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I
profughi dell'Alto Isonzo
Testimonianze
raccolte da Camillo Pavan |
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Ivan
Janina (Volarje,
1906) «Un
giorno gli italiani ci dissero che i civili dovevano andarsene, e fecero
andare metà del paese verso Selisce e Caporetto, dicendo che l'altra metà
degli abitanti sarebbe dovuta partire il giorno dopo. Ma il giorno dopo
non si fece vedere nessuno. Allora noi siamo andati per conto nostro,
verso Tolmino e quando siamo arrivati a Gabrje, lungo la strada abbiamo
trovato tutte frasche di nocciolo che gli austriaci avevano messo per
nascondere i loro movimenti. Da Tolmino siamo andati fino a Most na Soci e
qui abbiamo preso il treno che ci ha portato in Austria. In
Austria non ci siamo trovati bene; meglio sono stati quelli che sono
andati in Italia. Molti si sono fermati a Breginj, quelli che erano ancora
capaci di lavorare. I piccoli e le donne sono stati mandati all'interno
dell'Italia; tutti avevano da mangiare in abbondanza, sono stati bene. Ma
in Austria?… Barabbe! Eravamo
vicino a Vienna, in baracche, a Bruck an der Leitha. La cucina per
mangiare era in comune, però si mangiava male e poco. Più
di metà sono morti. In casa nostra due fratelli più piccoli di me e mio
nonno vecchio sono morti lì in Austria, di fame. L'Austria?…Barabbe!
». Darinka
Pirc
(Bovec, 1910) «A
Tarvisio rimanemmo solo qualche giorno, il tempo di trovare un posto
migliore. Poi vendemmo carro e cavallo, salutammo il servitore e ci
dirigemmo verso Arnoldstein, una cittadina che si trova 17 km dopo
Tarvisio. Lì abitava Martin Messner, un vecchio fratello di nostra nonna,
e prima di noi era già arrivata un'altra zia proveniente da Gorizia, la
quale era stata una delle prime a partire, perché essendo sposata a un
impiegato statale di un certo livello, già da tempo aveva capito che
bisognava andarsene. E anche questa zia era arrivata ad Arnoldstein con
tre-quattro bambini e molte casse piene di roba. Il
vecchio zio Messner, per un po' portò pazienza ma poi si vedeva che
faceva sempre più fatica a sopportarci. Allora la zia se ne andò a
Klagenfurt e la mamma trovò una casetta in affitto in un paese lì
vicino, Seltschach, che distava da Arnoldstein come Pluzna dista da Bovec.
E lì rimanemmo per tre anni, fino al settembre del 1918. Ce
la siamo passata bene, considerati i tempi. Perché eravamo gli unici
profughi di quel paesetto e poi mia mamma, (Giuseppina Marinic, di Smartno,
nel Collio), era maestra; conosceva molto bene il tedesco, scriveva delle
domande, delle suppliche per la gente del posto che ne aveva bisogno,
ricamava, aiutava la padrona di casa… Però, malgrado ciò, c'era sempre
qualcuno del posto che si lamentava, che ci guardava di traverso: «Oh!,
quei profughi, quei profughi!». Io,
la prima classe l'ho fatta ad Arnoldstein; vi si andava a piedi in circa
un'ora, attraverso un bosco. Ci insegnavano la scrittura gotica e per me
non fu difficile impararla, mi sembrava del tutto naturale scrivere così.
Io poi andavo bene a scuola perché mia mamma era maestra, e tante cose le
sapevo già. E poi con la mamma si cantava, si recitava. Quando magari
avevo fame, o non c'era legna sul focolare, mia mamma ci metteva lì, ci
copriva e si metteva a cantare, ed è per questo che so tante canzoni. Perciò
posso dire di essere stata bene, da profuga. Non
così mio marito, che aveva tredici anni quando dovette lasciare Bovec e
siccome non aveva né mezzi né conoscenti in Austria fu costretto ad
andare nel campo profughi di Bruck an der Leitha1.
Lì stavano male, soprattutto i bambini e i vecchi; ne morivano tantissimi
di dissenteria. Si pensi che in quegli anni Bovec aveva 1500 abitanti e ne
morirono 480, profughi a Bruck. Il
campo profughi si trovava dodici km dopo Vienna. Adesso ne hanno anche
restaurata qualcuna di quelle baracche e l'anno scorso il nostro sindaco
Andrej Stergulc, il parroco e un gruppo di abitanti di Bovec sono andati a
visitare il campo, e hanno portato come ricordo una croce in legno
lavorata qui in paese . Da
Zaga in su tutti paesi furono profughi a Bruck mentre da Zaga in giù
andarono in Italia, in Liguria. «Stavano bene loro, in Italia; stavano
benissimo, si poteva lavorare, si poteva vivere». Nel
campo di Bruck an der Leitha c'erano le scuole slovene, c'erano i nostri
maestri, e una volta arrivò in visita con il baldacchino la granduchessa
cugina di Franz Joseph 2. C'era anche una scuola
per fare cestini, per lavorare i vimini. Mio marito, che si chiamava Marjo
Kravanja e sono 45 anni che è morto, era piccolo e magro. Mi raccontava
che una volta stavano costruendo delle grosse ceste, una specie di bauli
da viaggio. Durante l'intervallo il maestro andò fuori dall'aula; i
ragazzi ne approfittarono subito per fare baccano e chiusero dentro a uno
di questi bauli mio marito. Quando il maestro ritornò, non vedendolo più,
cominciò a chiedere: «Dov'è Kravanja? Dov'è Kravanja?». Ma nessuno
voleva dirgli dov'era. Allora il maestro iniziò a cercarlo lui, guardando
se fosse nascosto in qualche parte, finché andò a sbattere nella cesta
dove era stato messo mio marito, … e Kravanja saltò fuori! Ma
era fame, in quel campo, una gran fame. Questa Bruck an der Leitha si
trova in un triangolo fra Cecoslovacchia, Ungheria e Austria e i nostri
quando non ne potevano più dalla fame andavano di notte in Ungheria, a
rubare patate, granoturco, rape, tutto quello che si poteva. Perché
l'Ungheria era sì insieme con l'Austria, ma il mangiare se lo teneva per
sé! Una
mia zia, Sofja Kravanja, che è stata anche lei profuga a Bruck a/d Leitha
mi raccontava che nelle baracche, per passare la malinconia, tante volte
si cantava. Lei era solista, e cantava canzoni slovene che spesso erano
poesie di Simon Gregorcic, come questa: Prdi
zvezda nasa pridi
Vieni stella nostra, vieni
Jasne
u nas u pri oci
guardaci con occhi sereni naj
moj dom
ti possa la mia casa Te
zopet vidi
vedere ancora
svetla
z vezda
chiara stella nasih
dni… dei
nostri dì… ». |
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Marija
Leban (Gabrje, 1910) «Eravamo
a Ledenitzen, un posto molto bello in mezzo ai monti e vicino c'è il
fiume Drava. Noi lavoravamo da un contadino a raccogliere patate; anche i
bambini piccoli erano portati sul campo a lavorare; anch'io a cinque anni
ho lavorato a tirar su patate. Ci davano da mangiare patate; poi
compravamo la farina; pane ce n'era poco. Abbiamo sofferto molto la fame. C'era
poco da mangiare perché non ce ne volevano dare; la roba da mangiare
c'era ma non ce la volevano dare. Sono cattivi gli austriàchi.
C'era
un sindaco che si chiamava Rutar, era un po' sloveno e un po' tedesco,
perché lì parlano tedesco e sloveno. Questo sindaco ci diceva: «E
adesso quelli che sono venuti qui, vanno nel bosco, vanno nel prato a
mangiare gras, a mangiare
l'erba!». La
nostra famiglia però se la cavava perché mia mamma era brava a cucire ed
avevamo con noi uno zio vecchio, che avrà avuto 80 anni e aveva fatto la
guerra contro i francesi. Lui sapeva lavorare i vimini. Li raccoglieva in
riva alla Drava e poi faceva dei bei cestini; ne conservo ancora uno di
questi cestini fatti dallo zio. Quelli
che invece stavano veramente male erano gli altri abitanti di Gabrije che
si trovavano nel campo profughi di Bruck an der Leitha: loro, lavorare
niente, e poco da mangiare. Per mangiare andavano a rubare le patate sul
campo». ------------ Note 1 Sui criteri "rigidamente classisti" con cui si
decidevano le diverse destinazioni dei profughi cfr. Paolo Malni, "Vivere in un campo profughi: Wagna
1915-1918", in Qualestoria,
n. 3, dicembre 1992, p. 175. Lo studioso goriziano, dopo aver ricordato
che «alle persone sozial
höler stehende (appartenenti ai ceti sociali superiori) erano
riservate alcune delle maggiori città della monarchia (Vienna, Praga,
Linz, Graz, etc.) nel caso in cui fossero in grado di fare a meno
dell'assistenza statale» e alcune colonie speciali negli altri casi,
sottolinea come «in sostanza la popolazione dei campi venne ad essere
composta per lo più di donne, bambini ed anziani appartenenti ai ceti
subalterni, privi di mezzi e di appoggi». 2 La chiesa del campo di Bruk
an der Leitha fu solennemente consacrata il 27 aprile 1916. Per
l'occasione fece visita al campo la granduchessa Maria Giuseppina, madre
del futuro imperatore Carlo 1° e patronessa dei profughi del sud. Drago Sedmak, 1997, Profughi
nelle "città di legno" in Grande
Guerra e popolazione civile …, p. 296.
© 1997 -
dal libro Grande
Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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