La fine della guerra nelle Terre Invase

 

 

Luigi Basei, Santa Lucia di Piave

Dove ero profugo io, a San Vendemiano, là i tedeschi hanno fatto resistenza sul ponte.

Verso sera vengono su per lo stradone, in mezzo i campi… e un tedesco non si è fermato a casa nostra? Mi pare di vederlo adesso, si è tirato fuori dalla fila e si è presentato in cucina. Non si capiva cosa diceva, ma lo abbiamo portato di sopra dove avevamo il fieno e là si è tolto le armi, la giberna, la divisa e si è messo a dormire sul fieno.

Alla mattina càpitano dentro due inglesi in perlustrazione, e noi ragazzi glielo abbiamo detto: «Sì, sì, c'è qua un tedesco» e li abbiamo accompagnati sul fienile.

Allora vengono fuori le donne: «Non state fargli niente, perché è buono, non fategli niente», imploravano… e il tedesco non voleva venir giù, perché aveva paura. E con il tedesco non ci si capiva, con gli inglesi non ci si capiva, ma c'erano le donne che dicevano di non fargli niente; e infatti non gli hanno fatto niente.

Poi al pomeriggio siamo tornati a casa nostra a Santa Lucia di Piave. Una parte della casa era tutta per terra; l’altra parte invece era rimasta in piedi, ma senza tetto senza finestre, senza balconi, senza niente, perché tutto era stato utilizzato dai tedeschi per le loro trincee. Gran parte delle case erano così: anche se in piedi, erano tutte scoperte, senza coppi. E poi dietro a molte case c'erano dei ricoveri in cemento armato in cui si era sistemato il comando. Mio fratello, quello che adesso è a Roma, quando sono venuti avanti gli italiani ha assistito alla resa di sette-otto tedeschi che erano dentro uno di questi ricoveri, alle Casarine.

Poi è venuto avanti il 94 Fanteria. Erano tutti romagnoli, e qui a cento metri, sullo stradone, un tedesco si è preso una scarica sulla gamba ed era buttato là per terra, tutto nero. Si era fin mangiato la mantellina, morsicata tutta, era morto là per terra, svenato. L'ho visto io. Un altro tedesco, più avanti, si era preso invece uno sdrapnel sulla testa. Un altro gruppo di tedeschi si era recato a portar via un pezzo di artiglieria ed è stato preso in pieno da una granata; il cavallo è morto e il capopezzo è rimasto con la testa penzoloni sopra il cavallo, gli altri invece sono riusciti a scappare.

Anche tre italiani erano morti, là in quel pezzo di strada.

Sulla strada che porta a Mandre, là c'erano altri otto-dieci tedeschi per terra a cui era stato piantato il pugnale dagli arditi. Erano a qualche metro di distanza uno dall'altro: uno qua, uno là, uno più avanti, stavano scappando ed erano stati raggiunti dagli arditi. Ammazzati tutti, ostia, con una pugnalata sul collo.

Erano là buttati giù per terra, tutta roba di venti anni, tutti morti. Non potevano lasciarli stare?

 

Zemira Curto, Càrpen

Quando c'è stata la liberazione, i tedeschi che erano qua non volevano arrendersi. Mia madre era tutta spasemàda (terrorizzata), con tutte queste creature. È andata al molino che c'è ancora vicino alla chiesa di Pedavena, ed è riuscita ad avere un chilo di farina, poi ha detto ai figli: «State buoni, che per oggi riusciamo a fare un po' di polenta, e il resto di farina la mettiamo da parte per buttarla sulla minestrina di erba». Quando la polenta era pronta viene dentro un tedesco con la rivoltella in mano, mi pare ancora di vederlo, e si prende la polentina. Ci siamo messi tutti a piangere, tutti cinque i bambini, a piangere dalla disperazione; la fame fa così. E pensare che per un chilo di farina aveva dato la vera, l'anello e una collana!

Mio padre è arrivato a casa nostra verso le tre di notte, con una mula e col suo carretto con gli attrezzi dietro, perché anche sotto le armi lui faceva il macellaio. Era partito dal Grappa quando aveva visto che poteva passare, perché i tedeschi si erano ritirati. «Sono qua, stanco, perché ho camminato in montagna tutta la notte sopra i morti, nel “pozzo della morte” e là c'è ancora gente ferita che grida e chiama mamma», ci ha detto.

Poi ha tirato fuori cognac, formaggio grana, pane: un mucchio di roba da mangiare, perché sapeva che qua si moriva da fame.

 

Matteo Dal Canton, Quero

Proprio negli ultimi giorni della guerra mi ricordo che a Feltre c'è stata una sparatoria di uno scherzo, perché i tedeschi facevano resistenza e non volevano ritirarsi. A buttarli fuori è venuto un battaglione di arditi, che sono andati all'assalto.

Noi sentivamo le sparatorie, ma eravamo tutti chiusi in casa.

 

Annunzio Putto, Segusino

Appena scappati i tedeschi, siamo venuti giù di corsa: li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro.

Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza, mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci.

Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via, gli erano sempre appresso ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio l'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni; era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo; gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.

Sono cose che non dimenticherò mai, e mi commuovo a ricordarle. I giovani non sanno queste cose, e se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.

 

Prospero Vieceli, Fonzaso

La partenza è stata tranquilla, erano stufi anche loro, poverini, gli austriaci. Gli italiani sono arrivati dopo, erano distanti, non è che gli corressero dietro, non ne hanno ammazzato neanche uno, qua.

Gli austriaci sono andati via e il giorno dopo sono arrivati gli italiani. Prima le camicie nere, no… gli arditi, quei mascalzoni là, insomma.

D. Perché mascalzoni? 

R. Perché di sì!, Perché pestavano i prigionieri, e io sono stato militare, per un bel pezzo, e ho sempre sentito dire: «Guai a Dio! Quando c'è un prigioniero bisogna aiutarlo e dargli da mangiare, se si può». Invece loro non facevano così: «I ghe petéa», gli davano pugni, sberle.

D. Come fa a saperlo, lei?

R. Io? Ma non li ho visti, po'?

Erano quaggiù sulla piazza grande di Fonzazo, davanti al Municipio. Ce n'erano una ventina di questi prigionieri, con le mani giunte, inginocchiati, giù in terra. E noi ragazzi li si vedeva, poverini. Passavano gli arditi, e così, per farsi vedere dalla gente, giù uno schiaffo sulla faccia, come fosse niente, come fossero delle bestie. Capisce?

Erano gli italiani, quelle porcherie là, quelli erano capaci di farle tutte, sa! Mascalzoni erano, uno con la testa a posto non fa queste cose, pensa per lui, o anche per gli altri può pensare, ma in bene, non in male; e invece gli davano gnòche.

 

Regina Tittonel, Campèa di Miane

Noi eravamo sulla montagna, perché c'erano le bombe che partivano dal Mantèl (Montello) e arrivavano proprio sul paese, anche se la nostra casa non è stata colpita e anche se Campèa è distante una ventina di chilometri dal Piave.

Eravamo dentro una stalletta, come in un rifugio, e sentiamo dire: «Ghe n'é i arditi, ghe n'é i taliani, ghe n'é i taliani!» (Ci sono gli arditi, ci sono gli italiani, ci sono gli italiani!).

Allora fuori tutti. Guarda, mi vengono i brividi anche adesso!

 

Elio Zambon

Mio padre per poco moriva dalla fame, e durante la ritirata dei tedeschi a Santa Maria di Feletto è stato preso e accompagnato avanti con loro. Quando è tornato indietro, dopo che erano arrivati gli italiani, ricordo che mia madre raccontava che prendeva a calci i morti

 

Emilio Dal Mas, Pramaggiore 

Negli ultimi giorni di guerra, i tedeschi hanno buttato via il fucile, per le strade, di qua e di là. E dopo, mentre passavano ritirandosi, sono anche venuti a salutarci, due-tre di quelli che erano stati un anno a casa nostra, quelli che si allenavano con le bombe a mano; in particolare uno che non era neanche austriaco, mi sembra che fosse stato croato e si era affezionato a me.

Poi sono arrivati gli italiani, che li hanno fermati. Per prima cosa gli hanno preso l'orologio, dopo hanno guardato se avevano soldi e dopo li hanno portati via e non so cosa gli abbiano fatto.

Era il bottino e così hanno fatto anche loro quando gli italiani dopo l'Otto Settembre hanno capitolato. Noi abbiamo tenuto duro per diciassette giorni, mi ricordo, sull'isola d'Elba; ma loro avevano gli apparecchi e i nostri hanno dovuto arrendersi. Anch'io sono stato in Germania, ventidue mesi, a Monaco di Baviera, sotto i bombardamenti. C'erano gli apparecchi americani di giorno, e quelli inglesi di notte.

A Pramaggiore, durante la disfatta austriaca, Lubiato Riccardo, padre di Gastone, che faceva anche il postino, tre austriaci ha ammazzato lui, là a Pramaggiore. Erano disarmati, e loro speravano di andare a casa, come è capitato a me e a tanti altri dopo l'Otto Settembre. Ma la gente ha cominciato a dire: «Mi hanno portato via quello, mi hanno fatto quell'altro»; e questo, e quello.

Ma occorreva ammazzarli? Li ha ammazzati là, davanti alla chiesa di Pramaggiore.

Un avventore del bar di Pradipozzo,

dove si svolge l'intervista.

La povera mamma me lo raccontava sempre: ma non li ha ammazzati lui direttamente. Lui ha fatto la spia, ha detto agli italiani che venivano avanti: «Guardate che là dietro ci sono dei tedeschi», e li hanno ammazzati dietro alla chiesa.

Dal Mas. Io invece ho sempre saputo non “che li ha fatti ammazzare”, ma che “lui li ha ammazzati”.

© 2004 Camillo Pavan - Dal libro L’ultimo anno della prima guerra

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Ultimo aggiornamento 12/01/09