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La fame |
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Ne ho patita tanta! Mangiavo i càvi delle viti, dalla fame che avevo, e ho preso anche le botte dalla mamma perché faceva male quella roba là. Poi mangiavo el pancùc, una pianta che è dolce e che si trova in mezzo all'erba e io andavo là, mi sedevo per terra e mangiavo quello. Tanta fame. S i mangiavano le mòse, cioè quando si fa una polentina molla molla e poi la si versa sul piatto con il latte, e la si mangia con il cucchiaio. Tanta fame. Mia mamma piangeva. «Mama, mi ó fàm!». Mamma, io ho fame! le dicevo, e lei: «E cossa te dàe da magnar? Che no go gnént» (E cosa ti do da mangiare? Che non ho niente). Qualcosa magari si riusciva a comprare con i marenghi, dai contadini, ma da ultimo neanche con i soldi si riusciva a comprare più niente, e allora via par carità. Molti sono morti di fame. Cascavano per terra lungo la strada, ma non della nostra famiglia. Noi li si trovava mentre andavamo a carità: vecchi seduti là per terra lungo la strada, perché noi si camminava e si faceva tanta strada. Si prendeva questo carretto e sempre si spingeva; si caricava farina se si riusciva a trovarne, magari pagandola, oppure semola (crusca), che si mangiava anche quella.
Prima che venissero i tedeschi, no, non c’era fame, in certo modo. Ma dopo sono venuti i tedeschi … Oh, quanti ne sono morti, di vecchi! I vecchi sono morti quasi tutti, del nostro paese, ma ce ne sono tanti di paesi: Falcade, Falcade Basso, Falcade Alto, tutti questi paesi attorno alle montagne, là. I vecchi sono morti dalla fame. Che non c'era da mangiare! I tedeschi non ci hanno dato niente, neanche un chilo di riso, in un anno che sono stati là. La gente doveva arrangiarsi. Allora patate e erbe, patate e erbe, patate e erbe; e tutti pisciavano nel letto, con rispetto, giovani e vecchi, a forza di mangiare patate e erbe. Non c'era da mangiare! I giovani hanno resistito, ma i vecchi si gonfiavano le gambe e morivano, e anche tanti bambini. Dopo è venuta la spagnola, ma quella è differente, e dopo non c'erano più lavori, non c'erano più lavori, e allora i miei fratelli hanno pensato di venire quaggiù sul Montello.
Regina Tittonel, Campèa di Miane Il padre di mio marito e mia nonna Giovanna sono morti di fame, e anche la sorella di mio marito, Jijéta, che aveva quindici anni. Si gonfiavano le gambe. Tutti abbiamo patito la fame. Non c'era più niente da mangiare, tutto quello che avevamo, era stato mangiato e distrutto dai tedeschi appena arrivati. Mi ricordo che noi lessavamo il sorgo, non quello della biàva, «ma el sórg, quel là che se fa i scoàt» e si mangiava quello e si faceva una polenta rossa. In paese sono morti in molti, in quell'anno, e poi venivano sotterrati al cimitero di Campèa, dove venivano pure sepolti quelli di Preamór, una frazione vicina. Una volta un ragazzo di Premaór (e mi viene ancora da ridere per la scena) — non c'erano né tavole, né casse, né niente — accompagna con il carretto al cimitero il padre morto, con sopra una coperta. Questo ragazzo passa per Campea, e gli chiedono: «Chi élo pò quel là?». (Chi è quello lì?). «L'é, llé me pàre», l'ha ìta. (È, eeè mio padre, ha detto), perché era sabòt, balbuziente; poi ha continuato a camminare con questo carretto da cui uscivano i piedi del padre morto. E un'altra famiglia che abitava lì vicino a noi, i Sandri li si chiamava di soprannome, avevano due bei ragazzini grandi così, e gli sono morti tutti e due in pochi giorni. Allora sua madre e una loro sorella li hanno messi in un sacco e li hanno portati al cimitero: non c'era niente per metterli. Noi, lassù, era come fossimo in prima linea, infatti erano tutti scappati, profughi, i paesi più vicini al Piave: Col San Martino, Farra, Soligo, Sernaglia… Invece a Campea nessuno è scappato, e neppure a Miane. Mia nonna Gianna, andava rubare in una casa fuori del paese dove i soldati tenevano dei crauti dentro a delle botti di legno; prendeva questi crauti e li metteva dentro alla tasca, senza farsi vedere, ma poi è morta, a mangiare quei crauti, perché non è riuscita a paìrli (digerirli). Verso la fine anche i tedeschi andavano nelle rive su per gli alberi di fico con una mastella e raccoglievano fichi crudi, li lessavano e li mangiavano, perché avevano fame anche loro. Campea è un paese piccolo, saranno stati 7-800 abitanti e c'erano sei-sette ragazze sui 17-20 anni che avevano patito la fame. Queste ragazze, quando sono arrivati gli arditi italiani che hanno iniziato a far la pastasciutta per noi, hanno cominciato a mangiare… e i soldati le incoraggiavano: «Mangiate, mangiate!» e loro mangiano e mangiano, finché in sette-otto giorni sono morte tutte, dal troppo mangiare.
Mio padre diceva sempre che di tre fratelli che erano sotto le armi, due gli sono morti nel giro di quindici giorni, su a Tolmino, e di uno hanno trovato solo il cuoio capelluto. Anche mio padre era in prima linea, e durante un assalto, mentre cercava di rialzarsi da terra aggrappandosi con una mano al reticolato, gli è arrivata una scheggia e si è trovato con la mano rovinata. In ospedale volevano tagliargliela, ma lui si è messo a piangere e a supplicare: «No, no, non lasciatemi andar casa e presentarmi da mia madre senza una mano». Così in qualche maniera gliel’hanno salvata, anche se d'inverno la mano si gonfiava e diventava tutta nera, e non prendeva né pensione né niente. Mio padre pensava a sua mamma, ma nel frattempo sua mamma era morta anche lei, sotto i tedeschi, di fame. Perché aveva altri due figli piccoli a casa, e per salvare loro si privava lei di quel poco che c'era. È morta di fame. Per la gran debolezza si è gonfiata, e poi è morta. E sì che avevano della terra loro e in tempi normali non se la passavano male. Avevano della terra “in campagna” e ne avevano anche in collina. Avevano tre bestie grosse in stalla, e gliele hanno portate via tutte tre. Anche le galline le hanno preso, oltre alle mucche. L’hanno lasciata senza più nulla da mangiare. [La moglie di Elio Zambon racconta di sua nonna, Virginia Collodo, di Farra di Soligo]
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© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra |
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aggiornamento
12/01/09
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