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Il ritorno dei profughi |
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Giovanni Brescancin, Ponte Priula Il paese era distrutto, c'erano tante di quelle bombe e di quelle granate che solo dio lo sa; c'era tutta una buca. Qua sul ponte i preti avevano tirato su una baracca-chiesa, e c'era un prete basso e moro che veniva a dire la messa da San Vendemiano, col treno proveniente da Conegliano che andava a Montebelluna. E intanto che si vestiva diceva messa. Dopo passava il treno da Montebelluna e quando il treno passava di là i macchinisti davano una suonata e, avesse finito la messa o fosse a metà messa, il prete si faceva il segno della croce, si tirava giù i vestiti e andava a prendere il treno per tornare a Conegliano. Quella era la chiesa. Abitavo a un cinquecento metri dal ponte, in Strada Vecchia, attuale via Pascoli. Era una strada larga due metri. La nostra casa era priva di travi ma i muri erano rimasti sani e salvi e sotto c'era il comando dei tedeschi: avevano fatto un bunker sotto la casa. Andavo con mio fratello nella Piave e c'erano gli arditi italiani, vestiti di nero, ancora appesi sui reticolati, morti, ancora là. Sono andati a tirarli via dopo tanto tempo. Lungo l'argine, dove c'erano le trincee dei tedeschi, là c'era il più bel fiòl che io abbia mai visto, là per terra morto, con del sangue sul naso. Un bel biondino, un bel fiòl, e con il freddo che c'era quando noi siamo tornati (era verso le feste di Natale), era ancora là mezzo ghiacciato. Io e mio fratello non eravamo capaci di rimetterci in forze, e lei avrà sentito nominare che c'era il professor Tramontini a San Polo. Allora mia mamma ci ha portato, a piedi, dal professore e il professore dopo averci visitato ha detto a mia madre: «Signora, i suoi figlioli sono sani perfetti; se sono magri — perché si vedeva l'acqua scendere giù per il gozzo — sarebbe bene se riusciste a trovare qualche pezzo di pane e qualche bicchiere di vino nero e dargli da mangiare pane e bere vino, che si rimettano e facciano sangue».
La nostra casa era sulla [presa] Dieci, vicino a Santi Angeli. L’abbiamo trovata senza coperto e senza solai, solo con i muri; allora vi abbiamo messo sopra dei teli di tenda per ripararci e un po' di paglia in terra per dormire. Ma alla notte ci voleva uno che stesse sveglio a far la guardia, perché i topi mangiavano le orecchie! I topi si erano internati in tempo di guerra, a causa della presenza dei militari e dei loro rifiuti, e poi il fieno non era mai stato tagliato. Sul prato, i loro passaggi avevano formato come delle gallerie, fitte fitte. Quando siamo arrivati, sul Montello non “regnava” altro che i topi. E bisognava stare attenti parché i te magnàva e récie (perché ti mangiavano le orecchie). Non è un modo di dire: di notte bisognava far la guardia. Dappertutto c'erano di quelle buche di granate che erano larghe dieci metri, quelle dei 305. Su per la Dieci c'erano anche dei ricoveri fatti dai soldati italiani, uno in particolare, là dal tronco di strada per andare ai Santi Angeli, si inoltrava nel monte per una decina di metri, e dentro c'era acqua nascente che noi andavamo a prenderla. Inoltre su una “riva” della nostra terra avevano impiantato una cucina militare. Abbiamo trovato tutti i fornelli ancora là, ce ne saranno stati venti da una parte e altri dieci da quest'altra parte, e c'era tutto il riso che era già stato cucinato e buttato via. Lo ricordo bene, era dietro il bosco; c'era un bosco di acacie e là avevano messo tutte queste cucine. Per arare la prima volta la terra sono venuti i soldati montati a cavallo. Quattro cavalli, e un soldato che teneva el varsór (l’aratro).
Angelo De Ruos, Sovilla di Nervesa Nervesa al ritorno era tutta a terra, tutta pestata. Anche Sovilla: tutta in terra; il campanile era in piedi ma rotto. A noi ci hanno dato due baracche piccole. Era primavera, e abbiamo trovato la terra piena di topi, tanto che il comune ci ha passato del veleno da buttare nei campi per farli morire. Ma anche lièvóri (lepri) ce n'erano molti, e si andava a caccia con il fucile. C'erano fucili dappertutto, per terra, buttati là, e noi, in tre quattro ragazzi, andavamo a caccia, con un fucile da guerra ciascuno, robe pericolose! C'erano ancora bombe dappertutto; c'erano reticolati, schegge, trincee, e in una siepe di arnère (ontani), c'era una fila di cannoni puntati verso il Piave.
Luigi Basei, Santa Lucia di Piave Nella campagna di Santa Lucia ogni cinque metri c'era una buca di granata. Ci siamo arrangiati noi a chiuderle, da soli. Dopo sono venuti gli inglesi con quelle grosse macchine là ad aiutarci ad arare la terra. Come riparazione dei danni, anche la Germania ci ha mandato delle mucche, quattro vitelli, due cavalli e un mulo. Nei primi tempi sono andato anche a chiudere le buche al ponte sul Piave a Nervesa, dove avevano gettato le passerelle. C'erano teste e braccia di soldati, una catasta di fucili. Avevo 15 anni, lavoravo per il Genio e con me veniva a lavorare un vecchio di 70 anni. Si partiva alle cinque del mattino e qualcosa si prendeva, ma pochi schèi. Si coprivano le buche, e i morti. Nel Piave c'erano due inglesi morti, buttati giù, coperti col sabión (sabbia). Mi par di vederli ancor adesso: avevano la pancia con i buchi in cui erano entrate le pantegane a mangiargli le budella.
Mi ricordo che quando siamo ritornati a Lovadina, era primavera. C'era un sole che me inórbíva i òci (mi accecava) e non c’erano altro che sassi e terra per la strada. Túti múci de sassi e case in tèra (tutti mucchi di sassi e case per terra). Mio padre era già ritornato, perché avevamo un po' di terra davanti a casa e là si era fatto mettere una baracca e una volta che era pronta la baracca mia madre ha dovuto lasciare Torino. E mia madre, pianti e sospiri: perché lei sarebbe rimasta più volentieri a Torino, perché mio padre lavorava in una segheria là vicino, perché i figli potevano finire la scuola, perché anche il figlio mutilato avrebbe trovato un lavoro. Lei aveva già fatto tutte le pratiche perché venisse assunto in qualche ufficio magari come usciere o portiere. Ma no ghe xe sta santi, mio padre e il fratello di mia madre hanno voluto a tutti i costi ritornare a casa, perché bisognava venire a Lovadina, «a vedere quanti sassi erano andati per terra». Siamo tornati a casa in treno, ed è venuto a prenderci il barba (lo zio) con una carrettina tirata da una cavalla roana che gliel'avevano lasciata i militari. Nei primi giorni non c'erano altro che macerie e sole, una roba impossibile. Mia madre quanti pianti, pòra creatura, su sta baraca, con la stufa che fumava come il demonio. E tanto poveri che non sapeva come fare ad andare avanti, perché mio padre non lavorava, non prendeva niente. Quanti pianti che ha fatto per essere ritornata a Lovadina!
Francesco Daniel, Ponte di Piave Col treno siamo arrivati fino a Ponte. Alla stazione ci aspettava, con mulo e sarabàn (calesse), lo zio Domenico Nespolo che ci ha portato subito a Mansuè, perché a Ponte non c'erano altro che sassi: tutto a terra. Nella campagna c'erano reticolati, trincee, camminamenti, bombe dappertutto. Abbiamo caricato sul calesse un poche di coperte lasciate dai tedeschi, e a Mansuè abbiamo trascorso il primo inverno del dopoguerra finché, verso marzo - aprile del '18 ci hanno sistemato una baracca sul cortile della nostra casa. La baracca era anche abbastanza grande e confortevole, con quattro stanze, pareti con doppio strato di tavole (così non passava il vento) e il tetto coperto da tegole. Molte altre baracche invece erano coperte da cartone catramato e avevano magari un solo stanzone, mentre noi siamo stati fortunati, anche perché siamo stati fra gli ultimi ad averla. L’unico difetto era che non si poteva far fuoco all’interno, così andavamo a cucinare sotto una tettoia dove c’era la vecchia casa. Per prima cosa abbiamo liberato i campi dalle granate, abbiamo chiuso i camminamenti e le trincee e accatastato i reticolati. Poi abbiamo iniziato a sistemare la campagna. Le viti erano per terra, ma per fortuna non erano state tagliate; i tedeschi si erano limitati a togliere i ferri alla beússèra (vigneto “a Bellussi”) e si era formato tutto un groviglio che evidentemente doveva servire da ostacolo contro l’avanzata degli italiani. Già in quella primavera del '19 siamo riusciti a preparare dei campi per la semina del granoturco. Per la raccolta dei residuati e per la pulizia del terreno ci eravamo arrangiati da soli. Maschi e femmine, vecchi e bambini, tutti sotto, a lavorare dall’alba al tramonto. E come noi tutte le famiglie d’intorno, ognuna per conto proprio, perché ogni famiglia aveva il suo bel daffare. Per l’aratura invece, visto che eravamo senza bestiame, è arrivata l’artiglieria. Cioè sono arrivati gli artiglieri con dei traini di tre o anche quattro paia di cavalli e hanno arato il terreno in profondità e velocemente. I cavalli infatti andavano via di corsa: ogni coppia aveva un soldato in groppa che li conduceva e l’aratro era fatto in maniera tale che l’artigliere che lo manovrava vi si poteva sedere sopra all’inizio di ogni nuovo solco, e così non rallentava il ritmo. Questi soldati non volevano niente, e per la verità non avremmo neanche potuto dargli niente perché soldi ne avevamo ben pochi. Però qualche fiasco di vino andavamo a prenderglielo a Ponte, dove nel frattempo erano stati aperti degli spacci. E bisogna dire che, malgrado andassero via di corsa, l’aratura alla fine è stata fatta molto bene. Così un primo raccolto di polenta siamo riusciti ad averlo già nel 1919. Per il vino invece abbiamo dovuto aspettare due anni, e per colmo di sfortuna nel '20 è arrivata anche una grandinata che ci ha portato via quasi tutto il raccolto. Siamo rimasti in baracca per oltre quattro anni fino al 1923, quando ci hanno consegnato la nuova casa. Avevamo iniziato i lavori con una procura di pagamento per venticinque mila lire garantita dal governo, ma in realtà la casa ci è venuta a costare trentamila lire e per coprire in parte la differenza abbiamo utilizzato il rimborso che il governo ci aveva dato per il bestiame. La costruzione è stata appaltata da una cooperativa di Maserada e bisogna dire che hanno fatto un lavoro a regola d’arte, sia pure in economia, con pietre della fornace Bertoli di Fagarè e con tanti sassi delle grave. I muri infatti avevano quattro o cinque file di sassi e un córso de pière (una fila di pietre). E quando si andava nel fiume a raccogliere i sassi si trovavano dappertutto ossi di soldati: qua un braccio, là una gamba, più avanti una testa. Noi li lasciavamo là, nel giaròn della grava, dove la Piave a forza di rotolarli li ha frantumati e sepolti.
Subito dopo il quattro novembre sono stato congedato provvisoriamente, in modo da poter ritornare a mettere a posto la casa e il terreno. A Saletto ho trovato morti, reticolati e armi per terra. L'aria era ammorbata da quell'odoraccio che lasciano i cadaveri. C'erano i soldati della sanità che disinfettavano con il cloro, si sentiva l'odore del cloro. I morti erano ancora sul terreno, da seppellire, e un pochi alla volta li caricavano su un carretto trainato da un cavallo e li portavano nel cimitero militare di San Bortolo, in località “Le Crociere”. Da là, più tardi, sono stati trasferiti all'ossario di Fagarè, e il granoturco per un po' sarebbe cresciuto in quel posto molto più bello che tutto attorno. Ho visto i morti attaccati ancora sui reticolati, morti da qualche giorno, e a prima vista non si capiva bene di che nazionalità fossero, perché c'erano anche dei tedeschi dalla nostra parte. C'erano morti dappertutto, negli orti, negli angoli, nei buchi. Italiani e tedeschi. Morti. Ancora con il corpo intero, con le divise addosso, non seppelliti. La croce rossa e altri soldati passavano con un telo di tenda, e dentro vi mettevano il cadavere, che poi veniva caricato sul carretto. A volte capitava che lungo la strada si vedesse un rigagnolo di “sugo”, proveniente dal carretto. In poco tempo, comunque, è stato tutto ripulito. Qua negli ultimi giorni, a partire da Fagarè e fino a Maserada c'è stata una battaglia incredibile. Quando io sono tornato ho visto un disastro, pur essendo passato qualche giorno che le linee erano state superate. Il fatto è che l'esercito italiano doveva andare avanti, inseguire il nemico che si ritirava, e non aveva tempo di fermarsi a sistemare quello che rimaneva dietro. Comunque a me i morti non danno fastidio; vi sono abituato, non ho timore, neppure dei feriti. Se lei è ferito e tutti scappano, io mi fermo e l'aiuto e lo curo, anche se tirano granate. Infatti io ho salvato una persona che sarebbe morta centomila volte: avrà avuto due tonnellate di travetti sopra di lei, a Marghera, durante un bombardamento nel 1944. A Saletto era tutto distrutto fra l’argine e l'acqua, ma anche in piazza era quasi tutto demolito. Io sono stato uno dei primi a fare richiesta di una baracca, e poi mio padre ha fatto costruire la casa, più tardi, nel '21. Le case sono state costruite quasi tutte dalle cooperative, bianche e rosse, che utilizzavano una garanzia fornita dallo stato. Queste cooperative hanno tutte imbrogliato i proprietari, non hanno mai fatto case “per le quali”, anche se poi il Genio comunque le collaudava. C'era la tangente anche quella volta? Non lo so. Sta di fatto che collaudavano queste case costruite il più possibile in economia: poca calce molta sabbia, molti sassi poche pietre. La sistemazione dei campi è stata fatta in tempi abbastanza ristretti, anche perché nella zona ci sono tutte campagne piccole. Solo le case ci hanno messo tanto ad essere ricostruite, perché ci voleva una gran burocrazia, perché di fatto il proprietario delle case non tirava fuori lui i soldi, lo faceva il Genio Civile o quello Militare, cioè lo Stato, che garantiva il rimborso a queste cooperative. Il proprietario non sborsava una lira: faceva la domanda, venivano fuori a fare la costatazione del danno, e gli veniva data una dichiarazione che permetteva un tot di spesa per la ricostruzione, e la cooperativa costruiva. Per quanto riguarda i miei pochi campi di terra ho fatto ricorso ad un comando militare che era qui in paese, per chiedere che mi aiutassero, perché la mia famiglia continuava a restare in Sicilia. Ho avuto l'aiuto di sette-otto prigionieri austriaci con i quali ho ripulito il terreno. C'erano molti prigionieri austriaci; a migliaia erano nella zona. A Saletto, sistemati dietro a dove ora c'è il grande bar della piazza, c'erano dieci-dodici baracche tutte in fila e tutte con prigionieri tedeschi. E sono rimasti qua per molti mesi, sette-otto mesi. Io li consideravo esseri umani, lavoravano, riparavano case, molti parlavano anche italiano, erano altoatesini. C'erano molti austriaci. Io considero il popolo austriaco un popolo nobile, e neppure guerriero. Erano bravi ragazzi, erano prigionieri, erano coscienti di essere prigionieri, però non avevano quel ghigno, quell'atteggiamento da nemici. In piazza avevano costruito una specie di falegnameria con tutti i pezzi di legno. Facevano la credenzetta per qualcuno che era ritornato a casa, magari per ricevere un qualcosa in più da mangiare. Chi faceva il muratore, chi il falegname. La falegnameria era dietro al forno, era con un banco provvisorio, con materiale di recupero, senza morsa. Malgrado questo i prigionieri riuscivano ad ottenere dei begli oggetti, si davano da fare. Io allora ero militare, non avevo ancora il congedo definitivo e venivo poche volte al paese, ma questo era quello che vedevo. I feriti venivano portati via con un camioncino 15 Ter. Certo erano prigionieri, in una baracca, senza tanti conforti, con una pompa che c'era fuori dalla baracca per l'acqua. Anche gli italiani quando sono rientrati dalla prigionia, io li ho visti, perché ero ancora militare a Bologna. Ma erano proprio mal messi, tutti straccioni, che sembravano non degli zingari, ma gente che vien fuori da una caverna dove per anni non avevano mai visto la luce. Li ho visti messi molto peggio che non gli austriaci prigionieri in Italia. Una volta congedato definitivamente mi son messo a fare il falegname qua a Saletto, ma nessuno mi pagava, forse perché avevo il vestito nuovo e mi mettevo le scarpe rosse quando andavo a richiedere i soldi. Allora quando mi vedevano così tirato mi dicevano: «Non ti vergogni venir a chiedere i soldi vestito così?». Per la verità un po' di soldi io li avevo fatti da militare, commerciando materiale militare, benzina, nafta: mercato nero assieme al tenente, che poi lasciava anche a me qualcosa del Allora mi son stufato di chiedere i soldi ai paesani, ho preso su e sono andato in Francia, zona Saint-Étienne, regione Loire.
Io sono nativo di Stabiùss (Stabiuzzo), frazione di Cimadolmo, e là c'era il disastro, c'erano tutte le granate, il demonio. Appena ritornati, mi ricordo che avevo sette anni e mezzo-otto anni, abbiamo fatto su un “casotto” in quel che restava della nostra casa, tanto per trovare un po’ di riparo, e si andava a prendere il rancio dai militari che erano ancora qua. La baracca vera e propria ci è stata data dopo un anno-due, e in attesa delle baracche ci siamo arrangiati. Avevamo questo baracchino fatto con lamiere e tavole, appoggiato a un muro della casa rimasto in piedi. La terra era tutte buche. Noi su sei campi avevamo seimila buche di granata, perché eravamo a non più di duecento-trecento metri dal Piave. C'erano trincee e buche. Quante granate abbiamo seppellito e quante ne sono state portate via! Un'infinità di munizioni, era tutti i giorni un incidente. Il Genio aveva tolto su il più grosso, e di quelle rimaste i nostri vecchi ne hanno anche seppellite, magari in queste buche dove ci sarebbe stata una casa intera. C'era “una strage” di munizioni; di quelle granate! Noi siamo stati fortunati: eravamo dieci fratelli e siamo stati forse l'unica famiglia a non aver avuto incidenti. Tanti si sono fatti male, tanti anche si sono ammazzati, con i petardi, le bombe, le sípe .
Angela Salviato, Musile-CaseBianche La nostra casa era tutta rotta; intorno era tutto un deserto, tutto un bosco, con quelle erbe palustri alte, quei paveróni. E in quel groviglio c'erano ancora tuti sti soldài morti, poaréti, anche se eravamo già nel luglio del 1919. Morti… non ossi, ma proprio soldati, vestiti e non seppelliti, là sopra la terra. Quanti! Non si poteva neppure venir fuori a fare un passo, erano tutto uno, tutto uno. Poi, con questi carrettoni, con questi cassoni, venivano a portarli via. Venivano anche a prendere le bombe e le ammucchiavano, e alla sera sul tardi ci dicevano: «Giù tutti», e noi ci nascondevamo in un angolo della casa. Ci hanno dato una baracca di legno, e abbiamo preso anche la malaria. Per arare la terra i soldati ci hanno dato delle bestie grandi grandi, con questi corni lunghi. Gli zii un po' alla volta hanno sistemato la campagna e l'anno dopo sono riusciti a metterla in produzione. Poi il Genio ha dato il via ai muratori, che ci hanno ricostruito la casa.
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© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra |
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aggiornamento
12/01/09
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