Profughi sloveni in Italia

Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

 

Janez Fon (Ladra, presso Caporetto - 1904)

 

 

«A Cava de' Tirreni, ci volle del tempo… ma poi gli abitanti  si accorsero  che anche noi eravamo gente tranquilla. Anche la moglie del sarto dove noi abitavamo convinta, all'inizio,  che noi eravamo gente crudele e barbara, che tagliava le mani ai soldati italiani feriti si rese conto che eravamo più buoni delle pecore.

Piuttosto, a Corpo di Cava c’era un maresciallo dei carabinieri in pensione che gestiva un albergo in cui erano alloggiati molti profughi. Quel maresciallo era anche cuoco, e faceva da mangiare come fanno i napoletani laggiù.

C’erano vecchi, c’erano bambini che non riuscivano a mangiare quelle cose lì, allora i profughi iniziarono a protestare. Con noi c’era un molinaio di un paese quassù, di Smast, che si chiamava Andrea Gregorcic e iniziò a scrivere delle domande per farci dare i soldi a noi, che ci saremmo arrangiati noi a farci da mangiare come eravamo abituati. Inviò una domanda al Delegato che stava a Cava dei Tirreni, e niente; ne mandò un’altra al prefetto che stava a Salerno, e ancora niente.

E’ lì che ho conosciuto la camorra 1. Questo maresciallo aveva tutto l’interesse a ricevere lui i soldi, e così aveva fatto in modo che il Delegato e il Prefetto non accettassero la nostra domanda. Allora il molinaio disse:«Facciamola in un’altra provincia», e infatti la facemmo ad Avellino. Con noi c’era anche il parroco di Libuπnje, e quella volta lo mandarono in Sardegna, perché dicevano che era lui a scrivere le domande, che era lui a sobillarci; invece non era vero niente, era il molinaio.

A Corpo di Cava non mi sono trovato male. Noi bambini si giocava e io non andavo a scuola. La mamma andava ogni giorno a lavorare a Cava, all’ospedale, non so se militare o che altro, perché io non glielo domandavo. Partiva alla mattina e tornava alla sera, a piedi, e ci metteva quasi un’ora. All’ospedale cuciva e prendeva una lira al giorno. Inoltre il governo passava una lira di sussidio a chi aveva oltre quindici anni; da sei anni fino a quindici, sessanta centesimi; fino a sei anni, quaranta centesimi. Ma un chilo di arance costava dieci centesimi; un chilo di farina gialla per far la polenta erano venti centesimi; il sussidio insomma serviva per sopravvivere e la paga della mamma era un qualcosa in più.

Ricordo ancora qualche parola di quel dialetto. Ad esempio ricordo che dicevano: «Mannaggia madonne! Eh che cazzo vòle? Eh, che cazzo guaglioncello austriaci! Eh che sti cazzo di filanciuoli di austriachi, màggnano, bevono e si futtano il cazzo» (voleva dire che i ragazzini profughi sputavano, non lavoravano, non avevano voglia di lavorare…).

Invece sa che abitudine avevano là? I ragazzi dai 15 anni in poi, fino a 16-17-18 anni, quei ragazzi lì non lavoravano. Niente, non so cosa facessero; così era. I contadini sì che lavoravano, ma quelli in paese, i ragazzi che erano là, se ne stavano a passeggiare. Non li ho visti a lavorare; forse qualcuno andava a Cava, non lo so, ma in paese non lavoravano.

A Corpo di Cava c'era una segheria a mano, con dodici seghe. Segavano a mano tronchi di castagno per fare le botti per il vino; una volta segate disponevano le tavole ancora fresche in un modo che si piegavano, (da sole, senza fuoco), come richiesto per le botti. Poi le tavole venivano a prenderle da un altro paese. Per segare si mettevano uno sopra e uno sotto, tutto a mano.

Non rimanemmo a Corpo di Cava fino alla fine della guerra. Ad un certo punto, non ricordo in che periodo, ci lasciarono venire su, a Logje, dove mia mamma aveva una cugina che ci poteva ospitare e con noi venne anche qualche altra famiglia che aveva dei parenti dove andare (…)».

 

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Mirko Rakuscek (Dreznica -1909)

 

 

«Del viaggio in Italia mi ricordo che eravamo lì a Podbela quando vennero a dirci che si doveva partire. Vennero con i camioni militari e ci portarono fino a Udine, alla stazione. Ci fecero salire su un vagone di terza classe e si correva piano piano. Ogni tanto ci si fermava, anche due o tre ore. Cambiavano la motrice, ma noi si rimaneva sempre nello stesso vagone. Finché arrivammo ad Avellino, e da Avellino ci portarono a Candida, in un monastero. Ricordo che la prima notte dormimmo per terra, senza letti, uno sopra l'altro. Poi ci diedero una stanza che sarà stata di cinque metri, per due famiglie: la nostra e una di Drezinske Ravne. Eravamo in nove più nove, diciotto persone, in quella camera.

Candida era un paesetto piccolo, ma forse un po' più grande di Dreznica. Lì siamo rimasti per tre anni, e alla fine parlavamo come i napoletani, anche dopo, quando siamo tornati a casa!

A Candida non facevamo proprio niente. Non c'era nessun lavoro da fare e poi eravamo solo bambini e donne, e due tre vecchi della mia età di adesso. Solo alcuni uomini di Dreznica, che erano ancora in grado di farlo, andavano a tagliare legna.

Noi bambini si correva di qua e di là. Lì c'erano tanti di quei fichi, e nessuno li prendeva! Se oggi mi portano qua dei fichi, neppure li guardo, non li mangio, no. Perché non li mangio?  Perché lì andavamo sugli alberi a prenderli, ed erano già secchi, dolci, zucchero. Oggi, come posso mangiarli? Il ricordo va sempre a quei fichi lì…

Quelli di Candida, la sa come che la xe, a quei tempi erano proprio ignoranti, non sapevano neanche scrivere. Lori non sapevano niente, che cos'era la guerra. Un giorno eravamo a Tripaldo [Atripalda, provincia di Avellino]  io e mio fratello. Eravamo andati a fare la spesa, e una donna ci chiede: «L'Austria xe tanto grande come Tripaldo?» Ci puoi credere?

E poi qualcuno era anche stupido. Io ero un bambino, e uno, un uomo anziano, mi prendeva per i capelli e mi continuava a chiedere: «Chi vince, chi vince la guerra?». Ostia, ho detto: «L'Italia, no!». E cosa dovevo dire?  Altrimenti quello mi picchiava!

Quando poi ci fu la ritirata di Caporetto, quelli là vennero da noi di Dreznica. «Abbiamo paura», ci dicevano. «Se venisse qua l'Austria, voi ditegli che ci siamo comportati bene con voi, che non ci facciano del male!».

 

 

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Alojz Melihen (Srpenica, 1908)

 

 

«Dopo essere rimasti un mese ad Azzida, vicino a Cividale, ci portarono a Genova dove divisero i vari vagoni. Il nostro vagone, con tutte le famiglie che c'erano dentro, fu portato a Crescentino, che oggi è in provincia di Vercelli, in mezzo alle risaie; e quando siamo arrivati avevamo tutti i pidocchi, allora ci diedero una polvere, e poi ci lavarono la roba.

La nostra famiglia trovò alloggio proprio al centro di Crescentino, di fronte a noi c'era la Piazza delle Catene, eravamo sul crocevia del Corso, poi c'erano i portici. I padroni della casa dove abitavamo si chiamavano Gutriss […] e avevano una farmacia proprio sotto di noi.

Io andavo a scuola, in seconda classe, con un maestro piccolo di statura; era un buon uomo, sulla sessantina e si chiamava Rapetto.

Mio papà lavorava in una fabbrica di giberne per cartucce (e qualcuna l'abbiamo portata a casa con noi, devo averla ancora in soffitta, sotto il tetto). In fabbrica si prendevano due lire al giorno, ma cosa sono due lire, se le mele, le più scarte, costavano cinque  centesimi al chilo, mentre le mele un po' più scelte valevano fino a quindici centesimi? Per questo mio papà, con altri sei uomini di Srpenica in grado di lavorare andava a tagliare gli alberi. C'erano dei pioppi grossi, e c'era la segheria in paese. Il papà e la squadra facevano il contratto per abbattere tot alberi e poi li tagliavano a mano, perché non c'erano le seghe che ci sono oggi.

A Crescentino eravamo in dodici famiglie di Srpenica. Le altre erano state portate a Diano Marina e a Porto Maurizio; anche i nostri vicini di casa erano a Diano Marina.

Noi e tutti i profughi ci siamo trovati bene perché l'Italia come politica aveva una gran politica, e poi gli americani le mandavano la pappa. Chi non lavorava prendeva una lira al giorno di sussidio.

Il pane era quelle micche, come le chiamano lì i piemontesi, non era di granoturco, era buono.

Eravamo trattati bene, anche perché noi di Srpenica, non per vantarsi, ma siamo gente onesta, a rubare non sapeva nessuno 2.

Oddio c'erano i ragazzi che sfottevano uno del nostro paese che faceva il maestro, e quando ci fu la presa di Gorizia, gli correvano dietro e gli dicevano «Profugaccio! Gorizia l'è nostra e la merda l'é vostra!» e allora lui si arrabbiava. Era il maestro di Zaga, si chiamava Giovanni Trebse e poi, insieme con il segretario comunale, e le rispettive famiglie fu internato per un po' di tempo in Sardegna.

Mia mamma ha anche avuto un figlio, a Crescentino, e l'ha battezzato con il nome di quel posto. Siamo sempre stati a Crescentino, fino a quando siamo tornati a casa, nel 1918; ricordo che il sindaco era Blotto Carlo e sua moglie si chiamava Angela.  

Da profugo, in famiglia parlavo sloveno, ma fuori imparai ben presto il piemontese; parlavo direttamente il piemontese, come loro. 

Comunque fra ragazzi, i più grandicelli, si sono battuti con quelli del posto e una volta sono venute anche le guardie a separarli, ma poi si andava a giocare assieme.  Insomma non ho un brutto ricordo, anzi.

La mamma stava a casa con la famiglia, mio padre lavorava, io andavo a scuola e, quando erano le 11, avevo il permesso dal maestro di andar fuori per portare da mangiare al papà. Una volta mi ricordo che lavorava a due ore di distanza dal paese, nella Cascina Ganoia di proprietà del padrone della segheria, dove c'erano degli alberi di ciliegio, che mio papà e la sua squadra dovevano tagliare. Rimase laggiù per circa una settimana e io andavo sempre a portargli da mangiare.

Concludendo io da profugo non sono stato male, stavano male quelli che hanno dovuto andare in Austria, perché in Austria mancava la pagnotta, ma anche in Italia si sarebbe stati male se non ci fosse stata l'America».

 

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Franc Ursic (Idrsko, 1908)

 

Arrivati gli italiani siamo rimasti nelle nostre case solo pochi giorni; il 7 giugno 1915 tutto il paese fu portato via, a Breginj. Lì siamo rimasti per mezzo anno e poi noi che eravamo solo bambini (cinque fratelli più la mamma, il papà era morto) siamo stati portati in Bassa Italia, vicino a Napoli, provincia di Caserta, a Nola.

Abbiamo fatto il viaggio in treno, sui vagoni bestiame, seduti per terra e a Nola ci hanno messo dentro a una grande casa che era un asilo; eravamo una decina di famiglie lì dentro; altre famiglie erano state portate in un paese lì vicino, a Cimitile. Quelli di Idrsko che avevano uomini in famiglia rimasero invece a Breginj a fare strade e trincee.

I napoletani del posto all'inizio erano diffidenti nei nostri confronti, ma poi dicevano che eravamo come loro. Noi comunque stavamo per conto nostro, mangiavamo la nostra roba, la polenta; loro invece mangiavano la pasta. A Nola ci pagavano anche; ogni giorno una lira a testa per tutti. Si viveva bene, da mangiare ce n'era.

Siamo tornati da Nola solo nel 1919. In tutto siamo stati profughi quattro anni, tre anni e mezzo in Italia e mezzo anno su a Breginj».

 

Note

 

 

1 Il termine “camorra”, nel senso di piccole e grandi ruberie, ingiustizie nella distribuzione di viveri e generi vari, ecc. era forse la voce più diffusa del gergo militare.

«Quando le razioni non sono uguali per tutti, si grida: - Camorra! Non fare camorra! - Purtroppo la camorra, nel senso soldatesco della parola, c'è. Al soldato che sta nelle prime linee, e dovrebbe essere “sacro”, non giunge che la minima parte di ciò che gli spetta, giusta il regolamento di guerra. Caffè, cioccolata, vino, grappa passano per troppe mani di conducenti, caporali, piantoni. La “camorra” sembra essere un fatto normale, ma irrita grandemente i soldati, specie in guerra. C'è il caso di sentirli dire: “Governo ladro!”. La camorra finisce per esercitare influenza deprimente su quello che si chiama il “morale” delle truppe». (Benito Mussolini, 1934, "Il diario di guerra (1915-1917)", in Dall'Intervento al Fascismo (15 novembre 1914 - 23 marzo 1919), Hoepli, Milano, p. 109).

Vedi anche Giuseppe Giuriati, 1935, Diario di guerra, Prefazione di Giovanni Comisso, Sezione provinciale Associazione Nazionale Granatieri, Treviso. (Ristampa Hefti Edizioni, Milano, 1996), p. 79. [Ex prigioniero in Austria, a guerra ormai finita, nel dicembre  1918]: «Ora incomincia mancare il rancio, poco e anche tristo quei pochi di pacchi che arrivano erano tutti sfasciati ne rubavano la roba migliore in più faceva anche camorra e vendeva, ora si fa fame di nuovo. Il comitato Italiano aveva raccolto i sigari e tabacco (…) e ne dava più volentieri ai tedeschi che a noialtri».

Cfr. inoltre Nuto Revelli, 1977, Il mondo dei vinti, Testimonianze di vita contadina, Einaudi, Torino.  p. 104 [Racconto di un testimone, prigioniero in Romania, dopo l'armistizio]: «I francesi che ci amministrano ci danno un caffè speciale, pastasciutta, tutto è a posto. Ma arrivano gli ufficiali italiani, ’sti italiani de sgorbi, egoisti, rubano le nostre razioni, il caffè diventa cattivo come una merda, lo zucchero lo regalano tutto alle puttane… ». 

2 Analoga dichiarazione di forte auto-stima in La città di legno, Profughi trentini in Austria 1915-1918, p. 49. «È finita che [in Boemia] volevano forse più bene a noi trentini, perché hanno visto che era gente che aveva voglia di lavorare, onesti, non rubavano (…)».

 

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 12/01/09