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Camillo Pavan, In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni, Treviso, Pavan, 2004; L’ultimo anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti, Treviso, Pavan, 2004. |
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[…] c’erano chiacchiere in giro per la città: «I tedeschi hanno rotto la linea». Le autorità, forse per calmare, avevano mosso fuori dei manifesti, dicendo di non star sentire le chiacchiere, che non è vero niente, e intanto se la filavano come ha fatto il re tanti anni dopo, ci han piantati lì ( p.74). La sconfitta di
Caporetto, culminata il 24 ottobre 1917, ebbe gravissime ripercussioni
sia sul piano militare che sulle condizioni della popolazione civile.
Gli abitanti di una vasta zona al confine, dalle valli del Natisone alla
Carnia, dal Canal del Ferro al Friuli orientale, furono letteralmente
travolti dagli avvenimenti. Il Comando Supremo Italiano, colto di
sorpresa, non emanò alcuna direttiva per quanto riguardava il destino
dei civili; le autorità militari non organizzarono l’evacuazione, non
diedero istruzioni precise, i provvedimenti furono improvvisati. Talora,
per facilitare il deflusso delle truppe, la popolazione civile fu
addirittura ingannata. Donne, vecchi e bambini che vivevano nelle
retrovie improvvisamente si ritrovarono in prima linea. I soldati
italiani fuggivano, le truppe nemiche avanzavano e i civili si trovarono
di fronte ad un primo lacerante dilemma: affrontare l’occupazione o il
destino di «profughi»? Partire o restare? Mentre migliaia di profughi si
riversarono nelle città della penisola, non sempre accolti benevolmente,
chi rimase subì i saccheggi, le requisizioni, la fame, la prigionia, le
violenze. Infatti, dopo che le retroguardie dell’esercito italiano
ebbero fatto saltare i ponti sul Piave, il territorio veneto-friulano si
trovò in balia dei soldati austriaci e tedeschi che vi entrarono da
saccheggiatori, uomini affamati, logorati e induriti da un due anni e
mezzo di vita di trincea. Né si deve dimenticare che anche la
popolazione austriaca attraversò un momento estremamente difficile;
molti infatti furono costretti ad allontanarsi dalle zone da cui era
stata sferrata l’offensiva e a spostarsi in zone più sicure (Cernilogar
1998, pp.211-220). Il cielo era tutto una fiamma, tutto una fiamma, pareva che scoppiasse il mondo; tutto il cielo era un grande fuoco. Per fortuna quella sera c’era tanta pioggia, un diluvio di pioggia era. Per fortuna, perché…aspetti che le dico una parola ancora su quella sera del cielo di fuoco. L’indomani le strade erano gialle di gas, tutte gialle. Se non ci fosse stata la pioggia si sarebbe morti, con tutti quei gas ( p.11). Ed il cielo di fuoco sotto una pioggia scrosciante è un ricordo comune a tutti coloro che furono spettatori della caotica ritirata di soldati ed alleati. Il caporalmaggiore Antonio Faccin ricorda: La ritirata è iniziata così…sa com’è l’italiano: che quando hanno detto: «Ritirati!», tutti a correre, uno sopra l’altro ( p.13). Accanto allo sguardo dei soldati Camillo Pavan ci restituisce quello dei bambini che vissero la ritirata sotto la pioggia, le granate, il rumore delle mitragliatrici, ma che ebbero anche il tempo di stupirsi e ricordare episodi particolari. Io avevo cinque anni, quando è successo, e poi mi è rimasto impresso…tutta la strada piena di militari, durante la ritirata, con le donne che facevano una polenta e la mettevano sulla finestra e questi disgraziati, poveretti, venivano a prendersi la polenta bollente, con le mani ( p. .22). Io ero bambina ed ero là con il mio amico Berto e…non abbiamo visto i bersaglieri con due ruote in bicicletta? E io: «Berto, Berto…i càsca!» (cadono), perché era la prima volta che vedevo una bicicletta aspettiamo e… non vediamo gli Alpini! Uno, che deve essere stato il capo, una bella piuma bianca ( p. .23). Il volume focalizza poi l’attenzione sul dilemma che assalì la popolazione in quel momento: partire o restare? La paura dei «tedeschi» e dell’invasione spingevano alla fuga, mentre il timore di perdere ogni cosa induceva a rimanere. Si partì mossi da un impulso a seguire la folla, per paura della guerra e dei tedeschi, perché secondo le voci che si erano diffuse fin dal 1914, dal tempo dell’invasione del Belgio e della Francia, si pensava che «avrebbero tagliato loro mani e piedi». Talvolta si partì perché allontanati dai militari in ritirata. Ma l’attaccamento alla casa ed al paese indusse molti a restare per difendere le proprie cose; non uno dei testimoni dimentica di raccontare degli animali lasciati o portati via attaccati al carro. Noi siamo partiti, noi, ma…dopo mia madre aveva la vacca, aveva più passione della vacca che di noialtri! Aveva la capra, aveva il maialino (…) intanto che era lì e dava da mangiare al maiale, scoppia la polveriera e vien giù un pezzo di soffitto…questo maiale che scappa, la capra che gli corre dietro( p.40). Tra chi decise
di partire e chi non poté farlo o scelse di restare si scatenarono i
conflitti; i primi accusarono i rimasti di collaborazionismo, di furto o
di viltà. Ma chi rimase conobbe l’occupazione, la morte per fame,
crepacuore, avvilimento. Ci avevano detto di mettere fuori le lenzuola per fare un evviva e invece quando sono arrivati, sono entrati dentro la cantina, hanno aperto le botti e si sono messi a bere il vino con i cappelli di ferro. Era stato il prete in chiesa a dirci di mettere fuori le lenzuola, per fare un evviva, perché non ci facessero niente, ma quando sono venuti dentro i a fàt (hanno fatto) un demonio (p..53). I ricordi del
passaggio di questi soldati non sono dunque sempre positivi; «erano
pieni di fame» ricordano molti, mangiavano i maiali, la carne cruda,
entravano nelle case e mandavano la gente a dormire nelle stalle e nei
fienili, bevevano vino, si ubriacavano, uccidevano chi tentava di
difendere quel poco che restava. Siamo andati via con le mani in mano, con quel poco che eravamo vestiti. Perso tutto! ( p..42). Molti ricordano
la partenza sotto un «diluvio universale», una fiumana di persone, con
gli animali attaccati ai carri, mucche, muli, tacchini, oche, tutti in
colonna sotto la pioggia, e sopra al carro qualche materasso, i bambini,
le provviste, il vino. Chi, dopo qualche giorno tornò a casa non trovò
più nulla; gli animali furono i primi a sparire. Mio padre aveva nella stalla un posto in cui teneva le foglie e gli stocchi del granoturco e nascondeva là i disertori, quando venivano i tedeschi a cercarli con la baionetta in canna perché qualcuno aveva fatto la spia ( p.1) E mi raccontava mia mamma che in quella caverna c’erano molti disertori italiani e le donne del posto a mezzanotte gli portavano da mangiare. I tedeschi venivano a cercare nelle nostre stanze, ma non li hanno mai trovati (p.1) Si crea così tra i soldati italiani e la popolazione un legame solidale di solidarietà e di aiuto, di condivisione dello stesso destino, dello stesso senso di incertezza. I soldati mettevano a disposizione le loro abilità di mestiere, la gente dava loro quel che poteva, e se non cibo, per lo meno rifugio e protezione dai «tedeschi». Gli si dava da mangiare, anche se ce n’era poco anche per noi. Ma loro non stavano senza far niente, facevano un gerlo, dei rastrelli per tirare il foraggio, quello che sapevano fare ( p.1) Avevo anche un paio di scarpe di quelle di una volta con il tacco basso e lui ha voluto farmi i tacchi all’americana, che non sembravano più le scarpe di prima. Si chiamava Vincenzo Parisi e faceva il calzolaio ( p.2) Colpisce come in momenti di difficoltà ci si stringa tutti assieme, ci si protegga a vicenda, si mantengano rapporti di lealtà, di bontà. Colpisce la giustificazione che davano i civili dei soldati disertori. Non erano armati, stavano solo nascosti. Non li si chiamava proprio disertori, perché erano rimasti indietro quando ci fu la ritirata, e hanno dovuto nascondersi qua… Erano «rimasti indietro». Non l’hanno fatto apposta: non hanno fatto in tempo…e per non farsi prendere dai tedeschi hanno buttato via tutte le divise italiane e si sono vestiti da borghesi (p.1) «Erano poveretti come noi» spiega un testimone, che racconta come di notte dovessero fare la guardia perché i disertori che si nascondevano nelle grotte, scendevano a rubare patate dagli orti. Non avevamo paura, perché erano soldati di niente, erano con le scarpe rotte anche loro, dormivano come le galline ( p.2). Anche questo
volumetto si sofferma sulle vicende dei profughi giunti un po’ ovunque.
Nelle retrovie erano i profughi ad essere curati dai soldati, dormivano
nelle stalle e nel paièr (pagliaio), mangiavano cibo donato dalle
truppe. Abitavano in case di contadini, dormivano sulla paglia in cambio
del sussidio; comune è il ricordo di quando ci si doveva svegliare
all’alba per «governare le bestie». A Montecatini ai bambini quando non ubbidivano o facevano i capricci gli dicevano «Stai zitto sennò ti faccio mangiare da un profugo!»…non erano tanto per la quale, perché non sapevano neanche dov’era il Friuli e ci trattavano come i selvatici. Io parlo della popolazione: ci consideravano là come i servi, anche se eravamo in albergo. Non sapevano neanche dov’era il Friuli (p.6) Non sono pochi a ricordare questo particolare; una donna rammenta: Ad Arienzo (provincia di Caserta), ci dicevano: «Maledetti austriaci, siete venuti a mangiare il nostro pane!», ci dicevano. Eravamo bambini noi, e me lo ricordo lo stesso. Credevano che fossimo austriaci ( p.9). In Italia
centrale i bambini passavano le giornate chiedendo l’elemosina nelle
campagne, altri più fortunati avevano genitori o fratelli che avevano
trovato lavoro nelle fabbriche o come aiutanti nei negozi, nelle tenute
in campagna. Del periodo trascorso al Sud, dove le ragazze del posto
restavano stupite dell’emancipazione delle ragazze del nord che andavano
«per strada da sole», i testimoni ricordano la diversità di abitudini e
di modi di pensare. E cosa è successo? Che dopo la morte del mitragliere, il suo spirito continuava a farsi vedere. Alla sera, quando era una certa ora, i cani abbaiavano e qualcuno della nostra famiglia diceva: «Ah, vàrda lavìa: è el tedesco» (p.17). Per alcuni anni lo spirito di questo soldato fu visto girare per la zona, tutti cercavano di andargli incontro per chiedere cosa volesse, incuriositi, impietositi o preoccupati dal suo continuo vagare nei boschi. Una donna pensò che volesse farsi dire una messa, così fecero e non lo videro più. Riferimenti bibliograficiCecotti Franco
(a cura di), «Un esilio che non ha pari». 1914-1918. profughi,
internati ed emigrati di Trieste, dell’isontino, dell’Istria,
Gorizia, Goriziana, 2001. Maria Vittoria Adami |
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aggiornamento
12/01/09
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