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Vita da profughi, sotto i tedeschi |
Regina Tittonel, Campèa di Miane Nel cortile di casa nostra, a Campèa, c'era l'ufficiale di posta; c'erano anche i cani che portavano la posta e quando partivano, noi subito andavamo a vedere nella loro ciotola se avevano lasciato indietro qualcosa per poterlo mangiare noi. Nel palazzo dei nostri padroni, c'era una scaletta per scendere, e i soldati cucinieri vi buttavano le scorze delle patate. Mi ricordo che andavo col secchio a tirar su le scorze, anche se erano messe in un punto, sotto la scaletta, in cui gli ufficiali venivano giù per farvi la pipí; orinavano sopra le scorze e noi le si lessava, quelle scorze di patate, e le si mangiava! I tedeschi ci avevano lasciato un campo di terra per famiglia per seminarvi il granoturco, solo che poi vi hanno lasciato andar dentro i cavalli, così abbiamo perso tutto. Avevamo di quelle rive, di quelle vigne! E i cavalli hanno pestato tutto, non è restata in piedi neppure una vite. Avevamo di quei larici grossi così, sulle rive, e loro li hanno tagliati. Di tutte le vacche che avevamo, i nonni sono riusciti a nasconderne una in cantina, ma quando è diventata ben in carne i tedeschi ce l’hanno sequestrata e ce ne hanno data una di magra. In paese c'era un ragazzo di 17-18 anni, Ettore Silvestri chiamato Éto, che sapeva parlare il tedesco, era stato emigrante e lui in qualche maniera riusciva ad andare in cucina a farsi dare delle pagnocche. Non c'era più niente da mangiare, tutto quello che avevamo era stato distrutto, mangiato e bevuto dai tedeschi appena arrivati. Le donne andavano a rubare sui campi, giù fino a Motta di Livenza; a rubare pannocchie col sacco, a piedi. A volte venivano prese dai tedeschi, poaréte! E gli portavano via “la biàva e tút” (il granoturco e tutto). Altre volte invece riuscivano a portar a casa un po' di biàva. Mio nonno Antonio detto Jàssi è morto di fame, a 72 anni. Lui era abituato a bere vino, perché era el paron de casa e aveva le chiavi della cantina. Rimasto senza vino beveva caffè, di quello con la pignatèa (pentolino), così si è gonfiato le gambe ed è morto. L’altro mio nonno, Piero, l’hanno messo in prigione per sei patate, ma là avevano ragione i tedeschi, perché le avevano appena seminate. Ma mio nonno aveva fame ed era andato a levarne una buca, quando è arrivato un tedesco con una verga e “pin e pan”, gliene ha date di santa ragione. Dopo la guerra i nipoti ogni tanto lo prendevano in giro e gli dicevano per scherzo: “Nòno, aténto ai todeschi!”.
Giunti ad Arzene ci hanno radunato in piazza e ci hanno smistato nelle varie case. Mio fratello Santo ha avuto la fortuna di capitare in una famiglia che aveva abbastanza terra e siccome lui era del Tre (1903) ed era in grado di lavorare come un grande si è trovato molto bene. Io, con altri tre fratelli e mia mamma incinta siamo stati sistemati in una casa appena fuori dalla strada principale. Vicino a noi c’erano delle famiglie di Moriago, quella di Lucrezia Scarpel, di Marietta Fornasier, di Antonio Campeol, e altre. Per mangiare, all’inizio ce la cavavamo. I contadini del paese avevano nascosto la roba sotto terra, avevano scavato delle grandi buche sotto i portici, e in cambio del nostro aiuto ci davano qualcosa da mettere in bocca. Ma ultimamente era dura, perché anche loro non avevano più niente. I tedeschi ci passavano una misera tessera e allora andavamo per i campi a rubare pannocchie; abbiamo mangiato tante di quelle pannocchie fresche, cotte sul larín (focolare), abbrustolite. In paese non erano cattivi, ma erano furlani! E basta. Ci chiamavano profúghi, profúghi. Mio fratello Piero che era del Cinque ed era piuttosto permaloso, un bel giorno non ce l'ha fatta più a sentirsi chiamare così; eravamo io e lui che si andava a legna nelle siepi, e quando un ragazzo del posto ha iniziato a chiamarlo profúgo, l’ha preso per il culo e lo ha scaraventato in mezzo a un cespuglio di rovi, da dove poi non era più capace di tirarsi fuori, e noi siamo scappati. Era uno che scherzava sempre e ci prendeva in giro, ma da quella volta non ci ha più chiamati profúghi. Però nella nostra casa non si può dire che ci trattassero male. Invece dove stava quell'altra mia sorella, Margherita, che è ancora viva, quelli erano un po' crudeli. La mettevano fuori della porta a mangiare, con una scodella di polenta e latte e a volte il gatto andava a mangiarle la polenta e il latte sulla scodella, e a mia madre, che vedeva la scena, cascava il cuore. Ora Margherita abita a Latina, vi si è trasferita all'epoca delle bonifiche.
Todoverto Maria, San Vito di Valdobbiadene Per mangiare si andava a carità. Vecchi o giovani, quando si poteva camminare, bisognava camminare. Noi eravamo in quattro ragazze, tutte sui diciotto-vent’anni, e poi se n’era aggiunta un’altra che era stata in Francia ed era venuta a trovarsi là in mezzo a noi per caso. Lei era anche più anziana e aveva girato il mondo, così ci indicava dove andare, da questa parte o da quest’altra. Si andava verso la Bassa, nei paesi di pianura dove c'era la campagna, e passando per i campi si raccoglievano i radicchi matti, e Dio ce ne liberi, quanti ne abbiamo mangiati, tutti crudi, così come erano. Giù per la Bassa il pantano per le strade era fin quassù, a metà gamba, e alla sera quando si andava a chiedere aiuto per dormire, e si dormiva sul fieno, allora col fieno ci si puliva dal pantano, col fieno si tirava via tutta quella terra gialla che c'era giù di là, tutta questa palta che si era attaccata alle gambe. Camminare scalzi. Non si aveva niente per i piedi, chi aveva uno straccio di ciabatta o uno zoccoletto di legno come c'era una volta, tirava avanti, ma scarpe nessuno le aveva. Alla mattina ci si alzava, si partiva e si camminava ancora. Giù nella Bassa c’erano delle famiglie grosse, c'erano anche quattro cinque matrimoni all'interno della stessa casa, e allora c'era sempre qualche donna più buona delle altre che ci dava qualche branca di farina, na ciopéta de pan (un pezzetto di pane), così si aveva sempre qualcosa da poter portare a casa. Ma quando si era per la strada bisognava stare attenti, perché gli altri ce la portavano via: i tedeschi, i militari stessi, ci portavano via il sacco, lo portavano al comando e noi si doveva andare a casa senza niente. Allora bisognava nascondersi, cercare le stradine più fuori mano, ma lo stesso a volte capitava di essere messe in prigione, chiuse in una stanza lungo la strada, quando ci prendevano con il sacco. Ci portavano via il sacco e ci chiudevano in una stanza e ci lasciavano là, magari una settimana, con un po' di acqua o di quello che mangiavano loro, e poi quando ci lasciavano libere allora si correva per la campagna, di quant'anima. A volte si riusciva a scappare perché non erano vere e proprie prigioni, era un posto per essere chiuse dentro, così… e allora si correva per tutti i cantoni, a nascondersi. Ma lo stesso, mai sono riuscita a portarmela a casa tutta, la roba; perché se si aveva fatto su un bel sacco con tanta farina, loro te ne portavano via metà, o anche di più. Perché erano senza anche loro. |
© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra |
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aggiornamento
12/01/09
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