I disertori della Prima guerra mondiale

La presenza di sbandati e disertori fu endemica durante tutta la guerra e presso tutti gli eserciti. L'argomento da solo meriterebbe un grosso libro.

Per quanto riguarda l'impero austro-ungarico, Fritz Weber (Tappe della Disfatta, p. 274) accenna alla «torma dei disertori , che si è rintanata nelle foreste croate». Mentre nel solo territorio ungherese si contano 200.000 disertori nel corso del 1918. (La nostra guerra, 1988, Il Triveneto dal 1914 al 1919, di Edoardo Pittalis, Sandro Comin, Francesco Jori, Edizioni del Gazzettino, Venezia, p. 323).

In Italia, il 3 novembre 1917, Cadorna scrive al presidente del Consiglio che alla vigilia di Caporetto  «più di centomila disertori» vagavano nella penisola, «infestando le campagne, seminando  ribellione nelle città e dovunque propagando sconforto». (Piero Melograni, 1969, Storia politica della grande guerra 1915-1918, p. 307). Nell'ultimo anno di guerra il primo ministro Orlando ritiene che il fenomeno delle diserzioni sia "impressionante". (Idem, p. 541).

Più di cento disertori e moltissimi renitenti risultano rifugiati anche nella Repubblica di San Marino (Archivio di Stato di Treviso, Gabinetto Prefettura, b 28), che pure, dal 3 giugno 1915, è formalmente in guerra con l'Austria.

Scrive Nuto Revelli (1986, "La memoria della guerra nelle campagne cuneesi", in La Grande Guerra, Esperienza, memoria, immagini, a cura di Diego Leoni e Camillo Zadra, Bologna, p. 609): «Oggi gli ex combattenti della guerra 15-18, i pochi superstiti, sono quasi tutti Cavalieri di Vittorio Veneto. Quasi tutti. Sono esclusi i disertori, tanti, numerosi anche nella mia provincia di Cuneo».

E l'elenco delle citazioni potrebbe continuare a lungo.

I processi per diserzione (101.665 condanne, più altre 26.862 esenzioni dalla pena concesse a militari rientrati spontaneamente nei ranghi) assorbirono gran parte del lavoro dei tribunali militari (Melograni, op. cit., p. 305).

Tribunali il cui funzionamento era quantomeno sbrigativo, come racconta Attilio Frescura (1919, Diario di un imboscato, Prefazione di Mario Rigoni Stern. - Edizione Mursia, 1981 - p. 322): «Oggi sono stato giudice al tribunale di guerra. Dalle nove alle tredici abbiamo giudicato quattordici imputati. Il difensore di ufficio ci ha aiutato assai, riducendo le sue difese alla tesi audace di "raccomandare gli imputati al tribunale" (…) il reato è unico: ritardo nel rientrare dalla licenza. Risultato: ergastolo».

Ma non sempre fu così. Il Gazzettino del 18 giugno 1918 (un esempio fra i tanti) riporta in un trafiletto la notizia della fucilazione alla schiena di un disertore, avvenuta qualche giorno prima. Il soldato di fanteria S. G., da Messina, si era allontanato, rifugiandosi in Emilia, quando il 19 marzo 1918 il suo reparto doveva recarsi in linea.  

Tuttavia, se inserito nel quadro complessivo di una mobilitazione che nell'arco della guerra coinvolse  nei vari fronti milioni di soldati, il numero dei disertori fu relativamente limitato e comunque non in grado di incrinare in maniera determinante la saldezza d'insieme degli eserciti.

 

© 1997 Camillo Pavan, dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto.

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Ultimo aggiornamento 12/01/09