Un episodio di ammutinamento ai piedi del monte nero all'inizio della guerra (giugno 1915)

Testimonianza di Janez Fon (Ladra presso Caporetto, 1904) raccolta da Camillo Pavan

« (…) Quando sono arrivati i soldati italiani  i nostri soldati si sono ritirati senza sparare, perché non avevano neanche le munizioni. Avevano però preparato dei mucchi di sassi, su in montagna, e li rotolavano addosso a quelli che salivano. Avevano anche poco da mangiare e nei primi giorni dovettero servirsi di un gregge di una cinquantina di pecore che si trovava già al pascolo sul Monte Nero. Solo il primo di giugno arrivarono i rifornimenti con i muli.

Gli abitanti di Ladra rimasero in paese per quattordici giorni. In quelle due settimane, la vita andava avanti come prima. Le vacche andavano a pascolare nei pascoli, al granoturco era ormai ora di “dare terra”. Noi bambini ci comportavamo da bambini e ricordo ancora oggi che una volta passò un alpino dell’artiglieria di montagna che mi domandò:«Ti, ciò, sono andati avanti i muli?». Io corsi dalla mamma a dirle che un soldato mi aveva detto: «Ciòccio vanti muli…»; perché noi non sapevamo l’italiano. Però c’erano in paese delle donne che erano state a servire a Trieste e parlavano il triestino; ma la lingua triestina non è la lingua italiana e non è neanche friulana… è il dialetto triestino. Ad esempio: «La ga dìto», in italiano sarebbe: «Ha detto», no? Comunque queste donne riuscivano lo stesso a farsi capire dai soldati italiani, parlando il dialetto triestino.

Sempre nei giorni quando noi eravamo ancora in paese, una compagnia italiana si rifiutò di andare su per il Monte Nero. Fu in quell’occasione, proprio qui sopra sul Nag Loch, poco distante da dove siamo adesso, che hanno sparato a un mio zio, Matija, fratello di mio papà.

I fatti sono andati così. Mio zio era sul campo insieme alla moglie e alla figlia più grande; stavano diradando le file di granoturco. Io stavo pascolando una pecora e due agnelli in riva al torrente RoËica, dove ora c’è la segheria. Ad un certo punto ho sentito sparare dalle parti del campo in cui si trovava mio zio. Erano dei soldati italiani che sparavano a quelli che non volevano andare in linea, i quali però rispondevano sparando a loro volta: gli italiani si sparavano fra di loro.

Furono sparati tanti di quei colpi che le foglie di un noce che si trovava sulla loro traiettoria caddero a terra, come fosse il mese di ottobre. Io quando ho sentito sparare sono corso a casa con la pecora e gli agnelli. Sul campo mia cugina fece in tempo ad andare a ripararsi dentro a un fossato. Mio zio invece venne colpito in piena testa e la pallottola gli buttò fuori le cervella; la stessa pallottola colpì poi sua moglie, in una maniera che al momento sembrava superficiale.

Nel frattempo mia cugina riuscì a raggiungere di corsa la prima casa del paese, dove c’era l’osteria, e piangendo disse che il papà era stato ucciso e la mamma ferita. Allora anch’io sono uscito di casa e stavo dirigendomi correndo verso mia mamma per dirle quanto era successo, quando due soldati italiani si misero a corrermi dietro: mi raggiunsero, mi presero uno per parte e mi portarono da un tenente che ormai era pronto a sparare anche a me. Per fortuna che una mia vicina di casa, che era stata a servire a Trieste, riuscì a convincerlo di non sparare, spiegandogli la situazione.

Mio zio venne seppellito sul campo, e solo alla fine della guerra mio papà riuscì a portarlo al cimitero di Caporetto. Mia zia fu portata a casa, ma stava sempre peggio. Fu chiamato il dottore, che però disse subito che non sarebbe guarita, perché era stata colpita da pallottole avvelenate. Erano pallottole che gli italiani avevano già adoperato in Africa, dove chi veniva colpito, se non moriva per la ferita sarebbe morto comunque più tardi per il veleno 1. Infatti dopo tre giorni anche mia zia morì».

 

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1 Uso di pallottole avvelenate: verità o falsa notizia?  Molto più probabile la seconda ipotesi. Certo che all'affermazione di Fon se ne contrappone una analoga da parte italiana in Silvio D'Amico, 1996, La vigilia di Caporetto, Diario di guerra, 1916-1917, a c. di Enrica Bricchetto, p. 206): «La loro barbarie è nel traversare l'Adriatico in aeroplano per venire a buttare a Brindisi, a Cattaro, a Molfetta, a Bari, confetti avvelenati: i quali non possono esser raccolti e messi in bocca altro che da bambini. Questi confetti io li ho visti. Basterebbero a negare tutta una civiltà».

In ogni caso il divieto «d'impiegare veleno od armi avvelenate» era stato codificato fin dalla Conferenza di Bruxelles del 1874 e recepito dalle successive convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907. (Andriulli Gius. A., (...), S.i.d. [ma 1916 o 1917], La legge infranta, L'evoluzione del diritto di guerra, Bemporad, Firenze, p. 156).  

 

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© 1997 Camillo Pavan. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto

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Ultimo aggiornamento 12/01/09