Recuperanti di mestiere

 

Elio Zambon, Santa Croce, Montello

Siamo arrivati qua da Santa Maria di Feletto subito dopo la guerra; abbiamo comprato la terra. C’era da pagare la terra e soldi non ne avevamo.

Si viveva con la roba di recupero. Abbiamo pagato la terra con le munizioni della guerra, e non per modo di dire. Erano 20 campi che mio padre e mio zio hanno comprato per 28.000 lire da un certo Bellussi soprannominato Pissandolo, che ha venduto qua per comprare a San Polo di Piave. Questa è terra da pípe, solo in qualche tratto è buona. Qua non c'è acqua; per irrigare avevamo delle buche di granata da 305, dove ristagnava l'acqua e la si andava a prendere per le vacche, altrimenti avremmo dovuto andare sul Piave. Per bere non avevamo l'acquedotto e andavamo sulle “fontanelle”, che erano delle piccole sorgenti sparse nei dintorni. «Di quelle vite, di quelle vite!» [interviene la moglie] «con le seciéte (piccoli secchi) a prenderla dove nasceva, in queste “fontanelle” che erano come dei rivoletti d'acqua: una era qui vicino, un'altra in una casa a sinistra prima di arrivare in piazza a S. Croce del Montello, poi un'altra là nei pressi; si faceva la fila per andarla a prendere, perché veniva fuori poca alla volta. Erano le ragazze, le donne che andavano a prenderla; e per lavare la biancheria: sul Piave!». Anche dopo diversi anni, quando continuavano ad arrivare le cambiali e mi toccava pagarle, dicevo: «Maledetta quella volta che hanno comperato qua, sarebbe bastato un ettaro di terra solo, ma in campagna».

Io sono nato in questa casa, nel 1924, e da bambino quando avevo 4-5 anni mio padre mi ha fatto un carrettino con le ruote degli sdrapnel e io lo tiravo a casa pieno di cartucce, di pallottole che trovavo qui attorno: si potevano raccogliere le cartucce col rastrello, da quante ce n’erano! Laggiù c'era una mitraglia tedesca e all’epoca era terra agricola: mio padre rastrellava il terreno e io caricavo le pallottole sul mio carrettino: erano in ottone, quindi avevano un certo valore. Poi passava uno straccivendolo che le comprava; passava con carretto e muss, ogni due tre giorni, e chiedeva se c'era ferro. Ma nella zona c'era anche un raccoglitore grossista che si chiamava Banese.

Qua vicino, un po' più su delle “Campagnole”, i tedeschi hanno messo la passerella, nel giugno del '18, e mi ricordo che quando ero bòcia c'erano più granate che sassi, sul Piave, perché tutte le artiglierie tiravano su quella passerella.

Nel Piave ho trovato delle ancore, e delle cassette di munizione cal. 75. In ogni cassetta c'erano tre o quattro proiettili con bossolo di ottone pronto per essere utilizzato. Un'ancora pesava 70 chili: ne ho vendute tante e una l’ho data anche al comune, mi sembra che l'abbia messa sull'ossario, non so. Là c'erano anche tante barche in ferro come quella che si trova sull'argine a Nervesa; un’altra dovrebbe essere anche a Santa Croce sulle scuole. Erano tutte in ferro le barche tedesche, e anche “rimorchiate”, attaccate una con l'altra…

Fra le due guerre era più facile trovare residuati, c’erano ancora molte granate, un po’ dappertutto. Molti andavano a tirarle su, e molti ci hanno lasciato la pelle. A Nervesa sono morti in sette persone. Uno ha portato su una granata e poi l’ha lasciata cadere dalla spalla: intorno c'era un gruppetto di persone, sedute all'ombra di un albero; la granata è scoppiata e sono morti in sette. Sarà stato il 1935.

Era un mestiere pericoloso, ma pítòsto de morir da fam! Schèi no ghé n'èra, lavoro no ghé n'èra…!  (piuttosto che morire di fame! Soldi non ce n’erano, lavoro non ce n’era).

Non solo bombe si trovavano.  Quando ero piccolo si scendeva qui giù per il bosco e si trovavano mezze teste, denti, ossi, di tutto. Si lasciavano là, anche perché se si avvertiva il cursore comunale lui ti diceva parole, perché gli rompeva i coglioni a lui, che avrebbe dovuto venir sul posto con la cassetta, in bicicletta e poi portarli all'ossario.

Esaurita la raccolta del ferro in superficie si sarebbe dovuto ricorrere al “radar”. Mio padre invece nel 1936 è emigrato in Francia. Qua c'era la pellagra!

Poi è arrivata l’altra guerra. Al ritorno per un po’ abbiamo continuato a lavorare tutti nei campi, poi mio fratello Loris, che è del '23 è andato emigrante. Dapprima in Belgio, in galleria a cavar carbone e poi in Venezuela dove adesso ha una campagna e alleva bestiame. Mia sorella si è sposata. Anche due miei cugini sono andati in Australia, fra il 1955 e il 1960, si chiamano Zambon Luigi e Ferdinando, mentre mio cugino Ugo è andato a Milano a fare il vigile e ora è in pensione. Qua non si viveva, e poi quasi ogni anno veniva (e viene) la grandine: parte da Montebelluna e va fuori per il Castello di Susegana, questa è proprio la zona più battuta dalla tempesta.

Una mattina del 1952 stavo falciando l'erba attorno alla centrale elettrica di Nervesa, e mentre stavo rialzando la falce col braccio destro per prendere lo slancio e proseguire il taglio ho colpito una delle mine che erano state messe dai tedeschi nell’ultima guerra per impedire che fosse fatta saltare la centrale. Dopo lo scoppio non ho perso i sensi, mi sono rialzato e ho camminato con le mie forze, la mano sia pur rovinata era ancora attaccata, ma erano staccate tutte le vene, era maciullata. In ospedale non hanno potuto far altro che tagliarla e eliminarla.

 

 

Era la prima volta che andavo a tagliare l'erba in quel posto: la prima volta in assoluto, che qualcuno ci andava, dopo la guerra. C'era un gran groviglio, tutto imboscato, ma a me serviva quell’erba, perché avevo la stalla. Mine ne erano state messe dappertutto, sul bosco, di qua, di là. Ogni tanto c'erano le volpi e i cani che saltavano per aria e facevano sparare le mine. Io pensavo che quel posto fosse sicuro.

Per fortuna sono stato colpito nella parte destra, e di dietro, perché se fossi stato colpito davanti sarei morto, e invece davanti non ho neppure una scheggia, solo la mano sinistra è stata colpita e in parte si è rotta. Volevano anche operarmela, ma poi il primario ha detto lasciamola così che rischiamo di rovinargliela di più.

È stato da quella volta che ho ripreso ad andare a ferro, e per mestiere. Io portavo il radar (il cercamine), gli altri miei amici scavavano. Il radar l’avevo comperato a Fontaniva per 135.000 lire da Elio Bertuzzo: era una marca sua, artigianale, molto potente. Era migliore dell’Augusta di Rovereto, che in tanti ce l’avevano qua lungo il Piave e anche sul Grappa.

Lavoro non ce n'era, allora si andava a ferro. E si ricordi che, ancora nel 1958, un chilo di ferro me lo pagavano 40 lire, dove che il pane costava 60-70 lire al chilo! Noi in particolare si prendeva tanti soldi con il piombo, che valeva 240-250 lire al chilo; l'ottone 350 lire; 500 e più, il rame.

Eravamo “raccoglitori di metallo”. Si partiva un gruppetto di due-tre alla volta, e quello che si tirava su lo si portava nel cortile di casa, dove venivano a prenderselo col camion; poi ci si divideva il guadagno. Gli anni migliori sono stati fra il 1958 e il 1960, poi il prezzo del ferro ha iniziato a calare, e anche quello dell'altro metallo.

I carabinieri e le autorità, all'epoca permettevano questa raccolta. Era come un mestiere; lavoro non ce n'era per nessuno. Chi aveva lavoro allora? Sono andati tutti all'estero, chi in Australia, chi in Francia, chi in Svizzera, chi in Germania.       

Il piombo lo si trovava dove scoppiava il proiettile: erano tutte palline. Il 149 tedesco ne aveva quindici chili e mezzo-sedici, mentre il 149 italiano aveva venti chili di piombo.

Le granate tedesche erano il 75, il 105, il 149; il 205 ce l'avevano anche loro, ma lo usavano poco; poi c’erano il 305 e il 420 che sparavano con cannone ed era una roba alta più di un metro. Quando veniva trovata qualcuna di queste grandi, su per il Grappa, in molti le scaricavano, ma capitava anche che in molti ci lasciassero le penne; io non mi fidavo. Noi quando si trovava una bomba del genere, ancora da scoppiare, la lasciavamo là, si avvertivano i carabinieri, venivano gli artificieri che la facevano brillare.

Le granate italiane più usate erano come quelle tedesche, all'incirca: c’era anche il 37 millimetri sparato con un cannoncino piccolo, poi c’erano il 75, il 105, il 149, il 205 e il 280, che io sappia.

Le granate da 105 avevano bossoli di diversa lunghezza, pur avendo tutte lo stesso calibro; i 75 contenevano 2 chili e 8 di piombo. Il calibro 35 (37) non aveva piombo dentro; il 280 aveva solo tritolo e quindi per noi non andava bene. Il migliore in assoluto era il calibro 149 italiano, dal valore di 5000 lire intero (le granate da piombo le vendevo intere, non mi fidavo di scaricarle); dopo c'era il 149 tedesco “doppio effetto” che aveva sedici chili di piombo e quello valeva 4500 lire. Per doppio effetto s'intende che nella spoletta davanti scoppiava in aria la parte anteriore come una schioppettata, liberando tutte le palline (era regolata all'origine l'altezza in cui avrebbe dovuto scoppiare); quando poi toccava per terra scoppiava un’altra volta: erano gli sdrapnel ed erano tremendi. L'italiano non aveva questo tipo a doppio effetto.

Le granate che rendevano meglio erano quindi quelle rimaste ancora intatte, quelle non scoppiate; e ce n'erano molte. Erano pericolose, ma io non le aprivo mai, le aprivano quelli che le comperavano, che poi ci guadagnavano sopra ancora tanto.

Le più pericolose erano le granate perforanti: quelle che erano avvitate per il culo. Avevano la punta tutta in ferro e il detonatore era avvitato alla base. Il perforante nessuno lo toccava, io tutte quelle che trovavo le ho date agli artificieri; oppure le si metteva più in profondità, in posti sicuri, dove non andavano toccate e quindi sono ancora là, in luoghi in cui non si riesce ad andare, ben coperte.

Non c'è roba pericolosa a portata di mano, come nelle grotte del Montello frequentate dagli speleologi.

Delle granate scoppiate si recuperava il pezzo di spoletta in ottone, la corona in rame, le palline di piombo che si trovavano tutto attorno. 

Concludendo il 149 era il più ricco, mentre i calibri più grossi valevano poco o niente, valevano solo per il ferro e tanti sono saltati in aria, aprendoli con scalpello e martello. Chi si fidava ad aprirli, la polvere la buttavano sui campi per concimare.

C'erano anche le granate da gas e iprite. Quelle dei tedeschi erano foderate dentro con il piombo; quelle italiane avevano invece un bussolotto di ferro avvitato dentro al bossolo: quando scoppiava la spoletta spaccava il bussolotto. Il gas l'hanno usato fino alla fine, l’iprite l'hanno usata solo all'inizio e poi non l'hanno più usata, forse si sono messi d’accordo per non usarla più. Questi proiettili di iprite e di gas c'erano un po' dovunque, a volontà; ma per i raccoglitori non erano un buon affare le granate da gas, perché valevano solo per il ferro.

C'erano le granate incendiarie, che venivano lanciate principalmente dove c'erano le munizioni, i depositi; c’erano le bombe a mano, le sipe, e quelle tedesche con il manico. C’era di tutto. Inoltre, quando i tedeschi andavano all'assalto, se trovavano dei nostri soldati già morti li lasciavano stare, ma se ne vedevano di ancora vivi avevano una mazza lunga circa mezzo metro, in ferro, per ammazzarli. Mazze ne ho trovate diverse e le ho vendute a ferro vecchio, le ho trovate all'inizio, nei primi tempi.

Poi si trovavano tanti soldati morti e ce ne saranno ancora sotto terra, nei nostri campi. Anche dietro casa della moglie hanno trovato un tedesco; ma non era tedesco, era grande: era un ungherese, e lo hanno trovato una trentina d'anni fa, dopo la seconda guerra.

Ne ho trovato quattordici io, di morti, a Nervesa, dentro una buca, vicino alla filanda, al mulino, vicino a Cóa (soprannome di De Ruos). Là erano andati all'assalto. Gli italiani sono venuti su all'assalto con il treno, gli arditi… e i morti poi li hanno messi in questa buca e io li trovati col radar. Quella volta il cercamine aveva segnato i capèl de fèro (gli elmetti), le giberne, le baionette. Quei morti erano stati sepolti con tutto addosso, con le loro baionette e giberne e fucili, e con il portafoglio. Erano tutti tedeschi: avevano quelle monete di rame e noi le abbiamo vendute come rame, niente invece soldi di carta; anche i cappelli di ferro si vendevano come ferro.

Sono ancora sotto terra, la maggior parte dei morti, perché io ne ho trovato, fra io e mio cugino, sei in questi nostri dieci campi; e poi quando si andava a ferro se ne trovavano molti altri, seppelliti sulle buche delle granate perché facevano prima a seppellirli.

Un morto lo abbiamo trovato vicino al bocciodromo, a Nervesa, dove hanno fabbricato. Quello aveva anche il pennello per la barba fatto con una cartuccia sua, tedesca, e aveva anche una scatola di fiammiferi di sicurezza ancora intatta, dopo quarant'anni, penso per la conformazione del terreno: c'era sabbia e anche ghiaia, là. Era la località al Dus, dove c'è la ferrovia: appena passata la ferrovia a sinistra.

Anche a Bavaria ho trovato due morti, dietro Mussa, per andar sul Castel de Sotto, prima della ferrovia. Perché gli italiani erano tutti appoggiati sulla ferrata. Là è stato ucciso Mario Fiore, perché nella ferrovia c'era un buco. Fiore era un comandante, ha il monumento.

Eravamo in tanti sul Montello che si cercava residuati. C'erano i Frare, Gabriele e Federico, da Bavaria. C’era il mio amico Chéchi Gottardo detto Tobia, sempre da Bavaria, e lui conosceva bene anche tutti i prezzi. Altri li può trovare a Santa Maria della Vittoria. È gente che viene da Enego, come Cappellari, che aveva anche 400 casette di miele, ora non più, perché le api si sono malate.

Abbiamo smesso di andar cercare ferro quando i prezzi sono calati. Poi c’era il governo che prima voleva il ferro, e gli andava bene tutto. Ma dopo hanno cominciato a far storie, a dirci che avevano trovato le bombe pericolose che noi avevamo seppellite in profondità, perché erano passati con l'acquedotto. Alcuni di noi sono stati anche incolpati, hanno dovuto andare dall'avvocato. Non in prigione, ma multe, perché si avrebbe dovuto dare le bombe agli artificieri e a volte non lo si faceva. Anzi, spesso non lo si faceva, perché se si fossero chiamati sempre gli artificieri bisognerebbe chiamarli anche adesso ogni volta che si ara, perché magari si trova una sipa (bomba a mano), e la si trova ancora oggi se si ara a fondo.

Ormai si può dire che gran parte del Montello sia pulito, in seguito all'ultimo passaggio a tappeto con i radar. Però se ne possono trovare ancora bombe, se si fanno degli scavi.

Io in casa non conservo niente, neppure un capèl de fèro, e sì che ce n'erano tanti. Non ne voglio più sapere, che i vada in mona. Non vogliamo più saperne delle guerre. Sono venute parecchie persone a vedere se avevo qualcosa da dargli, e qualcosa ho dato, ma poca roba.

Sono in pensione, e fra la terra e la pensione, risparmiando, me la cavo.

 

Federico Frare, Bavaria

Finita la seconda guerra avevo una certa pratica dei ‘radar’, perché avevo fatto il militare come guastatore-sabotatore. Per la verità sono stato nell'esercito solo quattro mesi, ho fatto in tempo a fare il giuramento e poi è venuto l'Otto Settembre. Dopo, per scappare alla Mas e ai tedeschi sono andato in montagna con i partigiani, divisione Nino Nannetti. All'inizio non eravamo molto preparati, ma più tardi sì. Elio Zambon era partigiano a Miane, con la Mazzini.

Ho iniziato a cercare roba della prima guerra nel 1951, quando se ne trovava ancora in abbondanza e un chilo di ferro valeva come un chilo di pane. C'era mezza Nervesa che andava in cerca, anche le donne, perché allora per vivere si viveva con quello.

I primi radar venivano da Asiago, ma io ho iniziato con uno che avevano lasciato qua gli inglesi, dopo la seconda guerra. Poi mi son messo con Elio Zambon, che ne aveva comperato uno costruito artigianalmente. Con Zambon abbiamo fatto tutta la linea del fronte, dall’Ortigara a Jesolo. Vede quel pezzo di casa in cui ora abito? Me lo son fatto su con il ricavato delle bombe, perché allora altri lavori non ce n’erano.

I carabinieri qua del paese chiudevano un occhio, e quando ci vedevano partire al mattino ci dicevano: «Per piacere, quando ritornate, non passate davanti alla caserma, che alle volte le bombe non esplodano proprio qui!».

Il proiettile migliore era il 149; ma il migliore in assoluto era il 152 italiano, che conteneva 21 chili di piombo ed era un 149 migliorato. Buono era anche il 112 francese, con 8 chili di piombo.

Per quanto riguarda la pericolosità, il peggiore era il 105 tedesco perforante, dotato di doppio caricatore, che gli permetteva di esplodere sia cadendo con la punta sia cadendo con il culo. Molto pericoloso era anche il Pilor francese, che però aveva una spoletta di ottone che pesava un chilo, cioè 3-4 chili di pane, che a noi faceva gola e che in qualche modo riuscivamo a recuperare.

Una volta, dalle parti del castello di Collalto, ho trovato un deposito di 50 pezzi tedeschi da 149; 50 granate dal peso complessivo di 50 chili l’una. Per disinnescarle sono andato sul Piave. Ne avevo appena aperta una… che è uscito il gas. Non aveva odore cattivo; noi conoscevamo già il gas lagrimogeno e quello asfissiante, ma non questo. Dopo tre quattro ore sono venute fuori le vesciche, soprattutto sul basso ventre, poi è iniziata la diarrea.

L’ho saputo dopo, all’ospedale di Padova dove mi hanno portato e dove sono rimasto per cento giorni, che si trattava di iprite. E adesso ne è rimasto ancora un altro deposito di quelle bombe là, sulla campagna …

Ho rischiato la vita e dopo ho avuto anche guai con la burocrazia militare. Avrei dovuto mettermi in regola, fare domanda all’Artiglieria, utilizzare un rastrello di legno; ma come si poteva?

Altro che farci difficoltà! Con tutta la roba che abbiamo recuperato e con il lavoro che davamo anche ad altri, perché c’è stato un periodo in cui lavoravano per noi anche sei persone, avrebbero dovuto darci la medaglia d’oro!   
    

© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra

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Ultimo aggiornamento 12/01/09