i vincitori appartenevano a venti nazionalità e gruppi etnici (5).

Ma comandi e truppe italiane dell’epoca ignoravano tale complessità e consideravano «tutti i nemici come tedeschi» (6).

Anche i testimoni — intervistati a 70-80 anni dai fatti — usavano costantemente il termine “tedeschi”, per definire gli occupanti, pur avendo presente la loro diversità, almeno a sommi capi, quando si scendeva nei dettagli. 

Soprattutto quando si trattava di distinguere il comportamento di tedeschi, ungheresi e bosniaci da quello degli austriaci. Di solito a favore di questi ultimi.

Note

1   Non voglio dare alcun significato scientifico o polemico a questa definizione, ma solo sottolineare che il veneto di “destra Piave” (o meglio ancora di “destra Sile”) è il linguaggio con cui comunemente penso e mi esprimo, salvo poi tradurre il tutto in italiano.

2   Alessandro Portelli, p. 15 . Oltre al pionieristico lavoro di Portelli sulla città di Terni, almeno altri due libri sono stati fondamentali per l’impostazione della ricerca (sia pure passati attraverso il filtro dei miei limiti scientifici e della mia sensibilità): Superstiti e testimoni raccontano il Vajont, curato da Ferruccio Vendramini e Uomini di Ferriera, Esperienze operaie alla Cobianchi di Omegna, di Filippo Colombara. 

3    O quello che ritenevo essere il significato reale del loro pensiero. 

4   Paragonandola «all’unica battaglia nota sotto questa denominazione … [quella di Lipsia tra il 16 e il 19 ottobre 1813] … quando Napoleone Bonaparte, che aveva visto il proprio esercito annientato dalla campagna di Russia e più ancora dalla ritirata, fu affrontato dai suoi avversari di sempre ed anche dagli alleati». (Kobarid, Caporetto, Karfreit, p. 153).  

5   Tedeschi, austriaci tedescofoni, ungheresi, sloveni, croati, bosniaci, boemi, moravi, slovacchi, polacchi, ebrei, zingari, serbi della Vojvodina e della Bosnia, romeni della Transilvania, ucraini della Galizia e della Bucovina noti come ruteni, “piccoli russi” minoranza in Vojvodina, turchi inclusi nel censimento della Bosnia, greci (sempre provenienti dalla Bosnia ma presenti anche a Trieste), valacchi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina, italiani del Trentino e del Litorale. 

6   Melograni, p. 525. «Tutti “tedeschi” e “crucchi”, militaristi prussiani dall’elmo chiodato».(Isnenghi – Rochat, p. 70).

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Ultimo aggiornamento 12/01/09