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La pandemia spagnola |
Paolo Sòstero, Purgessimo La spagnola per me è consistita in un po' di mal di testa e vomito. Mia mamma a tutti quanti ci ha messo nel letto, ci ha portato del brulè, un po' di vino; chi andava a badare che il ragazzo non deve bere? E io mi sono poi alzato. Ho visto invece morire un altro ragazzo, che stava davanti a casa mia, figlio unico con il padre al fronte; c'erano la nonna e la mamma con lui. Il ragazzo si è ammalato ed è morto, in due giorni. Invece della nostra famiglia non è morto nessuno. Anzi, dicevano in paese, a Rezzato: «Guarda, i profughi hanno portato il male. Di loro non muore nessuno!». (…)
Giacomo Valeri, Sant’Anastasio di Cessalto Poi è venuta fuori la spagnola, sempre in tempo di guerra, che qua sono morte più ragazze… Tutte tóse sono morte! Sono morte più ragazze con la spagnola, che ragazzi al fronte. Perché, come ragazzi al fronte ne sono morti, mi sembra, in tutto il comune di Cessalto, ne sono morti 36, e come ragazze, dalla spagnola ne sono morte oltre 40.
Eugenio Franceschi, Sant’Angelo di Treviso La spagnola! Da noi qua, c'era il dottor Mafèra che veniva fuori, e diceva: «Fumar forte», per guarire. E di tutti quelli che eravamo qua in casa ce ne sarà stato in piedi uno, gli altri tutti con la febbre, e ti veniva la febbre a quaranta. Ma erano i soldati in gran parte che sono morti, non so se di civili ne sono morti, ma soldati sì che ne sono morti.
Augusto Betteti, Sant’Angelo di Treviso Anche mia mamma l'ha presa. Mio nonno l'ha fatta fumare il sigaro: sigari e chinino. Con sigaro e chinino se l'è cavata, perché nelle famiglie morivano anche tre in una giornata.
Molti sono morti di spagnola, e anche a me è morto il fratello, che era più debole, quando eravamo profughi a Magenta. Un particolare: una notte, il più vecchio dei miei fratelli, Tarcisio (1901) — che dopo è morto qua in cartiera — si era sul letto e mi dice: «Romolo, prendi quella bottiglia là in fondo» (era una bottiglia di liquore) e dammela. Io gliel’ho portata e lui si è messo a berla, e si è fatta mezza balla. Allora gli ho detto: «Adesso dalla a me», e io ho finito il resto. Il giorno dopo, verso mezzogiorno: sparita la febbre e guariti tutti e due! L'altro fratello invece, che non è riuscito a bere, gli ha toccato cedere. Si chiamava Secondo, ed era del Tre.
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© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra |
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| Ultimo
aggiornamento
12/01/09
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