Un crimine di guerra poco noto

« (…) Nell'alta valle dell'Isonzo Dreznica (Dresenza) fu evacuata nei primi giorni di giugno del 1915 a seguito di un presunto attentato al generale degli alpini Donato Etna, che sarebbe stato perpetrato ai suoi danni da elementi locali. I suoi abitanti furono esiliati assieme al curato prima a Breginj (Bergogna) e poi in provincia di Avellino 1. 

Analoga sorte spettò ai paesani dei villaggi alle falde del Krn/Monte Nero: Ladra, Smast, Libusnje, Kamno, Vrsno e Krn.

 Il 4 giugno 1915 venne commesso in questi villaggi un crimine inaudito. I combattimenti sulle falde del Monte Nero dei primi giorni di guerra avevano rarefatto le file italiane del 42° e del 49° reggimento; le loro energie militari venivano affievolendosi anche perché i soldati italiani cercavano di sottrarsi a nuovi combattimenti. Così, ad esempio, accompagnavano a frotte i compagni al lazzaretto di Smast, senza poi far ritorno alle postazioni di combattimento.

Le autorità militari italiane accusarono i contadini abitanti alle pendici del Monte Nero di aver sparato ai loro soldati feriti 2. Di conseguenza, il 4 giugno 1915 i carabinieri perquisirono tutte le case dei paesetti alla base della montagna ed arrestarono tutti i 61 uomini che vi trovarono.

I contadini arrestati furono condotti oltre l'Isonzo fino ad Idrsko, dove vennero messi in riga e sottoposti a decimazione 3. I villaggi alle falde del Monte Nero furono evacuati ed i loro abitanti trasferiti in Italia».

 

[Titolo di C. Pavan; testo di P. Svoljsak, da "La popolazione civile nella zona di guerra", 1997, in Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto]

 

Note

 

1 G.del Bianco, La guerra e il Friuli, I, p. 27; Albert Rejec, Zgodbe slovenskih pososkih duhovnikov v Italiji med prvo svetovno vojno, Koledar Goriske Mohorjeve druzbe za leto 1971 [Storie dei sacerdoti sloveni dell'Isontino in Italia durante la prima guerra mondiale, Calendario dell'Associazione goriziana “Mohorjeva druzba”, anno 1971], pp. 96-119; C. Medeot, Storie di preti isontiti internati nel 1915, p. 143.

2 Istra, 14 giugno 1935, n. 24.

3 Del fatto si ebbe notizia in Slovenec, 29 settembre 1915, n. 222; Slovenec, 21 maggio 1917, n.115; Henrik Tuma, Iz mojega zivljenja [Dalla mia vita], Ljubljana 1937, pp. 372-373. A lui si erano rivolti i congiunti dei fucilati che per tre anni avevano ricevuto la pensione dal governo italiano, il quale tuttavia, rilevato che ne beneficiavano le vedove di “traditori”, ne interruppe l'erogazione, sicché nel 1922 si vide affidare la relativa causa; le autorità militari di Trieste accertarono il torto inferto e sottoposero a procedimento disciplinare l'ufficiale che aveva ordinato la fucilazione. L'episodio è stato oggetto di trattazione letteraria in F. Kurincic, Na tej in na oni strani oceana[Da questa e dall'altra parte dell'Oceano], Ljubljana, 1981, p. 51. Il poeta sloveno Joza Lovrencic ha dedicato loro la poesia “La morte dei sei”, Slovenec, 14/10/1915, n. 235. La trattazione più esauriente dell'episodio si trova nel materiale manoscritto di Albert Rejec ed Avgust Sfiligoj, conservato presso il Goriski muzej (Nova Gorica). Una dettagliata trattazione delle decimazioni e della condotta dell'esercito italiano nei confronti della popolazione civile in quest'area si ha in Vasja Klavora, Koraki skozi meglo, Soska fronta - Kobarid - Tolmin 1915 - 1917. Mohorjeva druzba Celovec- Ljubljana-Dunaj [Passi nella nebbia, Il fronte isontino, Caporetto-Tolmino, 1915-1917, Ed. Mohorjeva druzba, Klagenfurt, Lubiana, Vienna], 1994, pp. 75-92.

La morte dei sei  (Smrt Cestih)

A memoria delle vittime cadute presso il ponte di Idrsko

sull'Isonzo vicino a Caporetto

 di Joza Lovrencic

                                  

 

Come un limpido pensiero dell'aere azzurro

scendeva l'Isonzo per il nostro paradiso alpino,

e sotto S. Lorenzo levò il suo sussurro:

– Pace a Te, sogna in eterno il maggio, poeta divino! *

Ma il dì venne – tacquero gli usignoli

e ogni onda che dotata di anima pareva,

da sacra ira spinta prorompeva

dall'angusto letto oltre gli aspri scogli:

Il giorno, mio aedo, è arrivato

che tu da lungo tempo avevi profetato!

Su, alzati, dammi la benedizione

perché la mia corrente entri forte in azione!

Ecco, la gente, la gente tua

che di cuore ama la terra sua,

io voglio difendere, al tuo mandato fedele,

contro la straniera mano crudele!

L'Isonzo corre veloce, bianche di schiuma le onde,

ma nel cielo il sole si nasconde;

dai villaggi quieti, dai paesini alpini

marciano gli uomini con passi cadenzati

oscuri in volto e spossati:

Da oltre confine son qui arrivati,

della nostra terra il desiderio li ha spronati,

la terra natia altri ci rubano

che ora di fronte, alle spalle, con l'arma bianca

ci ricompensano!

Il pensiero non basta, fuori la parola:

– madri, spose,

detergete le lacrime amare e il pianto che consola,

nel cuore dei figli scrivete, annotate

queste giornate!

E chi dette voce al proprio amore

ebbe il calcio del fucile con furore.

Tutti i denti digrignarono,

i pugni callosi serrarono:

– Maledetti!

Avanti sciavi! – passo su passo

greve il congedo dalla terra, come un masso:

– Krn, Vrsno, Libusnje, dolce paese,

Iddio di giorni migliori ti sia cortese.

Addio, addio!

L'Isonzo scorre veloce, di schiuma bianco,

muti vi sostarono a fianco.

Kamno. Condotti altri vi furono,

muti con lo sguardo sibilarono:

– Maledetti!

Oltre l'Isonzo! – Con cupo rimbombo rumoroso scorreva,

ma il palpito dei sessantasei cuori più forte batteva:

essi con acerbo dolore lo passavano,

come prima giammai dalla casa

si congedavano.

Di là la bianca strada diritta si protende

e sulla strada, tetra una fila scende,

da sopra della chiesa di S. Spirito proviene

e di S. Lorenzo la chiesetta col cimitero

guardando la sostiene.

Là avremmo voluto riposare in eterno,

ma dove ora saremo Dio lo sa!

Chi di voi, cari, ancor forte nella tomba sta

suvvia sorgete, a noi in aiuto

ora accorrete!

L'Isonzo scorre veloce schiumeggiando

la tetra fila avanza marciando;

Si leva un'imprecazione soffocata,

passa tra le file, muore sotto il calcio del fucile:

Capito?

Fermate! – D'Idrsko sul ponte

ognuno guarda chi gli sta di fronte:

«Sento al cuore una stretta – che sarà?»

«Io pure - Dio mi assisterà

nell'ora della morte!»

Ogni decimo! – Uno su dieci

dalla fila si è spostato,

e lì, lo sguardo al Monte Nero, alla casa fissato,

ognuno sbigottito trepidava

e la sua prece sussurrava.

Sei erano fermi davanti alla fila,

sei prescelti e segnati.

«Addio, addio – giusto è Iddio»

E stavano fieri con i pugni serrati

e furono massacrati.

Avanti! – Sessanta uomini

continuarono torvi a marciare oltre…

Addio, addio – giusto, determinato è Iddio!

Addio, addio – potente è Iddio!

I cuori battevano, le onde dell'Isonzo rumoreggiavano.

Come un cupo pensiero dell'aere tenebroso

passa l'Isonzo per il paradiso montuoso,

sotto S. Lorenzo leva la voce, implora:

– Mio aedo, sorgi, levati ora!

Abbastanza hai visto di truce dolore!

Potrà lo straniero qui essere il sanguinario signore

e i tuoi figli vivere nella terra del dolore?

Giammai, giammai!

Nel Regno eterno accorda

sulla tua lira una nuova corda

e torna con essa nel mondo terreno

e come ad Orfeo nell'era antica

risuoni la tua poesia amica!

Ad essa la mia corrente si accorderà

e la mia sponda sassosa:

– Qui, nemico, cercasti la felicità

qui abbiamo per te una fine rovinosa!

E il tuo alto, fiero Monte Nero,

spesso

di sole tutto indorato,

coperto ora di neve e dalla luna inargentato,

insanguinato,

del nostro eroismo alfiere, di due ere pietra miliare

sarà alla nostra patria monumento eterno,

il nostro orgoglio, celebrato con te in eterno.

 

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*  Il riferimento è a Simon Gregorcic e alla sua profetica poesia All'Isonzo

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Poesia pubblicata sullo Slovenec del14 ottobre 1915

Traduzione di Giovanna Ferianis Vadnjal

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 12/01/09