La resistenza italiana a Stupizza

il 25 ottobre 1917

I tedeschi della 12a div. trascorrono la notte fra il 24 e il 25 nei villaggi di Robič e Kred, a breve distanza dall'antico confine fra l'Italia e l'Impero austro-ungarico[1]. Di fronte a loro, con l'ordine di sbarrare l'imbocco di Val Natisone, stanno i fanti della Brg. Potenza (34a div.) appostati sullo sperone di San Volario, dove il Natisone compie una curva a gomito e prende la direzione dell'Italia. Resisteranno fino al primo pomeriggio del giorno successivo, quando si ritireranno sul monte Mia, per poi scendere verso Logje.

Nel frattempo, risalendo la strada proveniente da Cividale in senso opposto alla marea dei profughi e degli sbandati, sono giunti a Stupizza, verso mezzanotte, i fanti della brigata Vicenza, 53a div., una delle poche disponibili della riserva italiana. Con loro, due compagnie di mitraglieri di cavalleria, di cui una (853a, Cavalleggeri di Roma) si inerpica sul costone del monte Mia — sulla sinistra, risalendo la valle — e l'altra, (854a, Lancieri di Milano) sale sui contrafforti del monte Nabruna, sulla destra.

Nel fondovalle un plotone del genio scava elementi di trincea dalla rotabile fino al fiume mentre la strada, per tutta la notte, continua ad essere percorsa da gruppi di civili e di militari sbandati, diretti verso Cividale. All'alba del 25 ott. l'esodo è terminato e la sede stradale viene «chiusa da una barricata fatta con carri, botti e travi, messi a sostegno di un muretto di sacchi ripieni di terra»[2].      

Il nuovo giorno trova la strada deserta e i fanti italiani intenti a pulire e oliare i fucili. «Le figure di quelli che ripiegavano erano scomparse con la notte. Ritornava la sicurezza nelle proprie forze e nelle proprie armi [3] (…) Tuttavia gli animi erano agitati da contrasti indefiniti: negli occhi dei soldati permaneva una ombra inquieta. Nessuno cantava, nessuno rideva, tutti erano silenziosi e attenti…».

Verso mezzogiorno arriva un plotone del 3° Squadrone Cavalleggeri di Alessandria e con loro il comandante della 53a divisione generale Maurizio Gonzaga. «Egli parla ai suoi ufficiali: “Bisogna sapere dove sono arrivati e chi abbiamo veramente di fronte. I cavalleggeri di Alessandria si spingano verso Robič”».

Viene allora aperto un varco sulla barricata e il plotone, 28 cavalleggeri di cui tre volontari, alle 13,30 si lancia al galoppo verso Robič, con in testa il ten. Lodovico Laus.

«La galoppata risaliva la valle, s'addentrava nelle anse della stretta, scompariva e riappariva tra i fianchi del monte. (…) Non s'udiva una voce, solo gli zoccoli dei cavalli battevano col ritmo del nostro sangue sulla strada del sacrificio inevitabile. A tratti giungeva il grido lontanante di “Savoia”! Mille echi sembrava ripetessero il grido lungo il fiume. (…) Il primo scontro avvenne alla casina della vecchia frontiera. Vedemmo i cavalleggeri sciabolare una pattuglia tedesca e proseguire. Ma d'improvviso le prime raffiche di mitragliatrice soffiarono rabbiosamente sulla strada. Vampe di fuoco e nuvolette di fumo e l'urlo della morte, come una ventata di gelo, percorse la valle, abbatté gli uomini, disperse i cavalli, coprì di sangue le uniformi e le selle. (…)

La strada appariva ingombra di cavalli caduti; la tragica galoppata era finita. E allora vedemmo cavalli ritornare a redini abbandonate verso la trincea, altri coperti di schiuma e di sangue galoppare ancora come pazzi, poi cadere di schianto sulla strada; vedemmo uomini feriti aggrappati al collo dei cavalli, altri trascinarsi penosamente sulla strada verso il monte. (…)

Un cavallo grigio corre verso la barricata tutto coperto di sangue come da una gualdrappa rossa e continua a galoppare in direzione di Cividale».

Anche il generale Gonzaga, che segue i cavalieri con la sua automobile viene colpito da una raffica di mitragliatrice e ritorna alla base ferito a un ginocchio e a una mano[4]. Per l'episodio si meriterà la sua seconda medaglia d'oro al valore.

Dei 28 cavalleggeri solo 5 ritornano alle linee, “coperti di ferite” (e senza medaglia d'oro).

 

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto



[1] Che si trovava nello stesso luogo in cui si trova oggi il confine tra Italia e Slovenia.

[2] Le notizie e i brani sul fatto d'armi di Stupizza sono tratti da: Walframo di Spilimbergo, “La ricognizione di Stupizza (25 ottobre 1917), Un episodio del valore italiano”, in Rivista di Cavalleria, anno II, 1935, fasc. 1.

[3] Non doveva essere stato facile andare controcorrente, portarsi di fronte al nemico mentre tutti scappavano, con fanti ed artiglieri che «s'incolpano a vicenda della disfatta», con gli scherni e gli inviti a gettare le armi provenienti dagli sbandati, dalle cui fila «ricorre a volte il motto beffardo: “Abbiamo avuto il cambio dagli Austriaci!”». (Relazione della Commissione d'Inchiesta su Caporetto, vol 2°, p. 103)

[4] Diario Gatti, p. 268. Gonzaga verrà ricoverato all'ospedale principale di Udine dove il 27, giorno in cui il Comando supr. lascia la città, lo visiterà padre Semeria, adoperandosi per farlo trasferire. (Semeria, p. 64)

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Ultimo aggiornamento 12/01/09