Vita da profughi in Italia


Angela Comin Campagnola, Crocetta del Montello

Per un po' di giorni siamo rimasti a San Floriano, vicino a Castelfranco, da una famiglia di contadini che conoscevamo, perché per un certo periodo erano venuti a stare qua, nel “borgo” di Crocetta, a lavorare la terra sotto Pontello.

Per dormire si dormiva in stalla e quando venivano al mattino presto a varnàr (governare) le bestie bisognava uscire perché si era d'impaccio al lavoro. Per mangiare si faceva la polenta e poi ci dicevano: «Portatela sotto il portico» e là si mangiava. Sempre che ci lasciassero fare la polenta, altrimenti niente polenta. Non ci trattavano tanto bene.

Allora siamo andati in cerca di un altro posto, e l'abbiamo trovato a Badoere e poi a Levada di Piombino. Ma neppure qua ci trattavano troppo bene. Dicevano ai loro bambini: «Aspetta che ti faccio mangiare da un profugo».

A volte dicevano a mio padre: «Va reméngo», e allora lui si arrabbiava: «Còssa! Mi reméngo? Son reméngo che basta mi; stée massa ben mi casa mia, mi no me ocoréa vegnér qua da vàltri». (Cosa? Io a reméngo? Sono già ramingo che basta, io. Stavo anche troppo bene, io, a casa mia, non avevo certo bisogno di venir qui da voi!). Perché noi lavoravamo la terra per conto nostro, avevamo dodici campi di proprietà ed eravamo i più sióri del “borgo”; eravamo riusciti a comprarci la terra facendo el mestier dee séste (i cestai). Non avevamo bisogno di nessuno noi, a Crocetta; eravamo orgogliosi del nostro. E tutto d'un colpo ci trovavamo trattati da miserabili.

Io e mio padre abbiamo lavorato per un po' anche a Campigo, vicino a Castelfranco, in una filanda ad aggiustare le còrbe (ceste). Però alla sera ci davano mezzo uovo e due tre radicchi e così e colà. Allora mio padre ha detto: «No no, qui non stiamo bene» e abbiamo iniziato a lavorare a Badoere, insieme a una persona che come noi intrecciava i vimini. Solo che i vimini di Badoere, che provenivano dalle rive del Sile, erano diversi da quelli del Piave e servivano per fare cestini.

In questa maniera, oltre a saper fare e séste (le ceste) abbiamo imparato a fare anche i sestèi (i cestini).

 

Giovanni Puicher Soravia, Sappada

Siamo rimasti giù diciassette mesi, sparpagliati. I primi, che sono andati via con il gruppo dei seicento, sono arrivati fino a Firenze e li han messi dentro a dormire a Santa Maria Novella, nella chiesa. E dove metterli? All'aperto?

Poi li han portati a Arezzo nel teatro, come si chiamava quel teatro? Politeama Aretino. Anche da lì poi li hanno smistati. La nostra borgata, borgata Fontana, è andata a finir tutta nella Villa Subiani, una cinquantina di persone. Era una villa proprio, villa, villa; c'era un possidente che aveva lì mezza collina, poco fuori di Arezzo, mezz'ora. Di sotto c'era la chiesa dei cappuccini, il convento, la località non aveva un nome, era proprio sopra la villa Redi, sa quel famoso umanista, Redi...

Io dapprima ho fatto lavori nella vigna di questo signore. Si faceva dei muretti pieni, ci faceva lavorare e si prendeva qualcosa, due lire al giorno. Noi prendevamo anche — siccome eravamo in tanti — una lira e 25 al giorno e a testa di sussidio , dal governo, mentre i nonni, che figuravano separati, prendevano due lire ciascuno.

Di pane ce n'era abbastanza, ma non c'era verso di far la polenta come si usava noi, e allora cosa si faceva? Zuppa! C'erano quei fornelli, come usano loro, a carbone; come si fa a far la polenta? Sempre zuppa! Era zuppa di farina bianca di frumento abbrustolita, farina bianca, non di mais, ma quanta zuppa abbiam mangiato! La zuppa si faceva con l'acqua (il latte lo davano solo ai malati): acqua, sale e farina abbrustolita. Farina di frumento... noi la si chiamava brhenzuppen che vorrebbe dire un po' bruciata, perché prima si abbrustoliva la farina sul paiolo, a secco, finché diventava scuretta e poi con l'acqua la si faceva liquida; io la mangiavo volentieri.

Di mestiere, dopo aver lavorato in questi filari di uva a villa Subiani, il nostro cappellano Don Emilio Troiero mi ha trovato un posto come garzone, in un negozio di ferramenta in città, ad Arezzo, da “Ricci e Pellizzari”, e son stato lì parecchio. Non ricordo neanche la paga che prendevo; il negozio vendeva ferramenta, mesticheria (mesticheria vuol dire stucco, oli, roba così...).

C'han sparpagliato un po' dappertutto. A Villa Agazzi erano in cento paesani: Villa Agazzi era di là di Arezzo. Poi ce n'era 200 a Cortona, un po' sulla villa del vescovo, poi a Camucìa, che erano in fila dentro a un grande salone, una branda dietro l'altra, mentre noi a Arezzo avevamo anche le camere. Ce n'era a S. Giovanni Valdarno, a Quarrata, a Stia, a Poppi, a Ràssina nel Casentino. 

Poi son venuti quasi tutti lì, a Arezzo

D. Come vi trattavano gli abitanti del posto?

R. Ah! L'ho scritto qui, da qualche parte. Sa cosa dicevano queste donne, queste donnette, ai bambini discoli?  «Se non state zitti vi faccio mangiar da un profugo!». Oppure dicevano: «Accidenti a li profughi e chi ce l'ha portati!».

Allora noi si andava a mendicare un po' di farina da polenta e siccome fra noi si parlava in tedesco (ma il mio nonno sapeva bene l'italiano), pensavano che fossimo tedeschi.

Ma dopo, nel '44, quando lì c'era la Linea Gotica, avran pensato ai profughi di Sappada: «Ma guarda, ora succede anche a noi, ah!».

 

Lido Fattori, Udine

Le dico questo. Io mi ricordo di Montecatini: ai bambini quando non ubbidivano o facevano i capricci gli dicevano: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare da un profugo!». 

La moglie (Esterina Chiandini) conferma: «Ma quella là è la prima cosa che dicono, per far tacere i bambini!».

Marito. Ma non erano tanto per la quale, perché non sapevano neanche dov'era il Friuli e ci trattavano come i selvatici. Io parlo della popolazione: ci consideravano là come i servi, anche se eravamo in albergo. Non sapevano neanche dov'era il Friuli, loro, e dicevano: «Ti faccio mangiare da un profugo». Sì, sì, con i bambini si giocava, ma dico, l'adulto aveva l'istinto di dire a questo bambino, per fare paura, che noi avremmo mangiato un bambino!

Moglie. Cosa vuole, i fiorentini, sa, hanno la lingua spiccia, io però nel complesso non posso dir male.    

 

Paolo Sòstero, Purgessimo

Sono venuti a prenderci coi camion a Sparanise, e ci hanno fatto una bella festa e preparato anche un pranzo in una chiesetta antica sconsacrata. Poi ci hanno portato a Sessa Aurunca. Nel centro del paese c'era un castello, e là c'erano le scuole, proprio sul cucuzzolo: c'era una scalinata e si andava su; noi però si dormiva dabbasso, in un convento di frati. Sotto c'era anche una centrale elettrica che funzionava scaldando l'acqua, come con una locomotiva; ottenevano la corrente elettrica con cui facevano illuminare il paese fino a mezzanotte; era un paese vecchio con viuzze così. Era la diocesi più piccola del mondo e c'era un vescovo che era proprio di Udine, un Nogara. Noialtri, poiché si parlava in friulano, la gente ci era un pochettino avversa, ci dicevano “tedeschi”.

In questo convento ci avevano preparato bene da dormire, per ogni famiglia. Io poi riuscivo a capire la loro lingua, u napoletano, e anche adesso quando qua da noi sento i soldati napoletani che parlano con quella enfasi, con quella maniera di esprimersi, mi piace sentirli parlare. Il romano no, mi è antipatico, perché non parlano neanche con le labbra… non è vero?

Mi ricordo che si andava a scuola e il mio compagno di banco mi portava sempre una mela. Eravamo in 28-30 in classe, in seconda elementare, e il maestro aveva detto: «Portate qualcosa da mangiare anche ai profughi», e tutti portavano qualcosa, chi una mela, chi un po' di pane. Ma il pane era tesserato, e allora: «Accidenti ai profughi, colpa dei profughi». Mia madre mi svegliava alla mattina e mi diceva: «Vai a prendere il pane, prima di andare a scuola»; bisognava andare sul cucuzzolo di questo paese, su per gli scalini. E allora appena arrivavi là, c'era il vigile che ci conosceva e diceva: «Avanti, prima i profughi» e c'era sempre qualcuno che protestava: «Accidenti ai profughi, è colpa loro se ci hanno messo la tessera sul pane». Come se fosse colpa nostra, quando in realtà era una cosa nazionale. Dopo portavo a casa il pane e si mangiava quello che c'era.

Eravamo in diversi del nostro paese, sei famiglie; ci avevano portato da Sparanise con i camion e volevamo stare tutti assieme.

Siamo stati là fino in febbraio - marzo del 1918, quando ci hanno detto che chi voleva lavorare, guadagnarsi qualcosa... perché con il sussidio noi prendevamo una lira, e i vecchi due, come si fa a mangiare, vestirsi, con così pochi soldi?  Allora ci hanno detto che se volevamo lavorare potevamo andare su, in Lombardia.

Ho comunque un buon ricordo, nel complesso, di Sessa Aurunca, era buona gente e due anni fa sono tornato da quelle parti, anche se non sono andato proprio in quel castello. Poi, sa, c'è sempre l'ostile; dicevano quelle donne, ma anche un prete l'ha detto: «Potevate stare nei vostri paesi».

 

© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra

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Ultimo aggiornamento 12/01/09