I frutti della guerra

 

Francesco Daniel, Ponte di Piave

Con i reticolati è stato un lavoro molto faticoso. Prima di tutto gli abbiamo tolto i pali di sostegno in ferro, usando le trance che i tedeschi avevano abbandonato per terra; poi abbiamo fatto su il filo spinato, a mani nude, senza guanti, aiutandoci con una forca. Ad alcuni paletti abbiamo tagliato le punte per fare i denti della gràpa (erpice).

Poi tutto il materiale raccolto lo abbiamo accatastato davanti alla baracca, in attesa di venderlo. Assieme ai reticolati e ai paletti, avevamo messo schegge di bombe tirate su nei campi e anche alcuni barconi di ferro che i tedeschi avevano adoperato nel giugno del '18 per attraversare il Piave.

Ma siamo stati vittime di una truffa. Si sono presentati in casa nostra con la falsità.

Un bel giorno arriva nel cortile un gruppo di persone che dicevano di essere la Commissione addetta al recupero dei residuati bellici. A capo c’erano degli uomini con l’accento della Bassa Italia, ed erano scortati da carabinieri. Con loro c’erano dei cariòti del paese che conoscevamo e che, agli ordini della Commissione, hanno iniziato a caricare. I carrettieri hanno fatto diversi viaggi, non solo nella nostra casa ma anche in tutte le altre case delle grave, finché hanno portato via tutto.

A me era venuto il sospetto che ci fosse qualcosa che non andava, perché non ci hanno dato nessuna ricevuta; ma c’erano i carabinieri, e poi c’erano quelli più grandi di me, e nessuno diceva niente. Sta di fatto che se ne sono andati senza pagarci e poi della Commissione nessuno sapeva più niente.

E noi che pensavamo di guadagnare cinquemila lire, con tutto quel ferro!

 

Giovanni Brescancin, Ponte della Priula

La prima domenica di ottobre del '19, tornavo indietro a piedi con mio fratello dalla baracca dove ero andato a messa, quando abbiamo sentito un gran colpo. Siamo corsi là dov'era avvenuta l'esplosione e abbiamo trovato mio compare Cíce Menegon e un certo Chéchi. Era successo che stavano smontando un 149 sotto un albero di fico, perché dopo, quell'esplosivo che c'era dentro (una polvere gialla) lo vendevano a chi andava a cavar crode, qua dalle nostre parti sulle rive. A un certo punto la granata è scoppiata, è partita la spoletta che ha colpito in pieno, partendo dal basso, il povero Chéchi. Lo abbiamo trovato là, steso per terra, con la pancia aperta fino alla testa, e le budella in fuori.

Gli artificieri italiani e i prigionieri tedeschi andavano su per le campagne, per di qua e per di là con le trattrici e due o tre rimorchi attaccati dietro, a raccogliere queste bombe e queste granate. Qua a Ponte della Priula c'era il “campo delle munizioni” e chissà quante migliaia di quintali di bombe hanno portato via.

Passavano per questa strada e facevano tam tam tam tam, molto piano, un km all'ora, perché una volta le trattrici erano cingolate e i rimorchi avevano le ruote di ferro. Raccoglievano le granate e poi quelle fuori uso le buttavano dentro queste grandi buche, le coprivano con terra e le lasciavano là.

Un giorno un prigioniero tedesco, che era seduto su un rimorchio, ha fatto per saltare giù ed è scivolato sotto le ruote. Il rimorchio carico di bombe gli è passato di sopra e quando la trattrice si è fermata era troppo tardi: il prigioniero stava morendo. Allora io — una volta si era molto più religiosi di adesso — sono corso là, descòls (scalzo) come ero, mi sono inginocchiato, mi son fatto il segno della croce e ho recitato una rèquieméterna, perché dicevano i nostri vecchi che quando uno stava per morire era bene presentargli l'anima al Signore.

 

Teresa Francescato, Montello

Mia zia mi mandava a prendere l'acqua quaggiù, dove c'era una sorgente chiamata el Buoro: era buonissima, considerata la migliore acqua che ci fosse, ma adesso, dopo che hanno fatto il canale della Vittoria che le passa sopra, hanno rovinato la vena, e el Buoro non butta più.

Scendendo verso il Piave, a fianco della chiesetta di Santa Mama,  per una stradina fiancheggiata da tutte acacie, un boschetto fitto, passavo e vedevo che c'erano queste bombe. C'erano quelle tonde, e quelle col bastoncino che avevano una cordicella fermata da una “forchetta” di ferro simile a quelle per i capelli, ma più lunga.

Mia zia mi diceva sempre: «Non sta mica toccarle». Ricordo che una volta ho appoggiato per terra questi secchi di acqua e mi son detta: «Ma guarda che belle cordicelle che hanno queste cose qui!». Mi faceva voglia di prenderle, queste cordèle, e sono andata proprio vicino a questa bomba, me lo ricordo come fosse adesso. L’ho presa in mano ed era mia intenzione strapparle la “forchetta”, perché allora avevo i capelli lunghi e mi sarebbe andata bene per trattenerli. Stavo per farlo, ma poi mi son detta: «Mi hanno detto di non toccare, è meglio che lasci là… », così l’ho messa giù.

Ce n'era dappertutto roba dei soldati: c’erano picconi, badili, e i miei zii li avevano messi da una parte per venderli, ma qualcuno lo hanno anche tenuto, perché andava bene per il lavoro. Bombe ne sono rimaste là per molto tempo, anche dopo che sono passati a prenderle. E più di uno è rimasto ucciso o ferito. Ad esempio un ragazzo qua vicino, Antonio Dalla Costa, è rimasto ucciso, su verso la (presa) Otto, dallo scoppio di una di queste bombe che stava svuotando; avrà avuto 18-19 anni ed era parente di mio zio. Il fatto è successo poco dopo mezzogiorno, quando aveva appena mangiato. Mio zio è corso subito sul posto e l’ha trovato con tutto “il canale” aperto davanti, e con ancora la pastasciutta che gli usciva di bocca: la bomba gli era scoppiata in mano.

Anche le cartucce erano per terra, tantissime: si raccoglievano per vendere, e ce ne sono ancora anche adesso. Sono andata a zappare proprio prima, qua dietro, sui fagioli, e ne ho visto due, ma ormai non le raccolgo neanche più.

 

Angelo Dalla Palma, Montello

Appena finita la guerra siamo ritornati subito a casa. Qua a Santa Mama, lungo la strada, abbiamo trovato una fila di granate alta un metro e lunga venti metri e per terra c'erano petardi, “signorine”, bombe. Le chiamavano “signorine” perché avevano il manico di legno e una sottanina sottile e dentro c'era l'esplosivo; i petardi erano come una scatoletta, facili da esplodere.

Ricordo un caporale che veniva a trovare una ragazza vicino a casa mia e “per farsi vedere” ha centrato con un colpo del fucile 91 un petardo che era a una ventina di metri, giù in fondo a una buca, e gli è arrivata una scheggia proprio in mezzo alla fronte, per fortuna era superficiale. Quel caporale poi non è più andato a trovare la ragazza… e allora quelli del posto la prendevano in giro e le cantavano una canzone: «El caporale dà un colpo e poi va via / e la Maria lo piangerà», sull’aria della «Biondina capricciosa garibaldina… ».

Una volta mi è capitato di piantare il vanghetto per terra, e ho preso giusto il teschio di un austriaco, spaccandogli la mandibola con tutti i suoi denti; l’ho presa su e l’ho portata a casa. Qualche giorno dopo è venuta a trovarci una donna di Camposampiero che avevamo conosciuta da profughi e io le ho messo la mandibola dentro la sporta. Quando se ne è accorta per poco sveniva!

Robe che non si dovrebbero fare, ma i bòce no capisce gnente!

 

Angelo De Ruos, Sovilla

Un giorno siamo andati ad arare in uno dei nostri campi, e arando è venuta su una scarpa. Abbiamo fermato le bestie e guardato sotto: c'era un morto, con tutti i suoi ossi. Abbiamo avvertito i carabinieri che sono venuti a prenderlo, ma non è stato possibile riconoscerlo, perché non aveva la piastrina. Da quella volta il campo l’abbiamo chiamato “il letto del morto”.

 

Domenico Davanzo, Ponte di  Piave

Quando i contadini aravano la terra, noi andavamo dietro all’aratro a tirar su cartucce e palline di piombo, e poi le si vendeva allo straccivendolo. Eh se ne trovava, sì! Era una ricchezza. Perché uno che aveva passione, ma la passione veniva… Perché quando si andava a casa co na scarseàa de baéte (con una tasca piena di palline), che si spaccavano anche le tasche — perché si sta poco a fare un chilo di palline di piombo — erano soldi. Il piombo era pagato bene in quegli anni là!

Passava lo straccivendolo per le case, con la sua bilancetta, e tutti quanti correvamo fuori. Eravamo in diversi ragazzi, cugini, nipoti, ognuno con il suo mucchietto di roba da dargli, e qualche pallina ce la rubavamo fra di noi, perché ce le portavamo in camera, in un angolino della camera. Ognuno aveva il suo mucchietto… viene da ridere a parlarne, adesso.

Ah, là sul Piave si sfruttava tutto, non scappava niente!

Quando veniva il Piave grosso, noi bòce ci accorgevamo se c’era qualcosa di buono e avvertivamo gli uomini: venivano là, scavavano, scavavano e poi attaccavano i buoi. Perfino barconi tedeschi, barconi di ferro… che i tedeschi attraversavano il Piave per venire di qua, e si sono rovesciati, sono stati mitragliati. Sì, barconi di ferro, venivano su.

C'era un uomo cui piaceva andare a ferro vecchio, lungo il Piave e trovava diverse bombe. Era nel '36, precisamente quell’anno là. Fatto sta che quando le trovava, lui si arrangiava anche a smontarle: era una specie di, come si chiama… artificiere, per conto suo. Adoperava martello, mazza e scalpello, su queste bombe. Un giorno era seduto pacifico sopra questo 149, che batteva per smontarla e a un certo punto sentiamo un gran botto, una grande cannonata e vediamo una palla di fumo andare per aria. Siamo corsi tutti là, noi e anche altre famiglie. Si trovava in un boschetto di salici… ma di lui non era rimasto niente, solo stracci e pezzi di carne da una parte, pezzi di carne dall’altra. Lo chiamavamo el Martorèl, non ricordo meglio, forse era un Tegon di cognome, ma noi lo si chiamava el Martorèl. Avrà avuto trenta- trentacinque anni, non aveva fatto la guerra e si arrangiava così, a disfare queste bombe per vendere, per prendere il ferro, per cavare gli esplosivi. Con l’esplosivo poi facevano delle piccole bombe per andare a prendere il pesce nel Piave; vendeva l’esplosivo, prendeva anche soldi, c’era un certo commercio…

Poi un altro, lo stesso. Non in quell’anno là, ma insomma, là, in quel periodo. Quello si chiamava Pericle, di cognome. Anche quello là: tòchi. Erano in due fratelli: uno è rimasto senza un dito di una mano, ma di quello che era a cavallo e stava battendo sono rimasti solo pezzetti.

Gran parte scoppiava “el 105 tedesco”. Quelle erano pericolose, perché andavano svitate per il culo, per di dietro, non per la punta. Le italiane invece vanno smontate per la punta. Io avevo me pòro fradèl (povero   fratello) che le smontava anche lui, quelle “a piombo”. Si vedeva che erano “a piombo” perché sulla punta avevano uno spessore di alluminio, e se si era un pochettino corroso, con il tempo, allora si capiva che la granata era da palline di piombo. Dentro c’erano i suoi venti chili di palline di piombo, e polvere nera. No, quelle da piombo non erano pericolose, il vero pericoloso era il 105 tedesco, e il 149 italiano. Ma il più pericoloso di tutti era il 105, e noi quando lo si trovava sui campi lo si tornava a sotterrare.                                                                                    

© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra

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Ultimo aggiornamento 12/01/09