Dopo la battaglia

I prigionieri italiani nell'Alto Isonzo

 

Testimonianze raccolte da Camillo Pavan

 

Janez Fon (Ladra presso Caporetto, 1904)

 

«In paese, nell’anno in cui gli austriaci erano sul Piave, rimasero una cinquantina o forse cento prigionieri italiani. Ricordo un padovano, poverino. Era il giorno di Natale e mi disse: "Sono passato per tutte le case ad augurare le Buone Feste e nessuno mi ha voluto dare niente". E io gli risposi: "Ma cosa possono darti, che non hanno niente neppure loro".  (…)

I prigionieri a Ladra erano sistemati dove adesso c’è la segheria, qua dietro il torrente e hanno lavorato tanto a trasportare i fili delle teleferiche. A volte qualche prigioniero si allontanava dal gruppo, in cerca di qualcosa da mangiare. Se le guardie se ne accorgevano lo picchiavano con la frusta, come si fa con i cavalli. Io che vedevo queste cose mi chiedevo come facessero uomini di 20-30 anni a lasciarsi dare tutte quelle botte. «Io sono un ragazzo», mi dicevo, «ma se fossi un uomo non lo sopporterei, mi rivolterei contro».

Ricordo che due prigionieri una volta ammazzarono due topi e poi si azzuffarono fra di loro perché tutti e due li volevano per sé, per mangiarseli. Avevano fame, altro che avevano fame! Le guardie non gli passavano che quella minestra di orzo, condita poco o niente. E poi c’era la camorra italiana.

Adesso le racconto. Quei prigionieri avevano qui in paese una infermeria, e la dirigeva un prigioniero con il grado di sergente. Quando io fui ferito con la scheggia di fucile, l’8 dicembre 1917, fui ricoverato in questa infermeria e ho visto.

Sa cosa facevano gli infermieri, il sergente con il suo aiutante? Camorra! Camorra!

Quando gli veniva passata la minestra, che già era poco più di acqua, mettiamo per cinque ammalati, loro mettevano a scaldare solo due delle cinque gavette ricevute, facendo venir fuori lo stesso cinque razioni. In questa maniera gli restavano tre razioni in più per loro».

 

 

 

Vlado Matelic (Livske Ravne, 1914)

 

«In paese, dopo la battaglia, erano rimasti molti prigionieri italiani 1, che però era come se fossero liberi. Dormivano nei fienili e sono stati qui finché sono ritornati gli italiani. Se la sarebbero passata anche bene, se non fosse stato per la fame; pativano la fame, perché noi non avevamo niente da dargli. (…) In quell'anno lì che c'erano i prigionieri, è stata dura anche per noi. Di soldati austriaci poi ne rimasero solo un paio qui in paese a sorvegliare, perché i prigionieri stessi si facevano la guardia fra di loro. C'erano sì delle garitte di legno ogni tanti metri di reticolati, ma montavano di sentinella gli stessi prigionieri, senza armi, così per forma.

Tanto, scappare dove?  Non gli conveniva, finché continuava la guerra».

 

 

 

Nota

 

 

1 Lo scontro principale fra il battaglione di montagna del Württemberg e i bersaglieri italiani avvenne nel primo pomeriggio del 25 ottobre, nel fondovalle a sud ovest di Livek. Al termine «cinquanta ufficiali e duemila uomini della 4a brigata bersaglieri depongono le armi (…) All'abile aspirante ufficiale Stahl do l'incarico di raccogliere i prigionieri e di portarli, passando per La Glava e Quota 1077, a Ravna. Come scorta gli posso dare solo pochi fucilieri da montagna». (Erwin Rommel, 1972, Fanterie all'attacco, Esperienze vissute, Longanesi, Milano, p. 281).

 

 

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© 1997, dal libro Grande Guerra e popolazione civile, Vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 27/02/09