Alcune pagine

La ritirata

  Luigi Disastri,

Saletto di Piave, operaio militarizzato

Era una catastrofe, le strade erano piene di soldati, di feriti. I campi erano pieni di profughi, un mondo che si rovescia, una cosa che non si riesce a spiegare; le strade ingombrate, non si riusciva più a passare. 

Io avevo la bicicletta e non riuscivo a passare; ho dovuto camminare per i campi, assieme a questo sergente maggiore. Era di giorno, quando siamo scappati; abbiamo camminato tutto il giorno attraverso i campi, riparandoci sotto dei gelsi quando gli aeroplani passavano bassi e sganciavano qualche bomba e c’era acqua nei campi. A un certo punto abbiamo trovato dei treni fermi. Da un carro venivano buttate a terra forme di formaggio che cadendo si spaccavano e anch’io mi sono preso un pezzo di formaggio. Ognuno si prendeva quello che c’era e riusciva a prendersi. 

Non c’era alcun ordine, l’esercito italiano non esisteva più, tutti sbandati, con un esercito che ci correva dietro.

Il primo giorno siamo arrivati a Palazzolo dello Stella, dove io e il sergente abbiamo dormito qualche ora in un fienile; questo sergente mi considerava un po’ suo figlio, avrà avuto trenta-trentacinque anni ed era tanto tempo che lavoravamo assieme. 

Il secondo giorno finalmente siamo arrivati al ponte di Latisana e lo abbiamo superato; a forza di camminare, verso mezzogiorno siamo arrivati a Portogruaro, dove abitava un certo Zuccheri che era con noi a lavorare nella stessa squadra, assieme a suo figlio. Lui era scappato prima di noi ed era già arrivato a casa. Il sergente maggiore, che ne conosceva l’indirizzo, è andato a casa sua. Zuccheri ci ha fatto preparare polenta e pollo in umido e intanto parlava con la moglie e le diceva: «Guarda che io devo scappare, altrimenti gli austriaci mi prendono». La moglie invece era decisa di rimanere, però diceva al marito: «Porta via a vaca» (porta via la vacca); e Zuccheri a dirle: «No la vacca non posso portarmela dietro». Poi con questo Zuccheri abbiamo continuato la fuga, ma ci siamo persi a San Donà di Piave. Il sergente maggiore, che era un romagnolo, ha trovato un vagone attaccato a un treno merci, vi è salito sopra ed è andato fino a Mestre dove si è consegnato alle autorità militari. Io, arrivato a Mestre, ho trovato dei carrettieri che erano del mio paese e lavoravano per i militari portando ghiaia al fronte. Sono rimasto con loro per un po’ di tempo finché mio padre, che era stato avvertito proprio dai carrettieri, è venuto a prendermi e mi ha portato a casa, prima che i tedeschi arrivassero sul Piave

(Pagina 15)

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La paura dei tedeschi

 Lido Fattori, Udine

Si aveva il terrore dei tedeschi, quella volta. 

I mezzi c'erano, e allora siamo scappati.  Noi la possibilità l'avevamo, stavamo abbastanza bene, eravamo una famiglia non facoltosa, ma discreta, ecco. 

C'era il terrore, anche perché i tedeschi si sentiva dire che tagliavano, che insomma uccidevano, che tagliavano le mani… e allora si aveva il terrore. 

C'era paura dei tedeschi, si diceva che erano cattivi, si aveva paura di finir tagliati la gola, tanto è vero che a Udine sono rimasti in pochi, ognuno che poteva scappava.

(Pagina 35)

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Paura dell'invasione oltre Piave, a Treviso… 

 

Fortunato Zennaro, Fiera di Treviso

D. Non sapevo che a Fiera fossero stati mandati via gli abitanti!

R. Non era obbligatorio. Noi siamo andati via, perché può darsi... anche in una notte sola, erano a Fagarè, e da Fagaré alla Fiera saranno quindici chilometri. Hanno detto è meglio che andiate via, se viene l'invasione anche qua, una famiglia così grande, dove andate? E allora siamo andati via. Non tutti sono partiti, mia nonna per esempio è restata là: «Io sono vecchia» diceva, «io non vado via da casa».

 

Eugenio Franceschi, Sant' Angelo di Treviso

Mio padre voleva attaccare le bestie. Per andare dove?

Per andar profughi, perché dicevano che venivano giù i tedeschi. Volevano lasciare a casa il vecchio Artuso, il padre di Bepi, e mia nonna. 

«Mettiamo fuori un lenzuolo e bandiera bianca»… se fossero venuti qua i tedeschi a invadere. Pensavano che ormai arrivassero. Perché? 

Ma che erano qua sul Piave! 

Erano qua sul Piave e quando avessero passato il Piave sarebbero stati qua, a Treviso, a Venezia.

 

… a Venezia

 

Dopo Caporetto ci fu un esodo spontaneo di oltre 20.000 abitanti, che presero d'assalto i treni e si rifugiarono prevalentemente nella riviera romagnola (Rimini, Riccione …). L'acme della fuga dalla città, che nel 1915 superava i 150.000 ab. si ebbe dopo “la notte delle otto ore” di bombardamento aereo (26-27.II.1918) - [Scarabello, I, p. 137] tanto che nella rilevazione annonaria del 30.IV.1918 figuravano presenti circa 40.000 persone.

Il fatto è che Venezia, teoricamente (ma non “dichiaratamente”) città aperta [CIV, I, 130; Scarabello, I, p. 189] venne vigorosamente difesa con pontoni armati in laguna raccordati al campo trincerato di Treviso.

[Gasparotto, p. 220]. 

Troppo importante il suo possesso, quale unico appoggio per la marina in alto Adriatico. [Cadorna, p. 556].

 

… e a Padova

 

Seduta della Camera dei Deputati del 22 dicembre 1917. A parlare è il deputato Luigi Gasparotto, “interventista democratico”, del gruppo radicale.

(Atti Parlamentari XXIV Legislatura, p. 15389).

 

«Ma v'ha di più. Fra le notizie che maggiormente hanno addolorato l'animo degli studenti soldati al fronte fu questa: l'Università di Padova è stata trasferita a Pisa.

Capite? Quell'Università di Padova che l'8 febbraio 1848, anziché chiudersi aveva aperto le porte agli studenti e ai popolani (…) quell'Università, che, nelle giornate più fosche della servitù, era palestra aperta alle canzoni dei poeti e alle rivolte degli studenti, che allora suonò della parola di Prati, di Nievo, di Dall'Ongaro, di Fusinato, è rimasta chiusa! (…)

Tutto era sembrato possibile in quei giorni, pur di assicurarsi la via di scampo più sollecita.

Un prefetto di una città lontana dalla invasione, e che l'invasore certamente non vedrà mai, in data 13 novembre emetteva un decreto di requisizione di una locomotiva, di un tender, di un bagagliaio e di un vagone misto (…) di modo che il rappresentante del Governo veniva a requisire al Governo del suo paese vagoni ferroviari che in quei giorni dovevano servire soltanto al trasporto delle munizioni.

Voci. Chi è?

Gasparotto. Il prefetto di Padova.

Orlando V. E., presidente del Consiglio, ministro dell'interno. È il prefetto di Padova, che aveva richiesto un vagone per trasportare le carte di Stato. E questo diventa un delitto! Ma sono forme di esagerazione!  Commenti.   (…)

Gasparotto. Ma eravamo a Padova, onorevole Orlando!

Orlando V. E., presidente del Consiglio, ministro dell'interno. Eravamo a Padova sì, ma ci furono momenti, onorevole Gasparotto, in cui si poteva molto temere per Padova!».                                                         

(Pagine 42-43)

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L’INVASIONE 

Le vacche, i maiali, il vino e le donne: il diritto del vincitore e la roba del nemico

Mafalda Molinari, Casali Malina

Ho tutto ancora davanti agli occhi, di quel periodo. I tedeschi si sono presentati e sono entrati; tutto quello che hanno trovato si sono messi a mangiare, e uccidere. Pollame, tutto. Volevano portar via le bestie, e il nonno ha fatto un po' di resistenza e loro li hanno ammazzati. Tre morti in casa abbiamo avuto.

Sono entrati armati, e volevano portar via proprio la vacca che doveva partorire; il nonno si è opposto, visto che eravamo tanti bambini, e ha detto: «Portatemi via tutte le altre, ma lasciatemi quella là», e loro gli hanno sparato. Il nonno si chiamava Fabio Molinari, e dopo è morto anche suo fratello da sposare che era con lui in quell'occasione e che non si è più ripreso da quella volta; il terzo morto sarebbe la nonna, sempre in quell'anno. Guardi, eravamo rimasti in tanti bambini e tre donne. Mio padre e i fratelli erano militari, erano in quattro ed erano andati tutti di là del Piave.

Dopo un anno che non ci si vedeva, è arrivato uno zio, fratello di mio padre e ci ha chiesto: «Oh, come state, bambini, siete tutti?». 

E noi: «Sì, noialtri ci siamo, ma i nonni non sono, ecco… i nonni non ci sono più».

 

Rapporto del sindaco di Premariacco alla Commissione d'Inchiesta (CIV = Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, vol. VI, p. 530): «Uccisione di Molinari Fabiano fu Gio Batta d'anni 66, avvenuta il 5 novembre 1917 ai Casali Malina per il seguente motivo: avendo il suddetto tentato di far comprendere alla soldataglia austriaca essere più conveniente la requisizione di una giumenta, piuttosto che un'altra, già prescelta da essi, venne ucciso immediatamente con una fucilata». 

 

Oreste Simonella, Chiarano 

Il povero Carlo Sessolo, abitava là, vicino a noi. Era lui e la moglie con tre figlie piccole, non aveva ragazzi, aveva tre ragazze piccole. I tedeschi, i tedeschi… i ongarèsi (gli ungheresi), sono andati là, hanno preso, hanno acceso il fuoco e vi hanno messo su una calièra (grande pentola per la lisciva) de aqua. Quando sono andati per ammazzare il maiale, l'uomo è saltato fuori con la forca.

Sai cosa hanno fatto? Lo hanno preso e lo hanno buttato dentro alla calièra bollente. Poi sono fuggiti e il maiale gliel'hanno lasciato. E sua moglie, hai capito? avendo visto questo specchio, hai capito? è rimasta sabóta (balbuziente), non parlava più. Non siamo mica più stati capaci di capirla, di quello che diceva; era madre di tre figlie, aveva tre tóse

 

Meno colorito il rapporto dei carabinieri di Motta di Livenza (CIV, VI, p. 487), ma la sostanza è la stessa, cioè l'omicidio della persona indicata dal testimone: «Nel Comune di Chiarano (…) Sessolo Carlo perché tentava impedire che pascolassero dei cavalli in un campo di granoturco maturo, venne ucciso a colpi di pugnale». 

Sempre a Chiarano vennero uccisi anche: «Capeletto Bonaventura (…) a colpi di bastone perché si voleva opporre ad un'ingiusta requisizione»  e, a colpi di baionetta, «Pascon Giuseppe, perché s'oppose alla requisizione di un cavallo». (Ibidem).

 

Maria Crast, Stupizza

Dal paese di Stupizza sono partiti tutti, solamente un uomo è rimasto: Crancìn, detto Piero Zorza. È rimasto qua e lo hanno ucciso. 

Lo hanno ucciso perché non li lasciava andare a prendere il vino. Lui abitava proprio in piazza e aveva una botte piena di vino, dentro in cantina, e non voleva lasciar andare i soldati a prendersi il vino, perché gli piaceva a lui, non era sposato…

 

Rapporto del sindaco di Rodda (CIV, VI, p. 621): «In questo Comune, durante il periodo dell'avanzata nemica (…) è stato rinvenuto il cadavere di Zorza Pietro detto Erancin [sic], al quale venne dato sepoltura dopo parecchi giorni dalla morte, nelle adiacenze immediate della sua abitazione in Stupizza. Si ignorano le cause della sua uccisione. È stato però accertato (…) ch'egli sia stato ucciso con arma da taglio. È però da escludersi che possa essere stato ucciso da persone borghesi per il fatto che nella borgata di Stupizza era rimasto il solo Zorza, mentre tutti gli altri abitanti erano già fuggiti». 

 

 

«Arta (Tolmezzo) 21 dicembre 1918  (CIV, VI, p. 330)

 

Presenti i Commissari: On. Di Caporiacco e Comm. Castellani, assistiti dal segretario Matteini. Deposizione di Talotti Angela fu Biagio maritata a Piazza Luigi, di anni 29 da Arta. Opportunamente interrogata risponde:

 

In una notte che non so precisare, ma nei primi giorni dell’invasione austriaca, 4 soldati penetrarono nella mia casa forzando alla porta.

Io mi trovavo con mio suocero e con i miei piccini, essendo mio marito in servizio militare. Quei forsennati vollero entrare nella mia stanza, e mentre tre di essi trattenevano mio suocero, che alle mie grida era sopraggiunto, il quarto sfogò su di me la sua libidine alla presenza dei miei figlioli.

Non valsero né le preghiere, né le grida mie e di mio suocero ad impedire l’atto infame, compiuto il quale i quattro manigoldi rubarono lardo, salami e quant’altro poteva essere loro utile.

Letto, confermato, sottoscritto

f.to Talotti  

(Pagine 58-59)

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Profughi, la partenza. Oltre Piave

 

Matteo Dal Canton, Quero

Si sentivano ormai le cannonate quando, verso mezzogiorno, siamo partiti da Quero diretti a Schievenin con le vacche e il maiale, e ci siamo fermati in una stalletta, vicino al pont de Cagnin. Eravamo assieme alla famiglia di Vincenzo Cencio Mondin, che aveva un figlio, Bepi, della mia età.

Una notte mia mamma ha sognato un gran fuoco, tutta la notte; ha sognato che sarebbero accadute cose tremende, e così al mattino abbiamo deciso di scappare e di andare in giù, lasciando a Schievenin tutto, anche le vacche.

Arrivati sulla strada grande che porta verso la pianura troviamo tutto pieno di soldati e carreggi. Oramai i tedeschi erano di là del Piave, sulla zona di San Vito, ma il Piave era come un mare e arrivava fin sulla ferrovia. C'erano i militari italiani sull'argine della ferrovia, con le mitraglie, che sparavano di là, e dall'altra parte i tedeschi che tiravano di qua.

Siamo arrivati Ai Canalét, come chiamiamo noi quel posto, a San Giacomo, che saranno state le nove o le dieci... quando ci hanno sparato addosso. Io sentivo le cannonate, ma a quei tempi io avevo nove anni e credevo che fosse il tuono. Capitavano queste granate, una qua e una là, e ne capitò una mentre si camminava di fianco alla strada dentro a una vigna, perché c'era tutta vigna in quel posto là. 

Un colpo, e mi sono trovato in mezzo a una nuvola, e i miei genitori mi hanno perso. Mi sono trovato in mezzo a questa nuvola e ho camminato finché ne sono uscito, e intanto veniva giù una pioggia a dirotto. Ho visto delle persone in terra distese, uno qua uno là. «Guarda», mi son detto, «questi qui dormono per terra, con questo tempo!». Pensavo che dormissero, quelli che erano per terra, invece erano morti, e forse erano morti proprio a causa della stessa granata che mi aveva diviso dai genitori. Intanto correvo piangendo e chiamando mamma qua, mamma là; era una disperazione e non si sentiva altro che piangere e gridare e cannonate. 

Ho continuato a camminare finché sono arrivato nei pressi della chiesa di Fener e là ho cominciato ad ambientarmi, perché prima non sapevo neanche dove mi trovavo, non sapevo se andavo in su o in giù.

«Allora vado a casa», mi son detto, «chissà che non trovi mia mamma». Venendo in su per la strada c'era una colonna di militari e mi dicevano: «Onde vatu, bocia?» (dove vai, piccolo?) e mi mettevano una mano sulla testa.

Sono arrivato a casa da solo, con la piova che continuava a cadere, e ogni tanto si sentiva un colpo qua e un colpo là. A un certo punto vedo venire avanti un soldato e mi dico: «Meno male che c'è qualcuno, chi sarà?». Ormai non piangevo neanche più, avevo il convulso. Ho aperto la porta ed era Carlo Curto mio cugino, che faceva parte del battaglione Feltre, ed era uno che veniva sempre in casa nostra. Carlo aveva incontrato mia mamma che piangeva disperata e allora era tornato indietro; invece di seguire la colonna era tornato a guardare, in cerca di questo bambino.

«Non sta piangere, no», mi ha detto Carlo, «tua mamma è quaggiù». Allora sono tornato indietro con lui e quando sono stato al ponte di Fener ho incontrato mia mamma, con mio papà e mia sorella; nessuno della famiglia si era fatto niente, ma abbiamo deciso di rinunciare ad andare avanti e siamo ritornati a Schievenin. 

Tornati a Schievenin c'erano sì ancora le nostre vacche, ma il posto lo avevano occupato altre persone qui del paese che vi si erano rifugiate. Allora ci siamo stretti tutti dentro, tutti impaccati. 

Hanno continuato a passare ancora, per alcuni giorni, dei militari italiani in ritirata dal Cadore, finché il 15 di novembre sono arrivati i tedeschi, che hanno tentato più volte di passare la montagna (il Monfenera). Avevano sempre in bocca Nach Venèding, Nach Venèding, ma non sono riusciti più ad andare avanti.

Noi abbiamo sbagliato, quella volta, a non passare subito su per la montagna. Visto che non si poteva passare lungo la strada perché si era sotto il tiro, avremmo potuto andar su per la montagna e scendere dall'altra parte: per otto giorni lo si avrebbe potuto ancora fare. Invece siamo rimasti a Schievenin, e con noi tutto il paese, finché a Natale i tedeschi ci hanno portato a Feltre

(Pagine 87-88)

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Profughi, il viaggio. Verso l’Italia, con i propri mezzi

 

Piero Barbon Pedrina, Spresiano

Mio papà aveva fatto il bersagliere, e... attacca i buoi al carro, e parti! Siamo arrivati fino in provincia di Siena, con il carro, i buoi e le mucche. 

La prima sera ci siamo fermati in una casa di contadini a Santa Cristina di Quinto e abbiamo dormito in stalla, e da là cammina, cammina, sempre col nostro carro e i buoi. «Pàra via, pàra via, pin pian» (vai avanti, vai avanti, piano piano): direzione Padova, Rovigo, Ferrara, fino a Firenze. Su per gli Appennini, con il carro e i buoi. 

Non avevamo una meta precisa, non conoscevamo nessuno in Toscana. Ci si fermava a mangiare dove capitava. Cinque-sei erano montati sul carro: mia madre, mia nonna e i figli a turno (eravamo in otto fratelli, ma due erano militari); mio padre a piedi conduceva i buoi, sempre a piedi, camminando. 

Il carro era coperto con un tendone appoggiato a degli stropóni (rami di salici) che facevano arco, il tendone era quello che di solito serviva per coprire le pannocchie, ed era abbastanza impermeabile. Dietro al carro erano attaccati anche una vacca e un vitello; la vacca serviva per il latte. Alla notte andavamo a dormire dalle famiglie lungo la strada. 

Arrivati a Firenze non c'era posto e ci hanno mandato a Livorno, ma neanche là c'era posto per noi. Allora ci hanno detto: «Andate a Siena, che là troverete lavoro». Siamo andati a Siena, oltre Siena, a Murlo, e abbiamo trovato una miniera di lignite di proprietà 

Là c'era lavoro e anche da dormire al coperto, e là ci siamo fermati fino alla fine della guerra

(Pagina 103)

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© Camillo Pavan, 2004, dal libro In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni

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Ultimo aggiornamento 12/01/09