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A
Caporetto
Testimonianze
raccolte da Camillo Pavan |
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Andrej Slavko Masera (Caporetto - 1906) «Quando ci fu l’offensiva noi eravamo a casa e io ricordo benissimo cosa successe. Quella notte andammo a dormire tranquilli, come tutte le altre notti, ma verso le due sentimmo dei rumori nella sala grande, e poco dopo un maggiore di artiglieria che era alloggiato lì da noi venne a bussare alla porta dove dormivamo e ci disse: «Presto, presto, andate via, andate via, perché comincia l’offensiva e Caporetto sarà bombardata». Noi gli chiedemmo: «Ma dove possiamo andare?». E lui: «Andate sulla riva sinistra». Attaccammo il carro ai cavalli e immediatamente ci recammo di là dell’Isonzo, in un pianoro conosciuto col nome di Lazna, a lato della strada che porta a Ladra e in cui già un’altra volta, sempre su consiglio dei militari ci eravamo ritirati perché Caporetto era stata bombardata. A Lazna c’era un accampamento di soldati; le tende erano vuote perché i militari erano al fronte e allora vi entrammo noi, anche perché pioveva; ma nessuno riuscì più a dormire. Con noi a Lazna c’erano moltissimi abitanti di Caporetto: quasi tutti infatti avevano lasciato il paese, anche se poi in realtà caddero solo un paio di granate, e solo all’inizio dell’offensiva 1. In questo accampamento si attendeva di sapere qualcosa e noi bambini, appena fece chiaro, scendemmo a giocare sulla strada sottostante, perché si sa, i bambini devono giocare. Ad un certo punto, me lo vedo ancora davanti, arrivò un carro trainato da quattro cavalli, con sopra alcuni soldati che urlavano: «Gas! gas!». Saranno state le dieci del mattino e noi bambini ritornammo nell’accampamento a raccontare che sulla strada era passato un carro di soldati che gridavano: «Gas! gas!». Allora la gente disse «Dobbiamo spostarci più in su, nel bosco»; così salimmo verso il bosco. Ripensando a questo episodio io credo che gli italiani abbiano perso la battaglia a causa del gas. Gli austriaci hanno buttato il gas qui vicino, a Plezzo: senta, contro il gas è difficile combattere, si deve essere obiettivi! Il gas è gas; invece nessuno parla mai di questo gas… Era da poco passato il carro con i soldati quando sentimmo una grande esplosione: gli italiani avevano fatto saltare il ponte sull’Isonzo. Era un bellissimo ponte, ricostruito in ferro dopo che gli austriaci avevano rotto quello di Napoleone. Facendolo saltare, gli italiani tagliarono la ritirata a diecimila loro soldati che si trovavano sulla sponda sinistra e che in questa maniera vennero fatti prigionieri 2. Infatti il giorno dopo li vedemmo tutti in fila, i prigionieri: erano lì, vicino al ponte, sulla sinistra dell’Isonzo. Ci trovavamo nel bosco per evitare il pericolo del gas, quando iniziarono a spararci addosso. Allora le donne innalzarono una specie di coperta bianca che avevano portato con sé e poi iniziarono a togliersi degli indumenti intimi e ad agitarli, per far capire che eravamo dei civili. Gli uomini non volevano e dicevano che si comportavano da stupide a sventolare gli indumenti intimi, ma le donne si sa, loro difendevano i bambini… Infatti la sparatoria finì e noi aspettammo di vedere cosa sarebbe successo. Dopo mezz’ora, e forse anche di più, si avvicinò un soldato mai visto, non era austriaco, era tedesco, perché aveva in testa uno di quegli elmetti che ci sono anche qui al museo. E questo soldato ci disse di andare nel paese di Ladra, che era un poco più avanti 3. Noi ci recammo in questo paese, sotto una pioggerella insistente, e vi trovammo tutte le case attrezzate per alloggiare i soldati italiani, con brande, cuscini e lenzuola. Le case però erano vuote, perché i soldati avevano abbandonato il paese in tutta fretta. Ricordo che arrivammo in una casa dove era tutto preparato per il pranzo, la tavola era pulita e in ordine, tutto era cucinato e bell’e pronto: gli italiani non avevano fatto in tempo a mangiare 4. Era pastasciutta: lo ricordo ancora perché noi eravamo rimasti senza mangiare né bere dalla sera precedente e ormai si stava facendo nuovamente sera. Qualcuno inizialmente si tirava indietro, non voleva mangiare quello che avevano lasciato lì i soldati, ma «la fame ha grandi occhi», come si dice, e così, un po' alla volta tutti si misero a mangiare. Ben presto venne buio e avremmo anche potuto dormire in quella casa, ma i miei genitori non si fidavano. Allora, assieme ad altre due-tre famiglie, prendemmo alcune coperte e ci recammo dentro a delle grotte che ci sono sotto la montagna che si innalza alle spalle del paese, appena di là della strada. In queste grotte passammo la notte, perché avevamo paura che Ladra venisse bombardata. Invece non successe niente. Noi non riuscivamo a capire cosa fosse effettivamente successo. E’ stato un qualcosa di grande, capitato tutto all’improvviso 5. Era un qualcosa di incredibile, per me che ero bambino, ma nemmeno i vecchi riuscivano veramente a capire cosa fosse successo. Solo al mattino del giorno dopo, 25 ottobre, vedendo la strada piena di prigionieri italiani, abbiamo finalmente capito cosa era successo. Nella tarda mattinata decidemmo di lasciare Ladra e di ritornare a Caporetto. Il ponte grande sull’Isonzo era stato fatto saltare, ma un poco più a valle di Ladra c'era un ponte in legno che gli italiani avevano costruito veramente a regola d’arte e che era ancora in piedi anche se, al momento della ritirata, avevano cercato di dargli fuoco. Ci incamminammo verso il ponte di legno e dappertutto si vedevano fucili, zaini, materiale militare gettato per terra dai soldati in fuga. Superato il fiume, che era abbastanza gonfio d’acqua, ci dirigemmo verso il nostro paese, dove arrivammo nel tardo pomeriggio. A Caporetto era come non fosse successo niente. Erano cadute due sole granate, ma non avevano fatto danno. Nelle case tutto era al suo posto, nessuno aveva portato via niente. Mia mamma mise su qualcosa per cena. Tutti gli abitanti ritornarono a Caporetto, dopo la battaglia. Solo uno non ritornò, perché nella notte dell’offensiva non aveva voluto lasciare la sua casa e quando vide che i soldati scappavano si mise in mezzo a loro e scappò anche lui. Si chiamava Viktor, andò profugo fino in Francia e posso dirle solo che quando ritornò divenne il nonsolo [sacrestano] della chiesa. Finita la battaglia, a Caporetto riprese la vita normale. Quando il fronte si spostò giù nel Piave, non si parlava quasi più della guerra. Ci acccorgevamo che proseguiva solo perché c’era un continuo via vai di feriti e ammalati, che venivano portati qui, nell’ospedale militare che gli italiani avevano ricavato in una caserma. Poi arrivò la miseria. Quando c’erano gli italiani tutte le botteghe erano ben fornite, c’era di tutto. Da noi almeno non mancava nulla, non so poi se fosse stato così anche giù in Italia, io non posso dirlo. Con gli austriaci invece si viveva di patate. Non c’era vera e propria fame, ma non si trovava niente da comprare. Noi avevamo il negozio, ma non c’era niente da vendere». Maria Likar (Caporetto, 1912) Della guerra ricordo soltanto il giorno della battaglia, non quando gli italiani sono arrivati all'inizio né quando sono ritornati alla fine. Abitavamo anche allora a Caporetto, in centro al paese, dentro a una stradina che parte dalla piazza, dove adesso c'è un nuovo caffè davanti al distributore di benzina. Io ero piccola e quella notte mi misero a dormire su in camera. La mamma, la nonna, due sorelle della mamma e altre donne delle case lì vicino rimasero invece da basso in cucina a pregare, attorno al focolare. Il papà era in America. Le donne pregavano perché sapevano che quella notte qualcosa sarebbe successo; lo sapevano perché i militari andavano per le case a mandar via la gente. Le nostre donne in un primo tempo non sono state mandate fuori casa perché la cucina in cui pregavano era un po' rientrata rispetto all'ingresso e quindi dalla strada non si sentiva la loro voce. Ma poi sì che si sono accorti che c'era qualcuno; sono venuti dentro e ci hanno detto che bisognava andar via. Mia mamma mi prese in braccio. Fuori c'era brutto tempo, pioveva, ed è stata una fortuna, perché altrimenti, se non avesse piovuto, i tedeschi avrebbero buttato il gas e saremmo morti tutti. Ci hanno fatto andare a Ladra, nel monticello sopra Ladra, in un campo all'aperto, in cui non c'era niente e ci hanno lasciati lì tutta la notte, tutti bagnati; non c'erano né tende né niente. Il mattino dopo i tedeschi, stando dall'altra parte dell'Isonzo, a un certo punto iniziarono a sparare a dei soldati italiani posti proprio nella nostra direzione, e noi, anche se eravamo civili, siamo venuti a trovarci in mezzo alle pallottole. Mi raccontava la mamma che due persone del nostro gruppo, di cui una si trovava molto vicino a noi, furono anche colpite e morirono. Me lo raccontò la mamma perché io avevo paura, piangevo, e non lo ricordo. Erano tutti e due di Caporetto e uno aveva la gobba, era un gobbetto che viveva solo, non sposato. Nel pomeriggio i tedeschi ci fecero andare verso il ponte che c'era tra Ladra e Idrsko Era un ponte in legno che stava ancora bruciacchiando. Gli italiani se n'erano già andati via e ormai c'era solo un po' di movimento di soldati tedeschi. I tedeschi ci misero in fila, e loro dietro a spingerci, con cattiveria. Ricordo che lungo la strada c'erano per terra muli uccisi e tanta di quella roba da mangiare, tante di quelle forme di formaggio parmigiano che mi sembra ancora di vederle. Ma noi non potevamo certo prenderle su; noi eravamo pieni di paura, ci bastava solo che ci lasciassero andare via, perché i tedeschi ci sorvegliavano da vicino. C'era una mia zia che aveva uno scialle a scacchi verdi e grigi; era avvolta in questo scialle per ripararsi dal freddo. Arrivarono i tedeschi e la tirarono fuori dalla fila: «Tu sei italiana». Loro dicevano che era italiana, che era avvolta in unna bandiera, e come italiana la volevano fucilare. Per fortuna mia mamma sapeva un po' di tedesco e si mise a spiegargli che quella donna non era italiana, aveva solo uno scialle verde per ripararsi dal freddo. Ma ce ne volle per farglielo capire! Mi pare di vedere la scena ancora adesso . Una volta attraversato il ponte siamo ritornati a Caporetto, dove sembrava che non fosse successo niente. Pareva che tutti fossero in casa, a dormire 6. Io e la mamma rientrammo in casa, e vi rimanemmo chiuse dentro per un bel pezzo… Janez Fon (Ladra presso Caporetto - 1904) «Non rimanemmo profughi a Cava de' Tirreni fino alla fine della guerra. Ad un certo punto, non ricordo in che periodo, ci lasciarono venire su, a Logje, dove mia mamma aveva una cugina che ci poteva ospitare e con noi venne anche qualche altra famiglia che aveva dei parenti dove andare. Ricordo che al ritorno, arrivati a Udine, siamo stati alloggiati nella caserma dei carabinieri. Lì mi capitò di essere presente a una cosa che non dimenticherò mai. C’era un gruppo di soldati che erano scappati dal Monte Nero; i carabinieri li hanno battuti per bene, e noi si sentiva il rumore dei colpi che ricevevano. Poi questi soldati li abbiamo ritrovati sul trenino che ci portava da Cividale a Caporetto: erano tutti legati, per dieci; li mandavano ancora su al fronte, li mandavano di nuovo al macello. Tante volte poi, pensando a come i soldati italiani si sono ritirati nell’offensiva di Caporetto mi veniva in mente questo episodio. Ma con che spirito, con che voglia quei soldati potevano combattere? Durante la battaglia di Caporetto noi ci trovavamo a Logje. Tutta la notte e tutto il giorno bumbum bumbum, un rumore che se uno non l’ha provato non può capire. Le bestie invece, può sembrare strano, loro continuavano a pascolare tranquille. Il giorno dopo passarono i soldati in ritirata. Eravamo lì in paese quando arrivò un ufficiale con una compagnia a chiedere la strada per Platischis: voleva che qualcuno del posto lo portasse sulla strada giusta, perché da Logje c'era solo un sentiero per andare verso Platischis 7. Il passaggio dei soldati in ritirata è durato un giorno; noi bambini eravamo fuori in strada a vederli passare. I vecchi e le donne invece se ne stavano ritirati in casa. A un certo punto, mentre eravamo lì fuori a guardare, arriva una pattuglia di austriaci. Li abbiamo visti rovistare fra le canne di granoturco, rovesciare i covoni. Ma ormai gli italiani se n’erano già andati. In paese erano rimasti soltanto una decina di soldati, che imprecavano «mannaggia colonnello», perché il colonnello li aveva fatti tornare su in linea quando ormai loro erano già dietro a Staro Selo. Intanto stava venendo sera, e il grosso di un reggimento austriaco avanzava dalla strada di Podbela. Gli austriaci passarono per il paese, attraversarono il Natisone e iniziarono a salire la collina per dirigersi verso Robidisce. A metà montagna però, in un fienile che chiamavamo Petrinov senik gli italiani fecero resistenza, e il maggiore che comandava gli austriaci, precedendoli a cavallo fu colpito e poi venne sepolto al cimitero di Logje; gli altri morti invece vennero sepolti sul luogo in cui erano caduti. Si sentivano i colpi delle mitragliatrici italiane e austriache che sparavano; sono andati avanti per una mezz’ora e poi gli austriaci hanno ripreso ad avanzare, verso Montefosca e la fortezza di Joànaz, dove gli italiani hanno fermato gli austriaci per un giorno, finché da Pulfero hanno cannoneggiato quel fortino e così sono riusciti a riprendere l’avanzata. Quest’ultimo fatto, però, me l’hanno raccontato, mentre lo scontro fra mitragliatrici l’ho proprio visto io, a Logje, assieme ad altri cinque-sei bambini. Andati via gli austriaci iniziarono a passare i prigionieri italiani. Erano uno dietro l’altro, come le pecore. All’inizio della colonna c’era una guardia e un’altra era dietro: solo due guardie per trecento uomini. Ci chiedevano: «Quanto manca ancora per Lubiana?» e noi gli rispondevamo: «Camminate, camminate, che quando arriverete vi diranno basta!». D. - E’ vero che gli abitanti di Breginj e degli altri paesi della zona si sono ribellati contro gli italiani in fuga 8 ? R. - No; dico io che no. Perché tutti gli uomini erano già stati arruolati con gli austriaci e quelli che erano rimasti non avevano né armi né niente, ma proprio niente. Tutta propaganda. Noi aspettavamo solo che tutto finisse per tornare a casa, a trovare le nostre case. (…) Nel novembre del 1917 quando siamo ritornati a Ladra non si trovava più niente da mangiare, tutto era stato sfruttato dall’esercito. Solo più in su, in montagna, si riusciva a comprare qualche sacco di granoturco, di castagne, di patate, di carote, pagando tutto molto caro. Si lavorava a mettere a posto la campagna e appena si poteva si andava su in cerca di mangiare, e fortunati a trovarlo! Si andava su per il Matajur, a Masseris a Sternizza e si riusciva a comprare qualcosa perché quell’anno il raccolto era stato superiore al solito. Si trovavano anche quei fagioli bassi che hanno in Carnia e quel tipo che si semina dopo il grano e fa dei fagioletti piccoli che mi sembra che in Italia non ci siano. Per fortuna riuscimmo a seminare l’orzo, che matura a giugno. L’orzo sarebbe da mangiare come il riso, si fa la minestra, ma noi quella volta ci facemmo la polenta; polenta di orzo, perché altro non c’era. (…) In Austria non c’era più niente in quell’anno, me l’hanno detto dopo la guerra anche delle reclute, di 18 anni, che erano state a Radkesburg, sul confine con l'Ungheria. Se volevano trovare qualcosa da mangiare, dovevano andare in Ungheria. Lì c’era il pane, qua invece c’era fame e debolezza. Anche mio padre, che lavorava a Villach, me lo diceva. All’inizio ricevevano un chilo di pane al giorno, per quattro uomini, ma poi era un chilo per sei uomini. Per fortuna che lui, essendo caporale, non lavorava (perché in Austria i caporali, non lavoravano, ma dirigevano i lavori). Però era fame, e quando andavano fuori per la strada a lavorare, se trovavano qualche radice di cicoria selvatica la tiravano su e se la mettevano in tasca. Poi alla sera la tagliavano a pezzetti e la mettevano nel brodo. Se era fame! Certi sono anche morti di fame! (…) Degli ultimi giorni di guerra ricordo gli austriaci che passavano di qua in disordine e senza armi: erano come gli italiani l’anno prima; gli unici ad avere le armi erano quelli della «guardia slava» 9. Tutti pensavano ad andare a casa, quella volta lì; andare a casa e nient’altro. Era come capitò anche a me, dopo l’8 settembre, quando ero soldato in Toscana. Ci fu l’armistizio, e tutti a casa, senza armi. Anche se noi eravamo già senza armi: ci avevano messo in un battaglione speciale. Perché di noi sloveni gli italiani non si fidavano».
Mihael Ursic (Borjana, 1910) «Dell'offensiva io mi ricordo tutto. La battaglia è cominciata in piena notte e noi uscimmo di casa a guardare verso il Monte Nero Si vedeva il fuoco degli spari. Sparavano anche verso di qua, e una granata è caduta proprio vicino alla nostra casa. Allora ci rifugiammo dentro alle cantine, che in queste case vecchie sono come dei fortini. Poi finirono i colpi, passò la giornata e verso sera arrivarono i carabinieri, gli ufficiali, a dirci che dovevamo andar via, che dovevamo sgomberare, fare come i profughi e andar verso l'Italia. Ma mio padre non voleva. Eravamo sette-otto bambini e mio padre ci disse: «Dentro alla cantina, tutti». E ai carabinieri che ci facevano fretta per andar via, mio padre diceva sempre: «Sì, sì, ci stiamo preparando», ma invece fece nascondere in cantina anche tutti gli altri profughi che erano da noi. Quando alla sera gli italiani vennero di nuovo, li sentivamo camminare nel cortile, li sentivamo parlare. E noi tutti in silenzio. Mio padre era nascosto sotto a delle frasche, lì fuori, e noi tutti dentro in cantina. Finché li sentimmo andar via. Passati gli italiani arrivarono gli austriaci, bosniaci soprattutto. Era ormai notte e cominciarono a gridare e a sparare su quella montagna, sul monte Stol. Noi bambini uscimmo di casa e andammo fuori, sopra una collinetta. Si guardava. Si sentivano i colpi dei fucili. Si vedeva nel buio come una scia di fuoco lasciata dai colpi. Era notte e si sentiva gridare «aiuto!, aiuto!», poi «all'assalto!», tutte quelle cose lì. Noi si vedeva tutto, si sentiva tutto perché non siamo molto distanti; la montagna in cui sparavano è proprio qui sopra. Si sentivano le grida, gli austriaci che attaccavano, gli italiani che scappavano. Tanti sono morti lassù, qualcuno è anche morto cadendo giù nei burroni, nelle grotte. L'indomani arrivarono gli austriaci, i bosgnàcchi, colonne e colonne. C'erano munizioni dappertutto, bombe a mano. Dovunque si fermassero, i soldati dimenticavano delle bombe; a casa nostra ne hanno lasciate sui balconi a cataste. Erano migliaia di soldati, erano reggimenti che passavano e andavano verso Podbela, RobediπËe, Canebola, l'Italia. A Canebola c'era una cappella, proprio sul colmo, dedicata a Sant'Antonio; lì i soldati si fermavano, a pregare un pochino, poi proseguivano verso Attimis, Nimis, verso Udine. Finita la battaglia, finì tutto, via tutti. Rimase solo qualcuno, nascosto quassù, ogni tanto lo si trovava, in giro per la montagna. D. Ho letto in qualche libro che mentre i soldati italiani stavano ritirandosi gli abitanti di questi paesi gli si sono ribellati contro, li hanno aggrediti… R. No, no. Mai sentite
queste cose qui. Mai sentito. Anzi eravamo trattati bene; può darsi che
qualcuno avesse proprio l'odio contro di loro; uno, due; ma la gente no…». |
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Note
1 Vedi anche Attilio
Frescura, 1919, Diario di un imboscato, Prefazione
di Mario Rigoni Stern, Edizione Mursia, 1981, p. 247. Da George
Macaulay Trevelyan, 1919, Scene
della guerra d'Italia, Zanichelli,
Bologna, p. 188, veniamo fra l'altro a sapere che quelle granate
distrussero due autoambulanze della Croce Rossa Britannica che erano
parcheggiate nel cortile della scuola di Caporetto, dove «erano state di
solito così tranquillamente in passato». 2 Fra gli alti ufficiali del Comando supremo si
parlava, al termine del primo giorno di combattimenti, di 20.000
prigionieri. Angelo Gatti, Caporetto, Dal diario di guerra
inedito, maggio-dicembre
1917, Bologna, 1964, p. 261. Tale
cifra è accreditata anche da Antonio
Pirazzoli, 1919, La
battaglia di Caporetto descritta da uno che c'era, Milano, 1919, p.
107. 3 Quasi sicuramente si trattava di un soldato del
I/63° della 12a Div. slesiana che aveva sfondato al mattino a
Gabrje. Le avanguardie tedesche erano ormai già giunte al ponte di
Caporetto quando gli italiani decisero di farlo saltare (alle 15,30);
allora ritornarono indietro e si diressero a Caporetto per il ponte di
legno di Idrsko. 4 A mezzogiorno i tedeschi erano già arrivati
all’altezza di San Lorenzo. Alle 12,30, da Ladra, il gen. Amadei,
comandante della 46a divisione ordinava alle sue brigate il
ripiegamento generale, giudicando «suo unico dovere quello di cercare di
arginare l’avanzata del nemico, sbarrandogli almeno il passo sulla linea
Caporetto-Svina» e, se ciò non fosse stato più possibile, a Staro Selo.
Relazione
ufficiale italiana, IV, 3,
p. 262. 5 «I tedeschi entrarono a Caporetto sparando
soltanto qualche colpo di fucile, era come sfondare una porta aperta. Alle
tre del pomeriggio era già tutto finito». (Dal racconto di Maks Miklavic
a Giancarlo Graziosi, in Domenica
del Corriere, 10 novembre
1977, p. 60). 6 A differenza dei testimoni Likar e Masera,
all'epoca bambini, il quadro che invece fa il tenente Carlo Emilio Gadda
della situazione di Caporetto, dove giunse anch'egli, da prigioniero, nel
pomeriggio del 25 ottobre, è nettamente diverso: «All'entrata in paese,
e anche nelle case, muli morti e cadaveri (uno d'un ufficiale in una casa)
asfissiati gli uni e gli altri: qualcuno in atto di estrarre la maschera».
E anche: «Giravano ancora dei borghesi, a far preda. Soldati tedeschi e
nostri, parecchi ubriachi sia degli uni sia degli altri, i primi armati,
gli altri no, giravano nelle vie…». (Carlo
Emilio Gadda, 1991, Taccuino
di Caporetto, Diario di guerra e di prigionia (ottobre 1917 - aprile 1918),
Milano, 1991, p. 99). 7
L'incertezza degli ufficiali italiani nella scelta del percorso da seguire
durante la ritirata, in contrasto con l'efficienza delle unità
inseguitrici specialmente tedesche, dotate quest'ultime di precise ed
aggiornate carte topografiche redatte appositamente per l'offensiva, fu
una delle cause del grande caos che si venne a creare in quella
circostanza. L'atmosfera che regnava al riguardo in molti reparti italiani
è ben descritta da Antonio Sema,
1990, Caporetto, il mondo capovolto, Monfalcone 1990, pag. 26, che commenta: «In ogni caso, gli ufficiali
erano poco abituati all'orientamento e tanto meno a quello notturno e
molti assomigliavano al tenente N. che aveva “la specialità di sapere
tutte le strade sulla carta e di sbagliarle tutte sul terreno”». Per
non parlare di chi neppure sulla carta si sapeva orientare, come quel
capitano che «mentre consultava con il maggiore la carta al 100.000, ha
preso una curva di livello per una mulattiera». (Mario
Muccini, 1939, Ed
ora, andiamo! Il romanzo di uno "scalcinato", Milano, p. 200). 8
Attilio Frescura, che il 25 ottobre si trovava a Bregjnj scrive : «…
costoro, che fra poco si uniranno agli austriaci per pigliarci a
fucilate, che all'entrata delle pattuglie austriache batteranno le mani e
che già, ci consta, sono venuti all'assalto con gli austriaci contro di
noi…». (Attilio Frescura,
1919, Diario
di un imboscato, Prefazione di Mario Rigoni Stern. - Edizione Mursia, 1981 - pp. 252-53). E
più avanti (p. 259): « (…) durante il ripiegamento da
Robic-Potoki, gli abitanti di Robedisce e di Bergogna sparavano contro i
nostri unendosi agli austriaci, che acclamavano…».
9
F. Weber, descrivendo la ritirata attraverso la valle del Vipacco con il
suo gruppo di reduci dal Piave, fa cenno in vari punti ad una milizia
slovena denominata Sokol che impediva l'ingresso nei villaggi ai soldati dell'ormai ex
esercito austro-ungarico che stavano tornando a casa. «In un villaggio
troviamo dei Sokol con piccole
mantelline rotonde e lunghe penne di falco sul berretto. Hanno fucili e
bombe a mano. Se volessimo entrare nelle povere capanne dovremmo dar
battaglia e spargere del sangue. Siamo troppo stanchi per combattere.
Preferiamo continuare in silenzio la strada e scomparire nella notte». E
ancora: «Non riesco se non ad avvicinarmi alle prime case, dove una
trentina di Sokol con la camicia
rossa e il fucile in mano mi accolgono come un cane rabbioso e minacciano
di spararmi adosso ad ogni passo. (…)
«Siamo in un paese nemico, benché questa terra, qualora noi non
l'avessimo difesa, sarebbe ora ridotta a un deserto…». (Fritz
Weber, 1933, Das Ende einer
Armee. Trad. ital. Tappe
della disfatta, Mursia, Milano, 1993, Collana Testimonianze, pp.
336-345). ----------- ©
1997. Dal libro Grande
Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto |
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aggiornamento
27/02/09
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