La resistenza italiana alla Sella di Canebola, il 26 e 27 ottobre 1917

Si tratta di un altro dei numerosi, ancorché frammentari, episodi di resistenza dell'esercito italiano, avvenuti quando ormai lo sfondamento era cosa compiuta e destinati quindi ad essere, in partenza, senza prospettive. Fatti d'arme di cui al massimo si trova qualche rapido cenno solo nelle più dettagliate cronache della battaglia, ma che quasi sempre hanno lasciato una traccia profonda nella storia delle popolazioni locali.

Nel caso di Canebola, la resistenza italiana si guadagna un giudizio positivo da parte tedesca nel sia pure stringato resoconto che il libro di Krafft von Dellmensingen le riserva, all'inizio del capitolo dedicato ai Progressi della 50a divisione austro-ungarica il 27 ottobre 1917.

«Nel settore operativo di quest'unità, il nemico oppose una seria resistenza all'avanzata di due colonne in direzione di M. Carnizza e di Canebola: qui gli italiani avevano originariamente progettato un contrattacco affidato a 4 reggimenti appartenenti a tre diverse brigate, che però finirono per limitarsi alla pur accanita difesa delle posizioni situate sui valichi. Per conseguenza l'avanzata della 50a divisione avvenne con lentezza, anche se questo non impedì alla XV brigata di occupare verso sera i capisaldi di M. Carnizza e M. Nagrad, dove sostò per trascorrere la notte»1.

La Relazione ufficiale italiana permette una ricostruzione più dettagliata. Già il 25 ottobre alle 18,40, il comandante del IV C.A., «per evitare aggiramenti sul proprio fianco destro ordina al comando della 34a divisione di occupare con 600 fucili la sella fra M. Joannes e M. Carnizza contro le provenienze da nord, nord est e nord ovest» 2.

Lo schieramento della 34a divisione, con i resti della brigata Potenza (che abbiamo visto impegnata a fronteggiare i tedeschi a San Volario) e del 9° rgt. bersaglieri, avviene però solo verso le ore 15 del giorno successivo.  Nella serata del 26 ottobre si portano in linea anche un battaglione della Brg. Siena (assegnato dal comando del IV C.A.) e un battaglione della Brg. Vicenza, in ripiegamento da M. Joannes 3.

Nella notte sul 27 ottobre risultano schierati dalla Sella di Canebola alle falde del M. Joannes «un battaglione del 31° Fanteria ed i resti del 9° Bersaglieri». Quando al mattino del 27 arriva l'ordine di ritirarsi oltre il fiume Torre, prima tappa del ripiegamento al Tagliamento, sono lasciati sulla linea Sella di Canebola-M. Joannes «per contenere la pressione nemica e dar tempo alle impedimenta ed altri reparti più provati di ripiegare sulla destra del Torre» i battaglioni della Brg. Bisagno, «i meglio inquadrati e i più freschi».

Alle 18 del 27 ottobre reparti della 50a div. AU e della 12a div. tedesca hanno finalmente la meglio sulla resistenza italiana 4.

Fin qui le carte ufficiali.

Il ricordo di questi avvenimenti è rimasto impresso nella memoria storica della gente del luogo, che li ha reinterpretati a modo suo.

Dalla parte slovena del confine ne troviamo traccia nelle testimonianze di Janez Fon e di Mihael Ursič. In particolare quest'ultimo parla di una cappella esistente a Canebola, proprio sul colmo, dedicata a Sant’Antonio, dove «i soldati si fermavano a pregare un pochino», per poi proseguire verso Attimis, Nimis, Udine».

Ho voluto vederla, questa sella di Canebola. A Faedis mi fermo per chiedere informazioni. Trovo un vecchio, Domenico Pelizzo, classe 1910, che così sintetizza l'episodio.

«A Canebola, qui, non si è saputo il nome di chi è stato, di quel soldato che è stato bravissimo: tre giorni e tre notti con le mitraglie continue. Aveva un tre mitraglie, tac tac tac - tac tac tac. Tre giorni e tre notti continuamente a sparare, e finalmente l'hanno accerchiato, i tedeschi. E l'hanno ammazzato. Tutti quelli che passavano volevano dargli una pestata 5. L'hanno tagliato in due a forza di pestare, poverino. Non si è mai saputo chi era. Meritava una medaglia d'oro, quel soldato lì…».

Anche a Canebola, nella piazza e nei due bar del paese gli anziani, nell'indicarmi la strada per la sella dove c'è la cappella di S. Antonio, mi raccontano di questo soldato, che da solo resistette quando tutti erano scappati. «Non si è mai saputo chi fosse, perché non gli hanno più trovato la piastrina».

Eccoci alla sella di S. Antonio. Un posto isolato, fra boschi, prati e dolci declivi. Ecco la semplice cappella, con la lapide di recente restaurata che ricorda il sacrificio di questo fante di cui mai si è conosciuto il nome e di cui le carte non parlano. Una lapide — per quanto lo concede l'argomento — priva di retorica, e in cui colpisce la “firma”: la popolazione di Canebola, unita ai combattenti e ai reduci.

Se nessuno ha provveduto ad inserire questo fante senza nome nell'albo d'oro delle medaglie al valore, ci ha pensato la popolazione,“memore”, di Canebola e dei paesi vicini, ad adottarlo come un figlio e a tramandarne le gesta.

 

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1 Krafft von Dellmensingen, Lo sfondamento dell’Isonzo, a c. di Gianni Pieropan, Arcana, Milano, 1981, p. 165.

2 Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1967, L’esercito italiano nella Grande Guerra, 1915-1918 (Relazione Ufficiale Italiana), vol. IV/3, p. 341.

3 Id., pp. 369-371.

4 Id., pp. 396-98.

5 Volevano calpestarlo.

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

 

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Ultimo aggiornamento 12/01/09